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Discorso del Vice Presidente Giovanni Legnini in occasione del Congresso internazionale dell'Associazione brasiliana dei giudici del lavoro, "ANAMATRA"

discorsi e interventi


emanato il 10 febbraio 2015
Discorso del Vice Presidente Giovanni Legnini in occasione del Congresso internazionale dell'Associazione brasiliana dei giudici del lavoro, "ANAMATRA"

Presidente Schmidt, Ministro De Carvalho, giudici tutti

mi è particolarmente gradita l’occasione per rivolgervi il più cordiale benvenuto da parte mia personale e del Consiglio Superiore della Magistratura.

La vostra presenza ci onora poiché è mia opinione che collaborare nel percorso formativo dei giudici del lavoro appartenenti alla vostra associazione, in una prospettiva tanto larga non solo perché valica i confini nazionali, rappresenti un’occasione per valorizzare i principi di autonomia dell’ordine giudiziario e di effettività della tutela dei diritti dei lavoratori e dei cittadini tutti.

L’incontro odierno fa seguito a quelli svolti nei mesi di luglio e di novembre dell’anno appena trascorso, quando delegazioni della vostra Associazione hanno avuto modo di visitare il Consiglio e di avviare un proficuo confronto di opinioni e di esperienze che oggi giunge ad un ulteriore punto di maturazione.

L’interesse manifestato dall’Associazione a conoscere a fondo il funzionamento e le competenze di questo Consiglio Superiore, i rapporti tra lo stesso Consiglio ed il Ministro della Giustizia, nonché il sistema di reclutamento ed avanzamento nella carriera dei magistrati offre lo spunto per una breve riflessione in apertura dei lavori di oggi.

L’Italia e il Brasile intessono floride relazioni commerciali; i nostri due Paesi hanno sottoscritto numerosi accordi bilaterali di cooperazione, anche in materia giudiziaria. E’mia ferma convinzione che i rapporti internazionali siano favoriti e implementati dalla profonda conoscenza dei rispettivi sistemi istituzionali e, in particolare, dai relativi ordinamenti giudiziari. E’ dunque con questo spirito che mi accingo a tratteggiare taluni brevi elementi inerenti i valori di autonomia e indipendenza a presidio delle funzioni della magistratura. E’ un tema, questo, che sarà ampiamente trattato dal presidente Morosini che ringrazio sin da ora per il suo contributo in questa occasione e per la sua guida dei lavori della Sesta Commissione del Consiglio. Su taluni di questi profili si soffermeranno anche il professor Balduzzi e il Dottor Renoldi, i quali pure ringrazio vivamente per lo studio e la cura profusi perché questo incontro si riveli fruttuoso.

Secondo l’art. 104 della Costituzione, ispirato al principio della separazione dei poteri, la magistratura “costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”. Non può infatti esservi libertà laddove vi sia commistione, o peggio confusione, tra la funzione legislativa, il potere esecutivo e l’esercizio della giurisdizione. Tale obiettivo decisivo che si prefigge pressoché ogni Costituzione contemporanea può essere raggiunto per molte vie e mediante diversi istituti volti a rendere equilibrati, distinti ma coordinati i poteri statuali. In seno all’Assemblea Costituente da cui prese forma la nostra Costituzione repubblicana, il duplice obiettivo di assicurare da un lato l’indipendenza della magistratura e dall’altro di evitarne l’isolamento - scongiurando così il rischio di una deteriore separazione autoreferenziale dalle altre articolazioni dello Stato - fu raggiunto, tra l’altro, attraverso la previsione di un’assemblea di governo autonomo di carattere misto, quanto a composizione.

Infatti, i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura sono in maggioranza provenienti dalle file dell’ordine giudiziario, in minoranza eletti dal Parlamento tra soggetti estranei all’amministrazione della giustizia, ma dotati di particolari competenze in ambito giuridico. La minoranza di estrazione laica, tuttavia, esprime tra i suoi membri il vicepresidente, giacché lo stesso art. 104 dispone puntualmente: “il Consiglio elegge un vicepresidente fra i componenti designati dal Parlamento”.

Quanto alla natura del Consiglio superiore nell’ordinamento italiano – e mi limito ad anticipare ciò che verrà poi spiegando diffusamente il presidente Morosini - occorre ricordare l’insegnamento della Corte Costituzionale italiana, secondo la quale: “per quanto incaricato di funzioni obiettivamente amministrative, il CSM non fa parte della pubblica amministrazione perché è estraneo alla struttura organizzativa che dipende direttamente dal Governo dello Stato o delle Regioni”.

Il Consiglio è stato dunque definito quale “organo di rilevanza costituzionale”.

Ora, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono condizioni imprescindibili per garantire la legalità e, in tale prospettiva, va ribadito che tali principi vanno declinati non in chiave di separazione dalla società, ma, al contrario, come una garanzia essenziale per i cittadini.

E’noto che la Costituzione brasiliana del 1988 prevede rilevanti e puntuali disposizioni a tutela dei diritti dei lavoratori. Al riguardo, basti riferirsi all’elenco esaustivo recato dall’articolo 7 della carta fondamentale brasiliana, per intenderne la forte valenza garantista dei diritti del lavoratore, la cui difesa in sede giudiziaria è decisiva per realizzare gli obiettivi che la stessa Costituzione della Repubblica federale si prefigge.

Del resto, si tratta di un elemento che accomuna le nostre due carte costituzionali, entrambe da annoverare tra i cosiddetti documenti lunghi ed immediatamente precettivi che hanno fatto segnare determinanti acquisizioni nella cultura giuridica del Novecento. Da questa traccia costituzionale espressa a garanzia dei lavoratori, dei loro diritti sociali e contrattuali, si evince direttamente il cruciale ruolo del giudice nei rispettivi ordinamenti, chiamato a rendere effettive, estese e solide tali forme di tutela.

Nella Carta costituzionale italiana il ruolo cruciale del lavoro è delineato in primo luogo dagli articoli 1 e 4. Essi pongono in luce il legame tra due dei pilastri su cui si fonda la Repubblica: il principio democratico e quello lavorista.

Quest’ultimo è, pertanto, un vero e proprio tratto distintivo dell’ordinamento: il lavoro e i diritti ad esso collegati si pongono al centro della vita politica e sociale del Paese, nei termini che sono ulteriormente precisati dai successivi articoli da 35 a 38, i quali si configurano come la chiave di volta dei rapporti economici delineati dalla Costituzione repubblicana.

Non a caso, lo Stato si impegna a promuovere le condizioni che rendono effettivo il contributo dei lavoratori all’avanzamento della società, tutelando “il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. Non sembri, allora, che queste formule si risolvano in semplici proclamazioni, vuote di contenuto pienamente prescrittivo. E’un errore in cui non si deve cadere e questo tema - come oltre dirò in conclusione - ci richiama proprio al rilievo assunto dai giudici del lavoro.

In conseguenza dell’affermazione del principio lavorista, lo Stato promuove specifiche politiche sociali ed economiche di sviluppo, che tendono al pieno impiego, nell’interesse generale della nazione. Soprattutto, da tale principio discendono le tutele giuridiche in capo ai lavoratori e la regolazione dei rapporti sociali tra datore e prestatore. Ed è proprio in questa cornice che si inscrive il sistema delle relazioni sindacali delineato dagli articoli 39 e 40 della nostra Carta fondamentale.

Sappiamo che talune caratteristiche del sistema giudiziario brasiliano segnano delle differenze rispetto a quello italiano. Basti rilevare che l’ordinamento brasiliano prevede un tribunale superiore in materia di lavoro, il “tribunale superiore del lavoro” competente ad esprimere le cosiddette “sumulas” e gli orientamenti giurisprudenziali. Le prime costituiscono un’interpretazione vincolante per qualsiasi giudice, le seconde sono vincolanti solo in riferimento al caso concreto.

Altri sono, invece, i tratti evolutivi e le radici che contraddistinguono il nostro sistema processuale. Credo sia noto che in Italia è in corso un ampio e approfondito dibattito circa la trasformazione degli strumenti di tutela processuale dei lavoratori dipendenti. L’orizzonte va dunque evolvendo, innanzitutto per mano del legislatore; tuttavia, la sfida che attende l’ordine giudiziario è di immense proporzioni, perché ci richiama all’esigenza di disporre di magistrati dotati di particolare sensibilità, oltre che di indipendenza di giudizio. E’necessario infatti cogliere, tra le pieghe delle vicende sostanziali alla base di ciascuna regiudicanda, l’esigenza di sviluppo dei rapporti sociali ed economici e, in definitiva, per il loro tramite, contribuire all’evoluzione delle nostre società le quali attraversano una fase tumultuosa di cambiamenti non sempre facili da comprendere e gestire.

Si tratta di una sfida complessa ma affascinante, cui il Consiglio Superiore della Magistratura non si è mai sottratto, nella consapevolezza del rilievo, nei limiti di competenza, delle proprie funzioni di selezione, formazione, garanzia di tutti gli appartenenti all’ordine giudiziario. Dunque, un compito cruciale e delicato che accomuna i due organi di Governo autonomo della magistratura italiana e brasiliana. Incontri quali quello odierno contribuiscono a compiere le scelte di politica della giurisdizione più accorte ed efficaci e ad impiegare nel migliore dei modi il nostro patrimonio di risorse umane ed intellettuali.

Nel ringraziarvi per l’attenzione, sono lieto di rivolgervi ancora il mio augurio personale affinchè quella odierna possa rappresentare una tappa della preziosa collaborazione tra i giudici brasiliani e quelli italiani, favorendo così un elemento di raccordo costante e di reciproca influenza tra le nostre ricche tradizioni culturali e giuridiche.

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