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Discorso del Vice Presidente Giovanni Legnini al Convegno commemorativo in ricordo di Vittorio Bachelet, all'Università di Roma La Sapienza

discorsi e interventi


emanato il 12 febbraio 2015
Discorso del Vice Presidente Giovanni Legnini al Convegno commemorativo in ricordo di Vittorio Bachelet, all'Università di Roma La Sapienza
Signor Presidente della Repubblica,
Autorità,
Care Signore Miesi e Maria Grazia,
Caro Professor Giovanni Bachelet,
Illustri relatori,
esprimo il mio cordiale ringraziamento al professor Fulco Lanchester e al professor Stefano Ceccanti, con il quale ho avuto l’onore e il piacere di condividere intense pagine di attività parlamentare, per avermi rivolto l’invito a prendere parte a questa giornata che assume un significato particolarmente rilevante, perché ci onora della sua presenza il Capo dello Stato, cui va il mio saluto e la mia gratitudine per aver voluto presenziare immediatamente, a pochi giorni dall’elezione, alla seduta del Consiglio Superiore della Magistratura che ha avuto luogo nella giornata di ieri. E’un segno di attenzione e sensibilità del quale, Signor Presidente, La ringrazio pubblicamente.
Ringrazio, inoltre, il Prof. Giovanni Bachelet, insieme a tutta la famiglia, perchè ha voluto riservarmi ricambiati sentimenti di amicizia, peraltro nutriti, oltrechè dal ricordo di suo padre da una struggente testimonianza di cui mi ha fatto dono qualche giorno fa.
Quando Vittorio Bachelet fu barbaramente assassinato, avevo 21 anni e frequentavo la facoltà di Giurisprudenza. Conservo un ricordo vivo del tragico evento e di tutta quella drammatica pagina della nostra Repubblica. La passione civile e politica di quegli anni e l’avvio alla formazione giuridica, suscitarono in me un immediato interesse per la figura di Bachelet, pur in coincidenza di quel tragico evento.
Mai avrei potuto immaginare di avere l’onore di poter esercitare, 34 anni dopo, le delicate funzioni a difesa delle quali egli sarebbe stato colpito dalla violenza terroristica fino al sacrificio estremo della vita.
Pensavo già all’epoca di conoscere a sufficienza i tratti essenziali della personalità, dell’ispirazione culturale e dell’opera di Bachelet, ma l’organizzazione di questo evento e le numerose letture che l’hanno preceduto, il confronto con il prof. Ceccanti, con Giovanni, con Rosy Bindi, mi hanno consentito di pormi oggi nella condizione di apprezzarne ancor di più le straordinarie doti e di trarne ispirazione preziosa per il duro lavoro che, con l’intero Consiglio Superiore, abbiamo di fronte.
Dal mio punto di osservazione, scelgo tre temi per tratteggiare la grandezza dell’opera di Bachelet alla guida del C.S.M..
Sono consapevole, naturalmente, di non dover cedere alla tentazione di indulgere in forzature “attualizzanti”, che risulterebbero inappropriate per la profonda diversità di fase e contesto storico.
Prendo le mosse proprio dalle parole pronunciate da Vittorio Bachelet, il 17 luglio 1978, nel corso della seduta del Consiglio Superiore della Magistratura cui prese parte il Presidente Sandro Pertini, appena eletto Capo della Stato.
Bachelet accenna alla difesa del valore dell’autonomia scolpito nell’articolo 104 della Costituzione, e mostra di intenderla come garanzia “dell’indipendenza e quindi dell’imparzialità dei giudici, tanto più necessaria in una fase di così profonda trasformazione della società e degli ordinamenti giuridici, nel cui travaglio la Magistratura non vuole essere un corpo separato ma neppure un “legno alla deriva”; un collegamento con la società e con le altre istituzioni dello Stato che consenta all’ordine giudiziario di rispondere meglio alla antica e nuova domanda di giustizia, ma anche di ottenere quegli strumenti – il cui apprestamento appartiene alla responsabilità di altri poteri dello Stato – che sono indispensabili per il funzionamento e la tempestività dell’amministrazione della giustizia”.
Da queste parole, oltre a scorgere da subito un tratto di continuità nella vita politica, nelle opere giuridiche e nel contributo all’attività istituzionale della Repubblica offerti da Vittorio Bachelet, di cui hanno già parlato il Prof. Lanchester e il Presidente Amato, è possibile ricavare un primo insegnamento che si proietta sull’attualità e ci interroga tutti: non serve all’ordine giudiziario ed al Paese una Magistratura che agisca da corpo separato, autoreferenziale si direbbe oggi, ma vi è il bisogno di una Giurisdizione che, nel rispetto rigoroso della sua funzione e senza invadere campi non propri, costituisca “collegamento con la società e con le altre Istituzioni dello Stato”, per utilizzare le sue parole.
Le inquietudini che attraversavano l’ordine giudiziario nel periodo di passaggio dagli anni settanta agli albori del successivo decennio del ripiegamento, furono segnati dalla violenza terroristica, ma anche dal salto di qualità della criminalità non politica. Si profilavano poi i problemi connessi con gli istituti processuali penali che andavano gradatamente smarrendo la loro effettività, improntati a un sistema inquisitorio che mostrava la corda di fronte al dettato costituzionale. E di non minor complessità si presentavano le questioni al crocevia tra la legislazione civile in evoluzione in molti e decisivi ambiti e – cito ancora Bachelet nel discorso di insediamento - “il malessere connesso con le procedure e le carenze di strutture giudiziarie”. Infatti, tra il 1976 e il 1980, l’intero sistema giuridico muta rapidamente e impegna la magistratura in profonde e dure sfide culturali. Si perfeziona il quadro delle grandi riforme di estensione dei diritti civili, trovano applicazione i nuovi istituti del diritto di famiglia, affiorano le innovazioni nell’ambito dell’ordinamento penitenziario, vede la luce la riforma che introduce il sistema sanitario nazionale. Si declina un differente corso dell’intervento pubblico nell’economia e già si annuncia la mutazione degli equilibri del quadro politico generale con il profilarsi prima e il declinare poi della formula del “compromesso storico”.
Si manifesta la chiara impronta che Egli conferirà al ruolo di vicario del Capo dello Stato a Palazzo dei Marescialli. Il riferimento – su cui si tornerà - al giudice investito di un compito di prima linea non è solo un riflesso, o un crudele e tragico presagio, della stagione della violenza terroristica, ma è anche l’intuizione di un nuovo ruolo da interpretare, di fronte alla società che andava mutando rapidamente.
Quale fu il ruolo e la funzione della Magistratura italiana negli anni e nei decenni successivi, lo abbiamo tutti ben chiaro e ciascuno può apprezzarne la positività come anche taluni eccessi di protagonismo.
Quel che è certo, è che Bachelet aveva visto in anticipo e prima di altri tale tendenza evolutiva del rapporto tra magistratura, ordinamento e società.

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Il secondo elemento caratterizzante l’attività di Bachelet al C.S.M., si ritrova in quel tratto di serenità, che non fu mai distacco, ma che affiora prepotentemente negli anni della consiliatura che guidò a Palazzo dei Marescialli, tra il giorno della sofferta elezione alla Vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e quel tragico 12 febbraio del 1980.
L’ascolto e l’apertura alle ragioni dell’altro, condussero Vittorio Bachelet ad essere molto di più che il vicepresidente della mediazione e del dialogo, doti di cui pure fu grande depositario. Il rifiuto per l’interpretazione chiusa e rigida di ogni ordinamento sezionale, che del resto si era già manifestata tra le pieghe della monografia del 1962 su Disciplina militare e ordinamento giuridico statale, si manifesta con chiarezza nella sua concezione dell’ordine giudiziario, che non considerò mai in termini di esclusività culturale e di prerogative, ma che, al contrario, intese sempre come una delle formazioni sociali in cui magistrati e laici, dunque singoli uomini nella loro particolarità e sensibilità, svolgevano la propria personalità.
Di qui le tracce del suo cattolicesimo umanista anche nell’esercizio delle funzioni di presidente vicario a Palazzo dei Marescialli, la convinta adesione al tracciato costituzionale nello sviluppare la difesa delle prerogative della Magistratura come ordine aperto al dialogo e all’integrazione in una società percorsa da tensioni violentissime.

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Tale impostazione si scorge sin dalle parole pronunciate in occasione del discorso di insediamento, appena eletto vicepresidente, in cui Bachelet parlò dell’esigenza di “venire incontro per la nostra parte” alla necessità “di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e dei singoli giudici”, in “un momento in cui l’amministrazione della giustizia è divenuto un compito di prima linea e creando, nonostante tutto, in questa situazione, le condizioni per un buon andamento della Giustizia”.
Peraltro – e lo si intende dall’accenno, nella frase appena citata, al principio di buon andamento contenuto nell’articolo 97 della Costituzione - il Consiglio Superiore per Vittorio Bachelet, era anche – e ricorro ad un’altra sua celebre espressione – “un’amministrazione in cammino”. Egli ne coglieva i tratti peculiari e ibridi sempre per via del suo sguardo profondo e analitico di studioso.
Si può, dunque, affermare che l’articolazione complessa e culturalmente variegata del Consiglio costituisse terreno congeniale alle attitudini di Bachelet; basti pensare che si trova citata, nelle sue opere, la celebre espressione per cui: “amministrare è di un solo, il deliberare è di molti”.
E anche in questa cornice si colloca l’interpretazione del ruolo di presidenza del plenum consiliare. L’interazione con un collegio a composizione diversificata in cui, secondo il disegno del Costituente, si integra l’apporto esterno di conoscenza dei membri eletti dal Parlamento, e la maggioranza numerica dei togati che porta con sé il patrimonio culturale ed umano dell’esperienza magistratuale, riversandolo sulle scelte di governo autonomo. E non stupisce che il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura in cui si realizza con costanza la commistione tra le due componenti - perché vi si delibera per contribuire all’amministrazione della Giustizia, ai sensi del combinato disposto degli articoli 105 e 110 della Costituzione – apparisse a Bachelet una sede cruciale per “la costruzione di una società più umana e serena che sappia accogliere e ordinare, in un disegno di giustizia, la tumultuosa crescita della società”.
Queste sue parole, pronunciate per commemorare l’amico ammirato Aldo Moro - vittima prima di Lui della stessa matrice di odio – tornano ancora una volta a testimoniare il metodo di Bachelet, i suoi punti di riferimento ideali.
La declinazione di quei valori nella gestione e nell’interpretazione del Regolamento Interno mi induce a rammentare come la cultura dell’ascolto, dell’apprendere dagli altri, del congiungere i frammenti di verità che provengono dalle opinioni di tutti, si traducessero nell’acconsentire a dibattiti approfonditi; a volte persino nell’assistere ad autentiche maratone oratorie cui pure Egli non apponeva argini, nel presupposto che la soluzione fosse da ricercare nella paziente sintesi di ogni apporto.
Leopoldo Elia ritenne di ricordare l’amico scomparso con un saggio evocativamente intitolato “Servire lo Stato attuando la Costituzione”. Mai titolo fu più nitidamente rappresentativo – è stato già ricordato anni fa – del modo di intendere le funzioni vicarie del Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, da parte di Vittorio Bachelet.
E, ancora, la lettura della preminenza della persona umana su tutte le logiche di confronto, quelle tra avversari politici, tra esponenti di diverse culture della giurisdizione, persino tra le parti del processo, permise a Bachelet di guidare e gestire una fase della storia del Consiglio Superiore, assai complessa e non di rado segnata da momenti di duro confronto.
Alle avviate trasformazioni del contesto generale, aveva fatto eco il varo di un nuovo sistema elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura, i cui amplificati tratti proporzionalistici potevano tendere alla deriva di particolarismi frammentati, al correntismo - termine poi in voga fino ai nostri giorni – oppure, in chiave di sviluppo positivo, alla valorizzazione del pluralismo e della rappresentatività della Magistratura.
In questo scenario, la cifra culturale e l’attitudine, tante volte rievocata, del Vicepresidente Bachelet gli consentì di guidare il Plenum verso l’elevazione più alta e nobile, d’altronde già declinata – torno a dirlo - nell’opera dello studioso, nella pratica consueta e intensa delle relazioni sociali e politiche.
Si spiega anche così il motivo dei continui richiami al dettato della Carta fondamentale, riferimenti che non sono da intendere certo come mera nota stilistica, ma quale frutto dell’intima convinzione che vivere la Costituzione ed attuarla, è l’unico e il giusto modo per renderne effettivi i principi e gli ideali come ha ricordato proprio il Presidente Mattarella nei giorni scorsi nel messaggio che ha seguito il giuramento innanzi al Parlamento in seduta comune.
Ed è proprio in questa ottica che diviene centrale il riferimento al Consiglio Superiore come “uno di quei delicati strumenti costituzionali di autonomia e collegamento che sono essenziali per un equilibrato e libero sviluppo delle istituzioni democratiche”.

Questa è la terza peculiarità della vicepresidenza di Bachelet che mi preme sottolineare.
La parola ricorrente, quella di “collegamento”, esprime un apparente ossimoro con il concetto di autonomia e rappresenta, ancora una volta, la sintesi dell’apertura e della sensibilità alla società che è uno dei tratti distintivi del pensiero e dell’opera di Bachelet. E il termine, meglio di qualunque altro, illumina di significato la scelta confluita nel quinto comma dell’articolo 104 della Costituzione, quello che delinea il Vice presidente quale carica eletta in secondo grado tra i componenti laici del Plenum.
I lavori in Assemblea Costituente, culminati nella seduta del 25 novembre 1947, sono stati di recente ripercorsi mirabilmente del presidente Napolitano in occasione del passaggio di testimone tra la passata e la presente consiliatura.
Una volta stabilite le proporzioni tra le due componenti laica e togata nel rapporto tra due terzi, per i designati dai magistrati e un terzo, per gli eletti dal Parlamento, il dibattito sulla natura e le prerogative del vicario del Capo del Stato in Consiglio, assunse contenuti ancora più ricchi e complessi.
Contro l’ipotesi di identificarlo nel Ministro o nel Primo Presidente della Corte di cassazione, vennero in rilievo l’intento di evitare, rispettivamente, commistioni con l’Esecutivo che affievolissero l’indipendenza e l’autonomia dell’ordine giudiziario e il contrario, ma non meno grave, pericolo di favorirne un’eccessiva separatezza e distanza dai rapporti con gli altri organi costituzionali e di rilievo costituzionale. L’equilibrio della scelta compiuta dal Costituente poggia sull’estrazione del Vice presidente dalla minoranza laica che ne fa risalire la legittimazione di investitura alla volontà parlamentare, quindi alla rappresentanza politica e, poi, allo stesso plenum consiliare che è chiamato ad eleggerlo.
Si coglie bene, dunque, la traccia sulla base della quale interpretare le funzioni vicarie, in costante collegamento con la società. Questo legame da preservare con accuratezza, a Bachelet doveva apparire inveramento della proiezione dell’ordine giudiziario nei rapporti civili e, in definitiva, fonte di legittimazione ed autorevolezza di ciascun magistrato.
Egli si rendeva conto che il magistrato andava difeso, in un momento nel quale i rischi cui era esposto sconfinavano, non di rado, nel metterne a repentaglio l’incolumità e la vita stessa. La figura del magistrato da sostenere e proteggere contro gli attacchi più violenti e nefasti, coincide con la persona umana cui Bachelet guardava con fiducia, nella convinzione che corrispondesse ad un ideale di indipendenza di giudizio, lontananza dalle influenze dei terzi, estraneità alle mode e alle tendenze sociali.
A guardar bene, è proprio qui che si situa il legato più fertile e prezioso del Bachelet vicepresidente. Prima della sua consiliatura, indipendenza e autonomia erano lette in chiave tendenzialmente difensiva, quasi di separatezza e distacco dal contesto sociale e persino da quello processuale.
Dopo il 1980, con l’epilogo tragico della consiliatura guidata da Vittorio Bachelet, sarà visibile il progressivo mutare del ruolo magistratuale. Si compie definitivamente quell’immersione dell’ordine giudiziario nella società, al quale ho prima accennato. Quel Consiglio Superiore della Magistratura e Vittorio Bachelet che a lungo lo guidò, non furono secondari nell’attivare questo processo virtuoso.
Oggi, l’esigenza del Paese e del suo sistema giudiziario è quella di aggredire la grande crisi del giudizio civile, l’enorme impatto della criminalità organizzata, della corruzione, del terrorismo non più interno ma internazionale, sull’economia, sulla società, sulle Istituzioni, le inaccettabili condizioni di detenzione, l’impellente necessità di consentire l’accesso paritetico alla tutela giurisdizionale da parte di tutti i cittadini. Si tratta di sfide che richiedono cultura della leale collaborazione e, appunto, del coordinamento. Il coordinamento, proprio quell’istituto che il Bachelet insigne amministrativista aveva tanto esplorato nella sua attività accademica e nei suoi scritti.
Ecco, allora, che di fronte a sfide complesse che attendono il governo autonomo della Magistratura, oggi, avremmo un disperato bisogno di uomini come Vittorio Bachelet, della persona e del metodo che Egli propugnava instancabilmente.
Ricordare la sua opera, i suoi valori e la sua serenità e tranquillità, ha dunque senso più che mai, perché ci induce a una riflessione, a un confronto fertile e ci rende consapevoli che, a nostra volta, come appunto Egli era solito dire, “siamo in cammino”.
Posso consapevolmente testimoniarvi, a pochi mesi dall’avvio della consiliatura, che la costante attenzione ai bisogni e alle aspirazioni dei cittadini, l’utilizzo delle virtù dell’ascolto nell’esercizio delle funzioni consiliari, la ricerca della sintesi delle diverse posizioni, il collegamento con le altre Istituzioni senza alcuna rinuncia sul versante dell’autonomia e dell’indipendenza, costituiscono insegnamenti preziosi di cui faremo tesoro nel duro lavoro che ci attende.
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