Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella sezione note legali.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, si acconsente all’uso dei cookie.

Un volano di cambiamento

Nel mondo giudiziario italiano il concetto di best practice muove per lo più dal confronto tra vari attori. La forte motivazione culturale e civile e la consapevolezza della necessaria apertura verso saperi diversi da quelli tradizionali costituiscono i presupposti di una vera rivoluzione culturale.

All’origine delle best practices

Nel mondo giudiziario italiano il concetto di best practice muove per lo più dal confronto tra vari attori orientati da una comune cultura del progresso nella qualità del servizio giustizia.

La forte motivazione culturale e civile si traduce nella convinzione che in contesti storicamente sfavoriti, connotati da una cronica e intollerabile quantità di arretrato e da una qualità del servizio percepita dal cittadino come carente, è comunque possibile creare prassi virtuose e farne un volano di cambiamento.


Da una nuova consapevolezza, una rivoluzione culturale

La consapevolezza della necessaria apertura verso saperi diversi da quelli tradizionali del giurista, come quello della scienza dell’organizzazione, costituisce un’intuizione decisiva per il successo di quella che appare una vera  rivoluzione culturale.

Accanto a iniziative più spiccatamente dirigenziali, magistrati, avvocati e cancellieri si riuniscono intorno a tavoli comuni, ed elaborano prassi su diversi aspetti organizzativi:

  • gestione delle udienze
  • modalità di partecipazione dei professionisti all’attività giudiziaria
  • accoglienza dell’utenza privata (testimoni, parti e minori)

fino ad attività che toccano la interpretazione condivisa di  norme processuali, in definitiva migliorando  la qualità della tutela dei diritti.

Tali esperienze, nate in  “comunità di pratica”,  fanno riferimento ai cosiddetti Osservatori per la giustizia, passando attraverso un processo di raffinazione progressiva di cui sono esempio i  protocolli per la gestione dell’udienza.


Il salto di qualità: i finanziamenti

Un decisivo salto di qualità è avvenuto quando alcuni dirigenti degli uffici giudiziari hanno colto le opportunità offerte da alcune forme nuove di acquisizione di risorse: finanziamenti di origine comunitaria, provenienti da enti locali, da enti professionali e persino da privati. Avvalendosi anche di consulenze organizzative e universitarie,  gli uffici hanno poi elaborato innovative forme di organizzazione del lavoro che mirano a coniugare buone prassi  e innovazione  informatica.

Sebbene per il ricorso a risorse esterne all’amministrazione giudiziaria, di cui occorre salvaguardare l’indipendenza, occorra grande prudenza, oggi l’alleanza strategica con le regioni, gli enti locali e settori privati qualificati, nonché la raccolta di un solido consenso nelle categorie interessate, a cominciare dal Foro, rappresentano un dato di fatto comune a molte realtà giudiziarie.


Principi e tratti comuni

Nelle buone prassi giudiziarie sono subito evidenti:

  • intervento coordinato a più livelli (tecnico, manageriale, istituzionale)
  • adesione ai valori costituzionali fondanti
  • cultura dell’apertura all’esterno
  • condivisione
  • ibridazione dei saperi.

Inoltre, le iniziative sul territorio tendono a posizionarsi in modo naturale sulle aree di maggiore criticità, spesso connotate da maggiori carenze di risorse: ad esempio la durata dei processi, l’accesso del cittadino agli uffici, l’assistenza al magistrato.


Buone prassi e valori costituzionali

L’organizzazione degli uffici giudiziari non è fine a se stessa ma è uno strumento dell’azione giudiziaria che deve essere efficiente ed efficace. L’organizzazione richiama, dunque, l’applicazione del principio di buon andamento e di imparzialità della Pubblica Amministrazione (articolo 97 della Costituzione), nonché il principio della trasparenza che da esso immediatamente discende.

Dunque le buone prassi meritano di essere considerate innanzitutto in rapporto ai  valori costituzionali di riferimento.

Le buone prassi rispondono, inoltre, al costante sforzo della magistratura di assicurare il pieno rispetto del vincolo costituzionale del giusto processo e della ragionevole durata (articolo 111 della Costituzione), e delle garanzie difensive (articolo 24 della Costituzione).

Si tratta di valori che allo stato attuale non sempre trovano adeguata risposta nella legislazione processuale e nella disponibilità sempre più insufficiente delle risorse,  soprattutto in termini di copertura degli organici di magistratura e personale amministrativo.

Ciò impone alla dirigenza degli uffici giudiziari uno sforzo organizzativo aggiuntivo  per giungere all’obiettivo finale: una decisione giusta, in tempi ragionevoli, e di qualità. 



  • Email