Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella sezione note legali.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, si acconsente all’uso dei cookie.

indietro

I 60 anni della legge istitutiva del CSM

I 60 anni della legge istitutiva del CSM



La genesi della legge 195/58, i lavori parlamentari, i materiali relativi alla prima elezione del CSM


Per il materiale pubblicato in questa sezione si ringraziano: l’Archivio storico della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, la Biblioteca Centrale Giuridica, la Biblioteca dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia e l'Ufficio primo della Corte di Cassazione.

 





La genesi di una istituzione: l’attualità del dibattito parlamentare sulla legge istitutiva del Consiglio


Ripercorrere “la strada” che ha portato alla promulgazione della legge istitutiva del Consiglio Superiore della Magistratura (Legge 24 marzo 1958 n. 195) significa ripercorrere la storia del lento e faticoso raggiungimento della completa autonomia e indipendenza della giurisdizione in un contesto che si snoda tra l’Italia monarchica e l’Italia repubblicana.

Nel 1880, infatti, in un periodo in cui a norma dello Statuto Albertino   (art.  68) “La Giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo Nome   dai Giudici ch'Egli istituisce”, vede la luce un embrionale organo di  governo della magistratura. Si tratta della commissione consultiva,  presieduta dal Ministro guardasigilli e costituita da magistrati eletti  dalla Corte di cassazione, con il compito di esprimere pareri sulla  promozione dei magistrati e sui casi di trasferimento senza consenso.

Solo agli inizi del ‘900 si assiste all’avanzamento di una specifica    distinzione dello status di magistrati ed al primo organo con compiti    consultivi e amministrativi, avente il nome di Consiglio Superiore della Magistratura, istituito presso il Ministero della Giustizia e formato da 20 componenti, come previsto dall’art. 4 della c.d. Legge Orlando (L. n. 8511 del 1907, completata dal R.d. n. 689/1907 e, infine, integrata dalla L. n. 438/1908).

La funzione principale di questo organo era quella di esprimere pareri rispetto alle nomine delle cariche di maggior rilievo all’interno della magistratura. La struttura interna continuava a rispondere ad una concezione gerarchico-elitaria, essendo il Consiglio composto dai rappresentanti dei più alti gradi della giurisdizione con, al vertice, i Capi di corte come membri di diritto.

E' con la caduta del fascismo che si assiste all’introduzione di un sistema di elezione dei membri del Consiglio. Detto sistema, infatti, introdotto per la prima volta con la Legge Orlando del 1907 - abolito e poi reintrodotto tra il 1912 e il 1920 - sarà definitivamente previsto con il R.d.Lgs. 31 maggio 1946 n. 511 d’iniziativa del Guardasigilli Togliatti.

Il “decreto Togliatti” manifesta due anime: la prima, di rottura dei più lampanti aspetti di dipendenza della magistratura dall’esecutivo; la seconda, di continuità con la tradizionale organizzazione gerarchica dell’ordinamento giudiziario.

Le competenze (seppur sempre di natura consultiva) furono ampliate attraverso il d.lgs.lgt. 8 febbraio 1945 e grazie alla cd. legge sulle guarentigie della magistratura, (il già citato R.d.lgs. 511/46). I due provvedimenti introducevano anche un sistema elettivo di secondo grado per i membri, tutti magistrati, escludendo una componente esterna.

Nel contempo vennero istituiti, presso ogni Corte d’appello, dei Consigli giudiziari elettivi.

Era un primo significativo passo, considerato che almeno formalmente si attuavano principi di autonomia della magistratura. Restavano la gerarchia interna e la preminenza dell’alta magistratura e, attraverso la stessa, un significativo ruolo svolto dal Ministro di Grazia e Giustizia.

Fu solo con la Costituzione repubblicana che furono    riconosciuti  chiaramente i principi di autonomia ed    indipendenza della  Magistratura ed il ruolo del Consiglio    quale  garante della concreta   attuazione ed effettività di tali    principi, soprattutto nei confronti del   potere esecutivo.

Il dibattito sul CSM in seno all'assemblea costituente fu    complesso e tormentato, nella ricerca di un punto di equilibrio    che soddisfacesse tutte le diverse esigenze e componesse le    opposte tensioni e posizioni (gli atti sono disponibili in questa sezione del sito).

Ma, seppur chiara nel riconoscere i principi di autonomia esterna (art. 104 Cost: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”) ed interna (artt. 101 comma 2: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge” e 107 comma 3 “I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.”) e nel demandare al Consiglio Superiore il compito di provvedere ad ogni aspetto relativo allo status dei magistrati (artt. 104 e ss.), la forza innovatrice della Costituzione incontrerà non poche resistenze sia fuori che dentro la magistratura nei primi anni successivi all’entrata in vigore della Costituzione.

Questa dualità di posizioni sarà anche alla base della scissione che tra il finire degli anni ’50 e l’inizio del 1960 si consumerà all’interno dell’Associazione nazionale magistrati, e che vedrà schierati da un lato i magistrati che spingevano per la effettiva e piena attuazione del dettato costituzionale e dall’altro coloro che rivendicavano e sostenevano la concezione piramidale della magistratura.

Occorrerà attendere dieci anni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana perché la legge istitutiva del Csm, ed il nuovo assetto del potere giudiziario, vedano la luce...

 


I primi passi verso un progetto di legge governativo.


In quegli anni, la dottrina e la magistratura (attraverso la Corte di Cassazione e l’Associazione magistrati) fornirono un ampio contributo culturale in ordine all’esegesi delle disposizioni costituzionali e all’elaborazione dei principi cardine attorno ai quali avrebbe dovuto essere strutturato il Consiglio superiore.

Senza pretesa di completezza, a testimonianza del travagliato percorso che ha portato alla legge n. 195, possono citarsi:

  • lo schema normativo Angeloni-Santoni Rugiu del 1948 (inerente l’intero ordinamento giudiziario);
  • i lavori della Commissione presieduta dal Primo Presidente Andrea Ferrara del 1948 (commissione composta di deputati e magistrati: Avanzini, Calamandrei, Persico, Battaglini, De Fichy, De Luise, Manca, Reale, Giannattasio) (progetto inerente l’intero ordinamento giudiziario);
  • il progetto di legge del Ministro Grassi, che prendeva spunto dai lavori della Commissione Ferrara (il testo, inerente l’intero ordinamento giudiziario, non venne presentato);
  • lo schema legislativo sul CSM elaborato dal Centro Nazionale d’azione per la riforma giudiziaria nel 1951;
  • il progetto di legge Zoli (all’epoca Ministro della Giustizia) (anch’esso non presentato);
  • il disegno di legge Conti, Mastino, Bo, Oggiano, del 1952, che riprendeva il testo elaborato dal Centro Nazionale d’azione per la riforma giudiziaria.

Plurimi, poi, gli interventi della magistratura, in varie occasioni. Possono ricordarsi:

  • i congressi nazionali dell’ANM, del 1948, del 1950 e del 1952;
  • i congressi interregionali dei magistrati del 1952 e del 1953;
  • il convegno dell’unione giuristi cattolici del 1950;
  • il convegno fra studiosi del processo civile del 1952.

 


Il lungo iter parlamentare.


Delle difficoltà di pervenire all’attuazione della Costituzione è testimonianza uno stralcio del dibattito parlamentare del 30 settembre 1952, in cui il Presidente della Camera, davanti alla richiesta dell'on. Costa di attivarsi presso il Governo per sollecitare la presentazione del progetto di legge sul CSM, risponde con un laconico "Non posso quindi che limitarmi a trasmettere la richiesta or ora avanzata dal gruppo socialista".

Nella seduta della Camera del 23 marzo 1954, l'on. Ettore Viola di Ca' Tasson presenta una interrogazione al Presidente del Consiglio Mario Scelba per sapere se intenda presentare un disegno di legge che "predisponga l’indipendenza l’autogoverno del potere giudiziario attraverso il previsto Consiglio superiore della Magistratura". Ministro della Giustizia dell'epoca era il sen. Michele De Pietro; sottosegretario di stato l'on. Ercole Rocchetti. Entrambi assursero poi alla carica di Vice Presidente del CSM. L'allora vice presidente del Consiglio dei Ministri Saragat, nel più ampio dibattito scaturito da altre interrogazioni sul c.d. caso Montesi, ricorda che istituire il CSM e, quindi garantire l'autonomia della magistratura e sottrarre la Polizia Giudiziaria al potere esecutivo, è parte del programma del Governo.

 

La prima lettura al Senato

Al Ministero della Giustizia siede colui che poi diverrà il futuro Vicepresidente, Michele De Pietro, che presenta il progetto di legge rubricato “Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura”, rielaborando il progetto Zoli. L’atto prenderà il numero S-794 (il Ministro ne dà annuncio durante la seduta del Senato del 9 novembre 1954). Il testo viene assegnato alla II commissione giustizia (con parere della V commissione bilancio) nella seduta del 13 novembre 1954.

La presentazione del progetto di legge riapre il mai sopito dibattito, nell'ambito del quale intervengono sia le osservazioni dell’ANM che il parere del 12 giugno 1956 dell’allora Consiglio superiore della magistratura a Sezioni unite.

Nelle more dell’approdo in Aula del ddl, il sen. De Pietro diviene Presidente del Senato, mentre alla Giustizia siede Aldo Moro.

Il testo approvato in II Commissione viene presentato in Aula il 9 novembre 1956 accompagnato da una corposa relazione del sen. Spallino [testo del disegno di legge e relazione] che analizza, con dovizia di particolari, i precedenti legislativi dell’istituto nella storia dell’Italia unita, gli ordinamenti stranieri e i lavori dell’Assemblea costituente. Dà inoltre conto dei contributi e delle osservazioni dell’ANM, dei precedenti progetti di legge Grassi, Zoli e De Pietro,

Nelle sedute del 13 novembre, 14 novembre e 15 novembre 1956 intervengono nella discussione generale vari senatori.

Il sen. Marzola accusa il Governo di avere fallito l’obiettivo di attuare la Costituzione per aver “instaurato in questo delicato settore dei poteri dello Stato e dei suoi rapporti interni, una politica di vertice, una politica di casta e di privilegio”, a danno dell’indipendenza dei giudici e, in ultima analisi, della libertà dei cittadini, qualificando quindi il CSM che si delinea un “organo consultivo, al servizio del Ministro di Grazia e Giustizia”.

Il sen. Antonio Romano invece rimarca la coessenzialità del CSM rispetto alla struttura stessa dello Stato, manifestando perplessità sulla presenza della componente c.d. laica, temendo influenze delle parti politiche che l’hanno designata. Nello stesso tempo, però, non appare affatto timoroso delle possibili ingerenze del Ministro della Giustizia.

Il sen. Terracini, padre costituente, denuncia che la legge mira a “conservare al massimo la vecchia struttura e la vecchia funzionalità dell’amministrazione della giustizia italiana”, a “tenere aperta al massimo la strada alla penetrazione dell’influenza governativa nell’amministrazione della giustizia”.

Il sen. Agostino ricorda come l’istituzione del CSM deve essere accompagnata dalla riforma dell’ordinamento giudiziario.

Il sen. Palermo spiega con lucidità e abbondanza di esempi il rischio per l’indipendenza del magistrato insito nell’attribuzione di competenze al Ministro della Giustizia. Anticipa poi di mezzo secolo i tempi invocando la temporaneità degli incarichi direttivi.

Il sen. Papalia ricorda come l’Assemblea costituente volle attribuire al CSM l’intero governo della Magistratura, lasciando al Ministro la sola supervisione dei servizi.

Il sen. Monni difende e giustifica l’impianto normativo, sia pur con qualche puntualizzazione, che può essere letta anche nell’intervento del sen. Barbaro.

Il sen. Picchiotti, tenendo come faro i lavori dell’Assemblea costituente, si focalizza – fra gli altri aspetti – sull’importanza di attribuire la Presidenza del CSM al Presidente della Repubblica, quale “moderatore di tutte le passioni” e “insurrogabile garanzia di giustizia”, pur rilevando come nel testo i poteri presidenziali siano estremamente ridotti.

Il sen. De Marsico definisce il ddl un “letto di Procuste” e manifesta il dubbio che la riforma serva effettivamente a tutelare l’autonomia della magistratura, definendo il nuovo organo “un istituto ibrido e inorganico”.

Il sen. Leo Leone sottolinea l’urgenza di dare attuazione alla Costituzione, richiama Montesquieu e la separazione dei poteri e critica vibratamente la preponderanza delle alte magistrature nel nuovo organo (parla di “Consiglio delli Superiori”) (p. 19003), il controllo di fatto esercitato dal Ministro della Giustizia, il ruolo ibrido del Comitato di Presidenza.

Il sen. Cerabona riconduce i ritardi della legge alla “volontà di una parte politica del Parlamento, che vede in questo Consiglio un qualche cosa che strappa al governo la possibilità di dominio attraverso la magistratura”, spingendosi poi a definire incostituzionale l’articolato.

Il sen. De Pietro motiva le ragioni di determinate scelte effettuate nell’originario progetto di legge a sua firma e si spinge a definire la proposta del Ministro una garanzia per il magistrato, perché in tal caso la decisione del Consiglio sarebbe una sorta di “riesame” della scelta del Ministro, mentre invece un potere affidato al solo CSM sarebbe meno garantista.

Nella seduta del 20 novembre 1956, il sen. Spallino svolge una corposa relazione orale, nella quale illustra l’iter “politico" del testo normativo e dà conto delle ragioni sottese al “ritardo” nell’attuazione della Costituzione: la necessità di trovare una base di consensi quanto più ampia possibile fra le varie pulsioni a dotare la magistratura di un organo di governo autonomo e a demarcare una linea netta di separazione con il potere esecutivo (su tale effettiva nettezza dai lavori parlamentari emerge ben più di un dubbio, ben più di un timore). Lo stesso sen. Spallino lascia niente affatto velatamente trasparire (sia pur in forma interrogativa) la vera preoccupazione di molti: “C’è il pericolo che il Consiglio superiore, organo autonomo e indipendente, casta quasi chiusa, assuma eventualmente posizioni contrarie alle direttive politiche prevalenti nel Paese?” (il Ministro della Giustizia Moro interverrà evidenziando la necessità di “assicurare l’indipendenza della magistratura nell’ambito però dell’unità dello Stato").

Il relatore e il Ministro delineano poi le linee portanti dell’impianto normativo maggiormente “sensibili”: composizione dell’organo (nella duplice questione  dell’elettorato attivo e passivo), organizzazione interna e natura costituzionale o meno del CSM (e correlativamente, forma degli atti e loro sindacabilità), posizione del Ministro della Giustizia.

I temi così enucleati saranno oggetto di appassionata battaglia al Senato e, successivamente, diventeranno i profili di frattura e ricomposizione alla Camera, tanto vero che il testo da quest’ultima licenziato appare profondamente modificato proprio negli articoli più divisivi in Senato.

Nella seduta del 21 novembre 1956 inizia l’esame dei singoli articoli. Già per l’esame dell’art. 1 si apre una lunga discussione su una questione, quella del numero dei componenti del CSM, che proseguirà nel tempo nel susseguirsi delle leggi che si sono occupate della composizione del Consiglio, fino al 2002 (allorquando la legge n. 44 ne operò la riduzione).

Gli interventi successivi, invece, affrontano temi ancor più delicati, quali la necessità di garantire in Consiglio la massima rappresentatività per tutte le componenti della magistratura, senza che nessuna potesse prevalere e il sistema elettorale da utilizzare (e come esso possa influenzare la composizione e l’operato del Consiglio stesso). Profetico il sen. Terracini: “Il vostro sistema elettorale genera la figura del notabile […]se il notabile ha dei doveri verso gli elettori di base, esso è più pronto a far valere su di essi dei diritti o delle pretese di diritti. […] Un regime di notabili non ha in sé nulla di democratico. Esso crea una gerarchia, e ne favorisce il consolidamento e la stabilizzazione, distruggendo ogni possibilità di un funzionamento libero e indipendente. Un corpo elettorale ristretto ai notabili facilita al massimo la formazione di clientele e le manovre di gruppo” (p. 19150 del resoconto).

Il dibattito in ordine alle modalità di elezione dei componenti c.d. laici ne evidenzia la funzione in seno al Consiglio: assicurare un apporto tecnico esterno qualificato, selezionato attraverso il meccanismo di rappresentatività del Parlamento al fine di attenuare ogni pericoloso di autoreferenzialità dell’organo e creare un legame sia pur mediato con il mondo esterno alla magistratura.

Nella seduta del 22 novembre 1956 l’attenzione si incentra sulla divisione del Consiglio in sezioni, ciascuna dotata di autonomia decisionale, scelta motivata dalla necessità di preservare la funzionalità dell’organo distribuendone il carico di lavoro (e garantire una sorta di riesame da parte del plenum, come spiegato dal Ministro Moro nella seduta del 20 novembre) e osteggiata da chi vedeva nello smembramento dell’organo una inevitabile deminutio della sua autorevolezza. Già presenti nel dibattito sono il ruolo del Comitato di Presidenza e il delicato bilanciamento fra i poteri dello stesso e quelli del plenum.

Il 29 novembre 1956 l’iter arriva a conclusione con l’approvazione finale di articoli e testo nel suo complesso, dopo un aspro dibattito incentrato sul nodo politico dei rapporti tra CSM e Ministro della Giustizia. Tale nodo - una costante dei 4 anni di lavori dedicati alla legge istitutiva del CSM – viene sciolto dal relatore sen. Spallino e dal Ministro della Giustizia Moro attribuendo al Ministro un potere di “proposta” nominativa sulle deliberazioni del CSM (proposta da cui quest’ultimo può discostarsi, salvo dover attendere le nuove determinazioni del Ministro; artt. 28 e 29 del ddl 794). I sostenitori della norma rilevano come la previsione sia necessaria in quanto il Ministro è l’organo politicamente responsabile davanti al Parlamento; i detrattori duramente evidenziano i rischi per l’autonomia della magistratura, in ragione della provenienza politica delle designazioni dei magistrati.

Ed ancora, altri profili tutt’ora attuali emergono dagli atti parlamentari: il problema della destinazione dei magistrati al Ministero della Giustizia, rispetto al quale fu necessario trovare un bilanciamento fra potere del CSM di valutare le esigenze dell’amministrazione della giustizia e necessità per il Ministro di avvalersi di collaboratori di fiducia.

Interessante un emendamento proposto all’art. 28, teso a introdurre la temporaneità degli incarichi direttivi apicali della Corte di cassazione (e la non immediata riconferma): quel che all’epoca venne respinto con toni quasi sdegnati, in quanto pericoloso per la certezza del diritto, venne poi introdotto nel 2006 per tutti gli uffici direttivi e semidirettivi.

 

Il progetto di legge nei lavori della Camera dei Deputati

Il progetto di legge governativo approda finalmente alla Camera il 6 dicembre 1956 (viene annunciata la trasmissione da parte del Senato del testo ivi approvato nella seduta del 7 dicembre 1956) e prende il numero 2603.

Dopo altri 10 giorni il progetto viene assegnato alla Commissione giustizia in sede referente (resoconto seduta Camera dei deputati 17 dicembre 1956).

Trascorre più di un anno di discussione in commissione, segnata anche dagli interventi dell’ANM (durante il congresso di Napoli del 1957) e dell’Assemblea generale della Corte di Cassazione (che il 27 aprile 1957 approva un ordine del giorno in cui esprime le proprie posizioni), dalla costituzione di una commissione ministeriale, composta dal Ministro Gonella, dal sottosegretario Scalfaro, dagli ex ministri Azara e De Pietro, dal Primo presidente Eula, dai Presidenti di sezione della Corte Tavolaro e Torrente, dal Presidente ANM Chieppa, dai Presidenti delle Commissioni giustizia di Camera e Senato Tosato e Magliano e dal relatore on. Rocchetti. Il comune luogo di confronto porta alla fine all’individuazione degli equilibri idonei a superare l’impasse.

Del testo si ritrova infatti traccia nell’Assemblea della Camera dei deputati il 27 febbraio 1958, allorquando il progetto di legge viene assegnato alla commissione in sede legislativa.

L’esame in sede legislativa avviene nel corso della seduta del 28 febbraio 1958.

Di nuovo, illuminanti i temi attorno ai quali si focalizza la discussione. Illuminanti e di estrema attualità, segno che mai sopito è il dibattito su natura e funzioni del Consiglio e che validi insegnamenti possono trarsi dalla storia della genesi dell’istituzione.

Questi gli argomenti (riecheggianti, peraltro, anche nell’odierno dibattito politico e nel processo di modifica del Regolamento interno del CSM del 2016):

  • l’esclusione dell'attribuzione di competenze a organi consiliari diversi dal plenum, che diviene l’unico organo decidente, in luogo delle tre sezioni originariamente proposte;
  • l’assegnazione a organi esterni al Consiglio (sia pure nominati e “controllati” dallo stesso) delle competenze inerenti i concorsi;
  • il numero dei componenti e la rappresentatività delle diverse funzioni dei magistrati (particolarmente acceso il confronto sulla componente proveniente dalla Corte di cassazione, ad avviso di taluno ritenuta eccessivamente preponderante, “arbitra della sorte dei magistrati” e foriera dunque di possibile soggezione dei magistrati nei confronti delle decisioni della Cassazione);
  • la necessità di una maggioranza qualificata per l’elezione dei membri laici, onde “spoliticizzarne” le nomine e preservare i diritti delle minoranze;
  • i rapporti con il Ministro della Giustizia, sotto il profilo dell’esclusione di ogni forma di partecipazione dello stesso all’esercizio dei poteri del CSM, nemmeno sotto forma di proposta. L’unica eccezione viene individuata nelle procedure di conferimento degli uffici direttivi, atteso che il Ministro è responsabile politicamente del funzionamento dei servizi della giustizia e i dirigenti degli uffici svolgono un rilevante ruolo proprio nel funzionamento del sistema giustizia;
  • l’impugnabilità dei provvedimenti del CSM davanti al giudice amministrativo, a tutela dei magistrati interessati e non potendo “istituire per essi una giurisdizione speciale”.

Il testo viene infine approvato in Commissione con 26 voti favorevoli, 7 voti contrari e 2 astensioni.

L’iter in questo ramo del Parlamento si conclude il 4 marzo 1958 con l’annuncio in assemblea dell’avvenuta approvazione in commissione, con modificazioni, del progetto di legge .

 

La seconda lettura al Senato

Il progetto torna dunque al Senato per la seconda lettura (nella seduta del 4 marzo 1958 il ministro della Giustizia ne chiede l'assegnazione alla II commissione giustizia).

Nelle sedute del 12 marzo e 13 marzo 1958, si apre il dibattito in Aula. Il relatore sen. Magliano e il Ministro Gonella enucleano nuovamente i (sempre attuali) punti nodali del provvedimento:

  • il ruolo propulsivo (e non deliberante) del Comitato di Presidenza;
  • il numero dei componenti (viene salutata con favore la riduzione dello stesso rispetto alla stesura originaria, che consente uno spostamento degli equilibri tale da non rendere eccessivamente preponderante la componente togata);
  • la paritetica rappresentanza di tutte le componenti (funzioni) della magistratura (aspetto, questo, sul quale si era incentrata a lungo l’attenzione dell’Associazione magistrati, che era favorevole all’elezione diretta e non all’elezione per categoria);
  • la democraticità insita nella scelta di attribuire potere decisionale alla sola assemblea plenaria (fatta eccezione per la sezione disciplinare, configurata come articolazione del CSM e non più come organo autonomo; il nome “sezione” è un portato dell’originaria stesura del progetto di legge, che suddivideva il Consiglio in sezioni);
  • la garanzia della ricorribilità dei provvedimenti del plenum innanzi al giudice amministrativo e della sezione disciplinare davanti alle Sezioni unite (e non, come pure ventilato nell’originario testo del ddl, davanti al plenum nella sua interezza, che sarebbe presieduto e composto – anche – dagli stessi consiglieri che hanno adottato l’atto impugnato);
  • la netta separazione di competenze fra Consiglio superiore e Ministro della Giustizia, che può interloquire con il Consiglio ma non può partecipare in alcun modo alle decisioni del Consiglio: “dopo aver dato i chiarimenti e le spiegazioni richieste, il Ministro si deve allontanare dall’Aula” (p. 27159 del resoconto);
  • l’attribuzione al Ministro di una mera facoltà di “richiesta” (non più di proposta, come nella originaria stesura del DDL) al Consiglio (anche su questo aspetto intervenne l’ordine del giorno approvato durante il congresso dell’ANM del 1957, per rimarcare l’autonomia del CSM rispetto ad eventuali poteri attribuiti al Ministro), facoltà funzionale a garantire al Ministro un minimum di coordinamento con il CSM in relazione alle proprie prerogative istituzionali;
  • la definizione del “contributo” del Ministro (responsabile per il funzionamento dell’amministrazione della giustizia) alla nomina dei capi degli uffici giudiziari in termini di “concerto” con la Commissione referente, e non con il plenum, che non ne risulta quindi vincolato.

Il dibattito lascia emergere alcune posizioni più nette di quelle poi trasfuse nel testo, che chiedevano un rafforzamento delle garanzie di indipendenza della magistratura con riferimento ai poteri del Ministro della Giustizia, alle regole elettorali (con riguardo all’elettorato attivo), alla collocazione della sezione disciplinare nel sistema CSM, al rischio di un peso eccessivamente preponderante della componente proveniente dalla Corte di Cassazione sugli assetti complessivi dell’organo. Traspariva in alcuni interventi il timore che il complesso normativo non desse vita, per usare le parole del sen. Terracini (p. 27164) a un “organo di governo della Magistratura, ma uno strumento per governare la Magistratura”, timore che la successiva storia del funzionamento del Consiglio superiore ha nel tempo fermamente smentito.

Infine, dopo lunga discussione sui singoli articoli (e relativi emendamenti), discussione che riprende i temi già in precedenza enucleati, nella seduta del 13 marzo 1958 vengono adempiuti i precetti costituzionali e la legge viene approvata.

 

La legge approvata

La magistratura viene finalmente dotata di un organo che i Padri costituenti e il legislatore vollero fortemente per garantirle la necessaria autonomia ed indipendenza.

Il testo viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 75 del 27 marzo 1958.   

Nel supplemento ordinario al bollettino ufficiale n. 6 del Ministero di Grazia e Giustizia del 31 marzo 1958 vengono pubblicati il testo della legge, il discorso pronunciato dal Ministro Gonella al Senato il 12 marzo 1958, un breve sunto dei lavori parlamentari e, cosa di maggior interesse storico-archivistico, vengono riportati:

 

  • stralci delle agenzie di stampa e i telegrammi inviati dal Primo Presidente e dal Procuratore generale al Presidente della Repubblica per esprimere il compiacimento della magistratura per l’approvazione della nuova legge
  • i telegrammi del Presidente del Consiglio, del Presidente De Nicola, del Presidente della Corte costituzionale, del Primo Presidente Eula, del Procuratore Generale Pafundi, dei Presidenti delle Corti di Appello e dei relativi Procuratori generali, dell’ANM e dei Consigli dell’ordine degli avvocati.

 


Le prime elezioni del nuovo CSM

L’elezione dei componenti togati

In attuazione della nuova legge, con decreto ministeriale 8 novembre 1958 (pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 286 del 28 novembre 1958 e nel Bollettino ufficiale del Ministero di Grazia e Giustizia del 30 novembre 1958) vengono indette per il 18 gennaio 1959 le elezioni fra i magistrati per i componenti c.d. togati del nuovo CSM.

Il Ministero della Giustizia effettua la ripartizione in 4 collegi elettorali per i “rappresentanti” dei magistrati di corte d’appello e dei magistrati di tribunale.

Vengono poi approvati i modelli delle tre schede elettorali:

Con circolare del 5 dicembre 1958 il Ministro indica le modalità di svolgimento delle operazioni elettorali, con particolare riferimento agli uffici elettorali, alla formazione delle liste elettorali, alle modalità di votazione, ai poteri degli uffici elettorali.

In vista delle elezioni, il 22 dicembre 1958 si tiene una riunione dei magistrati della Corte di cassazione allo scopo “non di indicare candidature bensì di formulare criteri generali e orientamenti di massima per evitare dispersioni di voti” [verbale della riunione].

Nello stesso periodo, l’ANM Sezione di Roma diffonde una nota a firma del Presidente Chieppa in cui si invitano i magistrati a orientarsi “verso coloro che diano sicuro affidamento di adeguare la loro azione alle nostre richieste d’abolizione immediata dei concorsi”.

Nelle more, la struttura della Corte procede agli adempimenti esecutivi per quanto di sua competenza:

Le operazioni elettorali si svolgono il 18 gennaio 1959.

Vengono di seguito pubblicati:

 

L’elezione dei componenti c.d. laici

Esattamente un anno dopo l’approvazione della legge, nella seduta del 18 marzo 1959 il Parlamento in seduta comune inizia le procedure di votazione a scrutinio segreto dei componenti laici del CSM. Nei primi due scrutini è necessaria la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea. Nessuno la ottiene.

L’Assemblea si aggiorna al 23 aprile 1959 per il terzo scrutinio. Il quorum scende ai tre quinti dei votanti. Iniziano a comparire candidati forti, ma la composizione delle maggioranze non è tale da portare all’elezione.

Il 6 maggio 1959 stesso esito.

Infine, il 2 luglio 1959, dopo 4 mesi, vengono eletti: Michele De Pietro, Francesco Paolo Bonifacio, Alfredo Poggi, Giuseppe Perrone Capano, Giuseppe Menotti De Francesco, Ugo Natoli, Giambattista Madia.

 


L'insediamento del nuovo Consiglio superiore


   

Il Consiglio, infine, si insedia il 18 luglio 1959.

Nel Bollettino ufficiale del 15 agosto 1959 è riportato il discorso tenuto nell’occasione dal Ministro Gonella.



  • Email

immagine organizzazione innovazione e statistiche organizzazione innovazione
e statistiche
immagine international corner area internazionale international corner
area internazionale