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Vittorio Bachelet (Vice Presidente del CSM)

                                                                        

Vittorio Bachelet fu ucciso il 12 febbraio 1980. Di lì a una settimana avrebbe compiuto 54 anni.

Era vicepresidente del Csm dal dicembre 1976, poco meno di 38 mesi. Bachelet era un giurista di chiara fama, un intellettuale. Aveva già scritto importanti testi di diritto amministrativo e costituzionale e insegnava alla Sapienza. Cresciuto in ambiente cattolico, iscritto alla Democrazia cristiana, era amico di Aldo Moro e aveva guidato con un certo piglio innovatore l’Azione cattolica.

All’elezione a vicepresidente, Bachelet superò Giovanni Conso, il candidato dei togati e dei laici di sinistra, per soli due voti, ma fu da subito uomo di unità proponendo, nel suo discorso di insediamento, la “larga partecipazione di tutti alla gestione del Consiglio”.

Bachelet seppe portare a sintesi la dialettica di un Consiglio composito e vivace, dove per la prima volta, in forza della nuova legge elettorale di stampo proporzionale, avevano fatto ingresso le correnti organizzate. Fu, quella di Bachelet, una consiliatura ricca di giuristi e magistrati di primo piano, caratterizzata da vivaci contrapposizioni ideologiche, eppure, anche grazie alla sua paziente disponibilità all’ascolto, al dialogo e alla mediazione, capace di ritagliarsi, nello spirito della leale collaborazione tra i poteri dello Stato, un ruolo attivo e propulsivo nella difesa delle istituzioni democratiche. Fu una consiliatura irriducibile nella tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, perché consapevole che in quei frangenti tempestosi la giurisdizione avrebbe giocato un ruolo centrale. Ma fu anche una consiliatura impegnata, anche se poco ascoltata, a superare la crisi della giustizia e a sollecitare governo e Parlamento affinché finalmente si avviasse una larga azione riformatrice.   

Bachelet si trovò al vertice del Csm nella stagione più cruenta del brigatismo rosso. I magistrati erano in prima linea contro il fuoco terrorista. Nel giro di pochi mesi caddero Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione, Fedele Calvosa, Emilio Alessandrini, e altri ne seguiranno nelle successive settimane. E in quei terribili anni Bachelet contribuì a garantire l’unità del Consiglio e a tenere compatta l’intera magistratura.

Il 12 febbraio era un martedì. La ferale notizia giunse in Csm appena suonato mezzogiorno. Vittorio Bachelet era morto da pochi minuti. Sandro Pertini, giunto subito all’Università, gli baciò il volto, come a un fratello: “Questo di oggi è il più grave delitto che sia stato consumato in Italia, perché il delitto Moro – avrebbe detto il presidente commemorandolo – aveva un carattere politico, mentre quello di oggi è diretto contro le istituzioni, perché si è voluto colpire il vertice della Magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia”. Nell’aula del plenum, nella sala che oggi porta il suo nome, fu allestita la camera ardente.  Il funerale fu celebrato nella chiesa di san Roberto Bellarmino. La piazza antistante era gremita di folla.

 

***

 

Di seguito una serie di documenti utili a ricostruire la figura umana e professionale di Vittorio Bachelet:

 

 

Il sacrificio di Vittorio Bachelet emerge nella sua tragicità dai testimoni dell’epoca, dai documenti di archivio e dalla ricostruzione dell’omicidio negli atti processuali

 

  • Atti processuali:

Nell’aula bunker del foro italico il 14 aprile 1982 comincia il primo processo per il sequestro e l’omicidio dell’on.le Aldo Moro e per la strage di Via Fani che, avendo ad oggetto diversi reati, compiuti dalla Colonna Romana delle Brigate Rosse, ha dato origine, nella fase istruttoria, a distinti procedimenti poi riuniti nella fase del giudizio di I grado.  Avanti la Corte di assise di Roma (nei cd. processi Moro I e Moro bis), oltre 60 individui sono chiamati a rispondere di numerosi capi di imputazione tra i quali l'omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet.

Il 24 gennaio 1983 i giudici della Prima Corte d'Assise di Roma (Presidente Severino Santiapichi) emettono la sentenza di primo grado: vengono condannate all' ergastolo 32 persone.

Il 14 marzo 1985, nel processo d'appello, la sentenza di primo grado viene sostanzialmente confermata facendo registrare diverse riduzioni di pena. Pochi mesi dopo, il 14 novembre, la Cassazione conferma essenzialmente il giudizio d'appello.

Negli anni successivi verranno celebrati tre nuovi processi (Moro-ter, Moro-quater e Moro-quinquies) relativi ad ulteriori procedimenti aperti nei confronti di altri brigatisti per il loro coinvolgimento in azioni eversive svolte a Roma fino al 1982 anche in connessione con il caso Moro.



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