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Mario Amato

In occasione del trentottesimo anniversario della scomparsa, per tenerne vivo il ricordo e ripercorrerne la vita professionale, pubblichiamo alcuni atti estrapolati dal  fascicolo personale di Mario Amato e dagli archivi del Consiglio, nonché le sentenze pronunciate nei giudizi relativi all'omicidio del magistrato

 

                                             

 

 

La vita professionale

 

Mario Amato nasce a Palermo il 29 novembre 1937.

Nel capoluogo siciliano compie gli studi classici e si laurea in giurisprudenza nel 1959. Negli anni sessanta si trasferisce a Roma con tutta la famiglia.

Dopo la laurea (e dopo aver svolto il servizio militare), lavora per l’ufficio correttori del quotidiano “Il Tempo” svolgendo anche, per tre anni, la pratica notarile e collaborando, inoltre, con la rivista “Il Notaro”, per la quale pubblica articoli sulle materie di elezione del periodico.

Vincitore del concorso per la carriera direttiva presso il Ministero dell’agricoltura e presso il Ministero del commercio con l’estero, opterà per quest’ultimo, ricoprendo il ruolo di Consigliere addetto all’Ufficio Contenzioso con il compito di redigere ricorsi per curare la difesa dell’amministrazione.

Nel 1970 supera il concorso in magistratura e viene nominato uditore giudiziario con D.M. del 5 giugno 1970.

Il 15 giugno dello stesso anno, presso il Tribunale ordinario di Roma, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica; il rappresentante dell’ufficio del Pubblico Ministero è, in quel momento, Antonino Scopelliti.

Svolgerà il tirocinio dapprima in Pretura - prima al penale e poi al civile -, successivamente in Procura ed infine in Tribunale. Nel rapporto redatto il 24 marzo 1971  per il conferimento delle funzioni giurisdizionali, il direttore del gruppo che cura il tirocinio del magistrato ne sottolineerà: “...la serietà, l’impegno, l’intuito giuridico e la preparazione larga e salda”, affermando di avergli affidato “...una delicata e complessa questione per onorari professionali e mi ha impressionato la precisione e la chiarezza con la quale ha dato soluzione ad una decina di temi controversi”.

Colpisce la descrizione, contenuta nel parere, di un tratto caratteriale del dott. Amato: “E’un elemento estremamente riflessivo ed attento; ciò non gli impedisce però di recare, nell’esercizio della professione, una partecipazione umana profonda” oltre al fatto che venga giudicato “...un elemento ottimo, particolarmente versato per il civile”.

Il Consiglio superiore della Magistratura delibererà il conferimento delle funzioni giurisdizionali nella seduta del 14 luglio 1971.

Il 5 settembre 1971  Mario Amato si trasferirà (insieme alla famiglia) a Rovereto (città che, ironia della sorte, darà i natali ad uno dei suoi carnefici) ed il 16 settembre prenderà possesso del nuovo ufficio e delle nuove funzioni: sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Rovereto.

Il Consiglio giudiziario presso la Corte di appello di Trento, il 27 settembre 1972, nell’esprimere parere positivo alla nomina ad aggiunto giudiziario, evidenzierà come “il magistrato in esame dimostrava dal  primo momento ottima cultura e tale qualità positiva confermava nel corso delle esercitate funzioni giudiziarie: cultura sia di carattere generale sia di carattere tecnico-giuridico” arrivando ad utilizzare toni quasi entusiastici nel rilevare come: “...la serietà e la coscienziosità che contraddistinguono il suo carattere e la sua formazione intellettuale hanno consentito che ogni affare a lui affidato fosse portato a compimento e definizione con encomiabile approfondimento e con attaccamento non comune al dovere”.

Del resto, le capacità, l’abnegazione, l’impegno e la diligenza del dott. Amato trovano conferma statistica nel prospetto del lavoro svolto in quel periodo: 371 istruttorie e 172 requisitorie oltre a un notevole numero di udienze sia civili che penali in un solo anno.

Il 13 dicembre 1972 il Consiglio Superiore della Magistratura delibererà la nomina del magistrato ad aggiunto giudiziario.

I positivi giudizi espressi troveranno conferma nel parere redatto il 2 ottobre 1975 per la nomina a magistrato di Tribunale, in cui il Consiglio giudiziario di Trento si spingerà a rimarcare come: ”L’esattezza di tali lusinghieri apprezzamenti trova ampia conferma nei giudizi contenuti nel rapporto dd. 28.6.1975 [...] in cui sono messi ancora in evidenza la preparazione del dott. Amato raggiunta anche attraverso un continuo, diligente ed intelligente aggiornamento dottrinale e giurisprudenziale, la sua elevata attitudine all’elaborazione concettuale, la sua prontezza e perspicacia che lo rendono capace di risolvere sollecitamente anche questioni di notevole difficoltà e complessità, la sua notevole laboriosità e diligenza (risultante anche dai prospetti del lavoro svolto negli ultimi tre anni), la sua sempre pronta ed efficace disponibilità anche in frangenti delicati ed onerosi, il suo senso di responsabilità, il suo equilibrio, la sua serietà e la sua dirittura morale, la sua condotta irreprensibile sia in ufficio che nella vita privata, la stima di cui gode universalmente. Tali doti del magistrato in esame risultano del resto al Consiglio anche per conoscenza diretta di alcuni dei suoi membri”.

Il 14 gennaio 1976 il Consiglio Superiore della Magistratura delibererà la nomina del dott. Mario Amato a magistrato di Tribunale.

A soli 38 anni, in assenza del titolare, per quasi un anno, Mario Amato sarà alla guida della Procura della Repubblica di Rovereto, (come evincibile dal rapporto dei capi di Corte) esercitando, nello stesso periodo, anche le funzioni di direttore del locale carcere giudiziario, senza per questo incrinare minimamente le statistiche, già di estremo rilievo, degli affari e del lavoro svolto.

 


Gli anni alla Procura di Roma: l’isolamento

 

Mario Amato torna nella capitale nell’estate del 1977.

Il 30 giugno viene difatti immesso nel possesso delle nuove funzioni di Sostituto Procuratore della Procura della Repubblica di Roma.

Sono anni in cui l’estremismo di destra è in grande fermento, specialmente nella capitale.

L’anno prima (il 10 luglio 1976) il MPON (Movimento politico Ordine Nuovo) aveva rivendicato l’omicidio di Vittorio Occorsio, il sostituto procuratore di Roma che si era occupato della strage di Piazza Fontana (tutte le prime indagini iniziate a Milano erano confluite nel fascicolo romano) e aveva cominciato ad indagare sul terrorismo di destra, sui collegamenti tra questo ed alcuni sequestri di persona, nonché in merito ai rapporti con personaggi legati ad ambienti massonici ed a funzionari infedeli dello Stato.

L’escalation di violenza nei confronti dei magistrati e degli altri esponenti delle istituzioni, in quegli anni, supera ampiamente i livelli di guardia. Tra il 1978 e l’inizio degli anni ’80 cadranno vittime del terrorismo (di tutte le sigle), tra gli altri: Riccardo Palma, Aldo Moro, Fedele Calvosa, Emilio Alessandrini, Vittorio Bachelet, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini e Guido Galli.

In quegli anni, però, l’attenzione delle forze dell’ordine e delle Istituzioni è maggiormente rivolta verso la repressione del fenomeno eversivo “rosso” ed il rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, all’inizio del 1978, aumenteranno in maniera esponenziale tale impegno.

A Mario Amato vengono affidate le inchieste seguite da Vittorio Occorsio.

Si trova catapultato in quell’universo in espansione rappresentato dal terrorismo di estrema destra che ha origini profondamente diverse dall’opposta eversione di sinistra e che trova un grande bacino di adepti nei giovanissimi membri della borghesia medio-alta della capitale (figli di avvocati, magistrati, professori...).

Diversi gruppi, derivati dalle esperienze di ” Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale - disgregatisi dopo l’ondata repressiva seguita all’omicidio Occorsio - si muovono sulla scena (nazionale e locale) e sono particolarmente attivi soprattutto nei licei capitolini. Altre associazioni criminose, anche più pericolose, nasceranno a cavallo di quegli anni.

L’attività investigativa di Mario Amato è costretta a districarsi all’interno di una nebulosa di personaggi e sigle spesso divise e contrapposte, sovente sorrette da ramificate reti di complicità. Egli lavora in assoluta solitudine, mentre deve continuare ad occuparsi anche del “lavoro ordinario”, procede ad ore e ore di ascolto diretto di registrazioni telefoniche, anche fuori dall’ufficio, nel tentativo di dare forma alla miriade di fatti, luoghi e persone che si muovono nella dimensione dell’estremismo di destra ed è “armato” solamente della propria professionalità, tenacia, intuito e determinazione.

Ad aggravare la situazione, proprio per effetto di tale encomiabile lavoro, Mario Amato diviene il destinatario, il bersaglio di denuncie ed esposti, davanti ai quali egli riceve scarsissimo aiuto e spesso vengono a mancare anche le testimonianze di solidarietà.

Il clima generale in cui è costretto a lavorare, la solitudine e la conseguente riconduzione di questo difficile e delicato lavoro alla sua persona, e non anche all'intero ufficio, avranno un peso eccezionale nella esposizione del magistrato alla follia terrorista.

 


"...sono stato lasciato completamente solo..."

 

Quando tra il marzo e il giugno del 1980 Mario Amato viene convocato in audizione, per due volte, avanti al Consiglio Superiore della Magistratura, lo squarcio che apre con le proprie dichiarazioni è gigantesco e lascerà toccare con mano (oltre a quanto si agita nella dimensione dell’estremismo di destra) lo stato di desolante criticità in cui versano la Procura di Roma, e la sua direzione, la mancanza di strumenti idonei a far fronte ad un’emergenza così grave e la mancata collaborazione interna.

L’occasione per le audizioni è un documento sottoscritto da quasi tutti i Sostituti della Procura di Roma, riunitisi in assemblea, con il quale chiedevano l’apertura di un’inchiesta per scoprire eventuali responsabili o, in assenza, fugare la falsità delle notizie diffusesi in merito a presunti favoritismi e protezioni ricevuti da una nota famiglia di industriali romani coinvolti nel fallimento di diverse società agli stessi collegate.

La lettura completa delle audizioni disegna e consente di comprendere la storia umana e professionale di un magistrato costretto a lavorare/indagare su un fenomeno criminale vastissimo in una condizione di isolamento, spesso di vera e propria emarginazione.

Ripercorrendo attraverso alcuni stralci quelle audizioni è possibile ricostruire i fatti, il clima, le tensioni in cui Mario Amato era costretto ad operare, ma anche il carattere dell’uomo, prima che del magistrato, la capacità dello stesso di guardare anche al di là del lavoro, di comprendere i problemi sottesi ai fatti esplorati durante le indagini, le angosce e il desiderio di operare e ottenere risultati migliori, avendo sempre come unico faro l’assolvimento assiduo e pieno del proprio dovere, al servizio delle istituzioni.

Mario Amato non partecipò a quell’assemblea ma, dirà: «Il relativo documento lo firmai, così come lo firmarono molti altri colleghi, in quanto ci sentimmo esposti, per la semplice appartenenza alla Procura di Roma, ad una campagna di stampa denigratoria dell’intero ufficio e ritenemmo, quindi, necessario richiedere un accertamento chiarificatore dello svolgimento dei fatti. Noi sostituti possiamo pure essere disposti a rischiare la pelle, ma non tolleriamo di essere diffamati e calunniati senza colpa.»

Il 25 marzo 1980 descriverà, tra l’altro, il delicato scenario di quegl’anni e le gravi carenze dell’ufficio rispetto alla gestione di un fenomeno pericoloso ed in rapida evoluzione:

«...La mia attività riguarda la conduzione di circa 600 processi per i reati più vari e, inoltre, mi vengono delegati tutti quelli aventi attinenza con il terrorismo nero. A tal ultimo proposito per ciò che concerne il problema dell’organizzazione, dell'ufficio, devo dire in modo forse brutale, che non esiste la benché minima organizzazione e che la dirigenza dell'ufficio "fa acqua" sotto tutti i punti di vista.

Sempre a proposito del terrorismo nero devo dire che, pur essendo indubbiamente meno pericoloso allo stato del terrorismo rosso, tale tipo, di criminalità ha firmato dal 1979 ben 4 attentati a Roma, uno dei quali ha interessato proprio questo Consiglio e non ha avuto un esito infausto soltanto perchè non ha funzionato il timer (non si sa ancora se non funzionò perchè manomesso, o per un, guasto imprevisto dagli attentatori, fatto sta che l'attentato venne compiuto con 55 candelotti di dinamite che se fossero esplosi, in piena piazza Indipendenza, avrebbero provocato una vera e propria strage). Altri, attentati neri sono stati poi quelli contro Regina Coeli e contro il Campidoglio.

Questa la situazione, che indubbiamente è di una certa gravità.

Ebbene, a fronte di questa situazione sono stato lasciato completamente solo a fare questo lavoro per un anno e mezzo. Nessuno mi ha mai chiesto cosa stesse succedendo. Solo una volta sono stato chiamato dal Procuratore Capo a proposito del nominativo di un collega trovato nell'agenda di un professore arrestato.

Recentemente ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denuncie in quanto vengo visto come la persona che vuole "creare" il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio. Affiancandomi dei colleghi sarebbe possibile, infatti, sia ridurre i rischi propri della personalizzazione dei processi, sia darmi un conforto in quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità. Oltre a tali motivazioni vi è, poi, anche quella che non ce la faccio più da solo perché è un lavoro massacrante che comporta la necessità di tenere a mente centinaia di nomi e centinaia di dati, il che è impossibile per una persona sola. Nonostante, peraltro, le più reiterate e motivate richieste di aiuto, a tutt'oggi, tale aiuto non mi è stato dato. Devo dire a tal proposito che, per lungo tempo la mia richiesta è rimasta del tutto inascoltata. Quando, poi, ho cominciato a restituire dei processi dicendo che non ero in grado di occuparmene, il Procuratore De Matteo ha cominciato a prendere in considerazione il problema di darmi l'aiuto richiesto e subito sono cominciate le difficoltà. Volontari, infatti, non se ne sono trovati e il Capo non è riuscito, fino ad ora, ad imporre a qualche collega di occuparsi insieme a me della materia in discussione. A proposito della mancanza di volontari devo dire che questa dipende anche dalla generale situazione di "sfascio" dell'ufficio. Vari colleghi mi hanno detto infatti che, vedendo in che condizioni venivo lasciato ad occuparmi di una materia così delicata, non se la sentivano di affiancarmi contrariamente a quanto avrebbero fatto se l'ufficio avesse funzionato meglio e se vi fosse stata la garanzia di un sostegno da parte del Capo dell'ufficio. Su tale stato di cose va, peraltro, aggiunto che, a seguito dei vari fatti di cronaca degli ultimi anni, molti colleghi anziani ed esperti se ne sono andati dalla Procura e sono stati sostituiti da giovanissimi che io per primo esiterei a coinvolgere in indagini così delicate. Polizia e CC, dal canto loro, sono in una situazione disastrosa e, anche a tal proposito, ritengo che vi sia una carenza del Procuratore della Repubblica che, come capo della polizia giudiziaria, avrebbe il dovere di fare delle pressioni perchè ambedue gli anzidetti corpi si dessero una organizzazione più efficiente.

Le lacune organizzative inevitabilmente si ripercuotono sulla possibilità di svolgere un lavoro proficuo che si traduca in risultati positivi. E’soltanto grazie alla tenacia ed all’intuito investigativo del magistrato che quelle “mancanze” vengono in parte colmate:

Come esempio posso citare quello della famosa "banca dei dati", che tutti coloro che si occupano di terrorismo dicono da anni che è indispensabile. Ebbene non se ne è mai fatto niente.

Un episodio indicativo a tal proposito può essere, quello accadutomi personalmente. Qui a Roma si cercano i famosi NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) che hanno rivendicato parecchi omicidi e attentati e che ora sono divenuti ancor più "virulenti". Ebbene recentemente sono state arrestate delle persone trovate in possesso di pistole e bombe a mano; il fascicolo stava per essere restituito a Civitavecchia perché qui era avvenuto l'arresto; io mi trovavo in ferie per alcuni giorni e, quando rientrai il fascicolo non era ancora partito; esaminandolo rilevai, utilizzando i miei appunti personali (manca, infatti, qualsiasi tipo di schedario), che le bombe a mano trovate a dette, persone (a me, fra l'altro, già note come soggetti pericolosi) avevano lo stesso numero di lotto di altre bombe a mano usate da altri loro amici (bombe a mano trovate in via Alessandria nel covo dei NAR e bombe a mano usate a Piazza Cairoli nell'attentato dei NAR alla sede dei P.C.I in cui rimasero ferite 22 persone).

È evidente che l’identità del numero di lotto delle bombe a mano e il fatto che le stesse vengono trovate in possesso di persone fra loro amiche non può essere una coincidenza. Resta il fatto che tale elemento l’ho evidenziato io in base ad una serie di appunti che mi sono andato formando nel corso della mia attività, mentre nel rapporto della DIGOS non era indicato. Lavorare in tal modo è inconcepibile. Siamo in pratica alle soglie di una guerra civile e ci troviamo ancora in queste condizioni! Lavorare nei confronti di organizzazioni quali le associazioni terroristiche senza disporre dei mezzi necessari per collegare i soggetti e i fatti è del tutto inutile così come inutile è, in queste condizioni, che mi si deleghi a fare delle indagini, fra l'altro rischiose, senza pormi in condizione di raggiungere dei risultati e di incidere sul fenomeno. Devo aggiungere che, nelle rare volte in cui mi sono trovato a parlare di tali processi con il Procuratore De Matteo, mi sono sentito dire che non era interessato al merito dei processi stessi e ciò, si badi bene, per fatti gravissimi che coinvolgevano non solo persone, ma interi "ambienti". A proposito degli "ambienti", va precisato che il terrorismo di destra nasce dalla classe della media e alta borghesia (le persone che agiscono in tale campo sono figli di professionisti, di colleghi, di imprenditori industriali, ecc.) e cioè di gente che reagisce in molti modi. Tutto ciò induce chi si occupa di detti processi a ricercare un sostegno da parte dei dirigenti dell'ufficio, sostegno che, invece, viene del tutto negato quando si risponde, che il merito del processo non interessa. Come fa un Procuratore della Repubblica a sostenere un proprio sostituto in una indagine delicata quando si rifiuta di conoscere, cosa questo fa e quali dati ha acquisito?».

Il 13 giugno 1980, soltanto dieci giorni prima del suo tragico omicidio, Mario Amato ripercorrerà quanto illustrato nella precedente audizione, sottolineando altri inquietanti particolari, come i tentativi di personaggi più o meno influenti, appartenenti anche al mondo giudiziario, di far passare il magistrato, e conseguentemente il suo lavoro, come fazioso, non indipendente, alimentato da acredine personale o, peggio ancora, motivato da ragioni di natura politica:

«Per fare il quadro generale della situazione in cui mi sono venuto a trovare devo dire che mi sono trovato a dover svolgere indagini in un ambiente molto difficile e cioè quello della destra romana. Si tratta di un ambiente che ha legami e diramazioni dappertutto. Specialmente per il fatto che ero il solo a svolgere detta attività mi sono trovato più volte esposto ad attacchi o della stampa, o dei legali che sono molto legati a certi ambienti. Costoro hanno cercato più volte di mettermi in cattiva luce e di indicarmi come persona faziosa, che non sa fare il proprio lavoro e cose del genere». [...] «Proprio per tali motivi io ho più volte insistito per essere affiancato da altri colleghi. Detto affiancamento, infatti, oltre ad aiutarmi dal punto di vista della mole di lavoro da svolgere, avrebbe consentito di spersonalizzare i processi di cui mi dovevo occupare. Sopratutto ciò avrebbe consentito di dire che c'era un ufficio che procedeva composto di persone che, pur pensandola politicamente in modo diverso, ciò nonostante conducevano avanti compiutamente le indagini loro demandate.» [...]«...fino a circa tre mesi fa o al massimo fino all'inizio di quest'anno, non c’è stata alcuna risposta alle mie reiterate richieste di ottenere un aiuto. Mi si è sempre risposto "vedremo, vedremo", ma nulla è accaduto. A questo punto ho cominciato a puntare i piedi, si sono verificati degli episodi spiacevoli, ma ancora nessun risultato. Poi si è verificata una situazione di ufficio un po’ antipatica che mi ha messo in difficoltà con i colleghi. Si sono, infatti, cercati dei volontari; per il terrorismo nero e, va detto con franchezza che non c'è stato nessuno che si offrisse volontariamente di affiancarmi. Credo che tale comportamento dei colleghi sia stato determinato dal fatto che la situazione, in cui io mi ero venuto a trovare e il disinteresse dimostrato dall'Ufficio li avesse indotti a ritenere che non era opportuno occuparsi di tale attività. In pratica si tratta di "rogne" di modo che se uno vede che c'è un ufficio che funziona può ancora essere indotto ad occuparsene, in caso contrario viene istintiva la domanda "a me chi me lo fa fare?". Ricordo, a tal proposito, una riunione piuttosto spiacevole in cui il Capo disse che "il mio problema“ (era infatti divenuto il "mio" problema) era risolto perché vi erano due volontari senza, peraltro, farne il nome. Il collega Nicolò Amato domandò, allora, se si poteva sapere chi fossero tali due colleghi, al che il Procuratore fece i nominativi di due colleghi che subito si alzarono protestando che loro "volontari non erano" e che, anzi, avevano manifestato una idea contraria. Uno dei due successivamente mi spiegò anche i motivi di tale sua reazione e cioè che lui vive in un quartiere in cui il M.S.I. è particolarmente attivo ed aveva addirittura la sezione di detto partito sotto casa. Tale situazione mi mise ovviamente in imbarazzo in quanto sembrava, quasi, che si trattasse di un mio problema personale. Ad un certo punto io dissi addirittura che me ne andavo dalla riunione perché poteva sembrare, quasi, che i colleghi non volessero lavorare con me. Va detto poi, che secondo me, se non c'erano dei volontari e l’affiancamento veniva ritenuto effettivamente necessario, non c'era che da prendere e nominare due colleghi...»

 * * * *

La mattina del 23 giugno 1980, Mario Amato scende a piedi lungo Via Monte Rocchetta, poco distante dalla casa in cui vive per dirigersi verso Viale Jonio e prendere l’autobus (linea 391)  che deve portarlo alla città giudiziaria di Piazzale Clodio. La sua automobile è in riparazione; aveva chiesto una vettura in ufficio, il giorno prima, ma gli orari di inizio del servizio non gli consentivano di arrivare presto in Procura.

Non si accorge della presenza del giovane alle sue spalle che lo avvicina e, all’altezza della fermata dell’autobus, gli esplode un colpo alla nuca.  

Una telefonata rivendicherà l’omicidio: “Siamo i NAR, abbiamo ucciso noi il giudice Amato. Troverete un volantino nella cabina telefonica di via Carlo Felice”.

Il documento di rivendicazione, dal titolo “Chiarimenti” riporta: ”Abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore dottor Amato, per la cui mano passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri la pagheranno”.

Mario Amato sarà l’ultimo magistrato vittima del terrorismo politico in Italia.

Il plenum che si terrà due giorni dopo l’omicidio sarà influenzato dall’accesa ma ordinata protesta dei magistrati della Procura e dell’Ufficio Istruzione di Roma che chiederanno, oltre alle opportune e necessarie garanzie sulla loro sicurezza, di verificare, anche sul piano disciplinare, le eventuali omissioni in merito alla mancata adozione delle elementari misure per la tutela dell’incolumità del dott. Amato.

La situazione di isolamento in cui matura l’omicidio di Mario Amato, le tensioni all’interno dell’ufficio, il terreno in cui si muovono i terroristi e quello, ancor più scivoloso e fragile in cui agiscono coloro i quali tentano di contrastarne l’espansione emergono con lucida chiarezza nel cosiddetto “memoriale”: una bozza di esposto scritto da Mario Amato che la vedova dello stesso trasmetterà al Consiglio (ed all'autorità giudiziaria) dopo l’omicidio.

Dal documento (e da ulteriori esposti provenienti da altri magistrati e da richieste di chiarimenti pervenute in esito a comportamenti deontologicamente criticabili del magistrato) scaturirà un procedimento disciplinare a carico del dott. Antonio Alibrandi, all’epoca in servizio presso il Tribunale di Roma, che anche in seguito al coinvolgimento del figlio in fatti delittuosi collegati al terrorismo di destra, comincerà a denunciare presunti illeciti dei colleghi. Negli esposti presentati dal dott. Alibrandi, traspaiono la forte connotazione ed i pesanti condizionamenti ideologici non solo dello stesso magistrato ma anche l'influenza che detti condizionamenti avranno nell'ambiente giudiziario oltre che in quello esterno.

Nei capi di incolpazione emergono, oltre ai condizionamenti ideologici che ne offuscarono l'operato, le pressioni utilizzate per ostacolare il lavoro del dott. Amato, le interessenze e le protezioni di cui godevano, anche negli ambienti istituzionali, alcuni terroristi di destra, e l’indifferenza dei colleghi del magistrato.

Le accuse rivolte al dottor Alibrandi riguarderanno i seguenti fatti:

  • avere interferito in un’istruttoria condotta dalla Procura di Roma per indurre un ufficiale di Polizia giudiziaria a non adempiere ai suoi doveri nel corso di una perquisizione in una sede del Fronte della Gioventù;
  • avere avvicinato, durante il dibattimento contro 27 imputati di ricostituzione del partito fascista, il dott. Mario Amato, pm di udienza cercando di influenzarne la valutazione degli atti e sostenendo che l’accusa era una montatura ordita dallo stesso Amato;
  • avere rivolto all’indirizzo di Mario Amato “espressioni di vendetta e di minaccia” e altre frasi velatamente offensive, pubblicamente, privatamente o nel corso di colloqui con altri magistrati (emblematico l’episodio così descritto dalla Procura generale della Cassazione “nei giorni successivi all’uccisione del collega Alessandrini, vedendo il collega dottor Mario Amato, in compagnia di altro magistrato, diceva ad alta voce alludendo ad essi che “quelli erano i Giudici della Repubblica e facevano bene i terroristi ad ammazzarli””).

La Sezione disciplinare – che riterrà attendibile l’esposto/memoriale di Amato - ricostruirà gli episodi contestati riconducendoli ad una complessiva condotta di interferenza in attività giudiziaria, che ingenerò, peraltro, nel dott. Amato un forte sentimento di disagio contribuendo, quindi, a delineare lo scenario in cui maturerà l’isolamento di quest’ultimo.

Con sentenza del 28 settembre 1982 il magistrato verrà condannato alla censura, sanzione che verrà in parte rideterminata in seguito all'applicazione del condono ai sensi della Legge 20 maggio 1986 n. 198.

Anche nei confronti del Procuratore della Repubblica di Roma Giovanni De Matteo verrà avviato autonomo procedimento disciplinare. 

Il magistrato (nei confronti del quale, per le carenze nella gestione dell’ufficio dallo stesso diretto, era stata già deliberata dal plenum - nelle sedute del 7 e 8 maggio 1980 - l'apertura di una pratica per incompatibilità ambientale ex art. 2 della legge sulle Guarentigie della magistratura, subito archiviata in quanto lo stesso aveva  esercitato la facoltà di essere trasferito, a propria domanda, in altra sede) verrà, con ordinanza del 22 novembre 1980, sospeso dalle funzioni e dallo stipendio dalla sezione disciplinare del Consiglio. Il provvedimento sarà poi annullato dalla Sezioni unite della Cassazione il 5 febbraio 1983 in esito alla pronuncia di incostituzionalità dell'art. 23 comma 2 (come modificato dall'art.3 della L. 695/1975) della legge istitutiva del Consiglio Superiore ad opera del Giudice delle Leggi.

Solo dopo la morte di Mario Amato si formò un pool all’interno della Procura capitolina che, in brevissimo tempo, grazie soprattutto al lavoro ed alle intuizioni del magistrato, conseguì risultati istruttori straordinari, cambiando radicalmente il modo di lavorare in tutte le indagini di eversione politica e terrorismo, di destra e di sinistra e anche in quelle di criminalità organizzata.

 


Le tappe della vicenda processuale

 

Corte assise Bologna - 5 aprile 1984 (parte 1; 2; 3; 4; 5)

Per l’omicidio di Mario Amato la Corte di assise di Bologna condannerà alla pena dell’ergastolo Gilberto Cavallini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Paolo Signorelli, quest’ultimo ritenuto concorrente morale nell’omicidio.

Corte assise appello Bologna - 6 febbraio 1986

Il giudice di appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, assolverà, per insufficienza di prove, Paolo Signorelli dai delitti contestatigli  e confermerà  nel resto la sentenza del giudice di prime cure.

Corte di cassazione - 16 dicembre 1987

La Corte  suprema di cassazione dichiarerà inammissibili i ricorsi di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e rigetterà il ricorso proposto da Gilberto Cavallini.

Annullerà la sentenza impugnata nei confronti di Paolo Signorelli,  rinviando per un nuovo esame ad altra sezione della medesima Corte di assise di appello,.

Il 16 dicembre 1987 la condanna passerà in giudicato nei confronti di Gilberto Cavallini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Corte assise appello Bologna - 2 luglio 1988 (parte 1; 2; 3; 4)

Il giudice di rinvio confermerà la sentenza della Corte di assise di Bologna del 5 aprile 1984 nei confronti di Paolo Signorelli (con l’esclusione dell’aggravante dell’aver diretto ed organizzato il delitto) condannando lo stesso per concorso per istigazione nella commissione dell’omicidio del giudice Amato e concorso in attentato per finalità di terrorismo.

Corte di cassazione - 28 febbraio 1989

Il giudice di legittimità disporrà l’annullamento anche della nuova pronuncia del giudice di rinvio stabilendo la trasmissione per nuovo esame alla Corte di assise di appello di Firenze.

Corte assise appello Firenze - 15 gennaio 1990

La prima Corte di assise di appello di Firenze, in sede di rinvio, riformerà la sentenza della Corte d’assise di Bologna e per l’effetto assolverà Paolo Signorelli dai reati ascrittigli.

Il 23 aprile 1991 sulla pronuncia scenderà  il giudicato 

 


I documenti pubblicati

 

 


I corsi di formazione organizzati dal Consiglio Superiore della Magistratura e dedicati alla memoria di Mario Amato

 

Le capacità investigative e l’esempio lasciato da Mario Amato sono tali che il Consiglio, dal 1998 al 2004, ha intitolato alcuni corsi di formazione per magistrati alla memoria del magistrato.

Nel 1997, difatti, il Consiglio decise di istituire corsi di approfondimento specialistico destinati proprio a magistrati con funzioni requirenti. Questi i corsi tenuti:

  • 1998 - Primo corso "Mario Amato" di approfondimento tematico sulle tecniche di indagine (l'elenco dei relatori e le relazioni depositate sono visibili attraverso questo link  inserendo il codice incontro "300");
  • 1999 - Secondo corso " Mario Amato " di approfondimento tematico sulle tecniche di indagine (l'elenco dei relatori e le relazioni depositate sono visibili attraverso questo link  inserendo il codice incontro "400");
  •  2000 - Terzo corso " Mario Amato " di approfondimento tematico sulle tecniche di indagine. La DNA e le DDA: profili istituzionali e problematiche processuali (l'elenco dei relatori e le relazioni depositate sono visibili attraverso questo link  inserendo il codice incontro "449");
  • 2001 - Quarto corso " Mario Amato " di approfondimento tematico delle tecniche di indagine (l'elenco dei relatori e le relazioni depositate sono visibili attraverso questo link  inserendo il codice incontro "551");
  • 2002 - Quinto corso " Mario Amato " di approfondimento tematico delle tecniche di indagine e nuove tecnologie (l'elenco dei relatori e le relazioni depositate sono visibili attraverso questo link  inserendo il codice incontro "610" e “622”);
  • 2003 - Sesto corso " Mario Amato " di approfondimento tematico delle tecniche di indagine: i protocolli di indagine. (l'elenco dei relatori e le relazioni depositate sono visibili attraverso questo link  inserendo il codice incontro "764");
  • 2004 - Settimo corso " Mario Amato " di approfondimento tematico delle tecniche di indagine: i protocolli di indagine per l’accertamento dei reati colposi e dei reati ambientali. (l'elenco dei relatori e le relazioni depositate sono visibili attraverso questo link  inserendo il codice incontro "1173");

 

 

 



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