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Gian Giacomo Ciaccio Montalto

In occasione del trentacinquesimo anniversario della scomparsa, per tenerne vivo il ricordo e ripercorrerne la vita professionale, pubblichiamo alcuni atti estrapolati dal fascicolo personale di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e dagli archivi del Consiglio, nonchè le sentenze pronunciate nei giudizi relativi all'omicidio del magistrato.

 

La vita professionale

 

Gian Giacomo Ciaccio Montalto nasce a Milano il 20 ottobre 1941, da genitori di origini siciliane. Negli anni ‘60 si laurea in giurisprudenza a Roma, dove la famiglia si è spostata a seguito del trasferimento del padre (anch’egli magistrato) in Cassazione.

Dopo aver superato il concorso in magistratura, il 15 giugno 1970, Ciaccio Montalto giura fedeltà alla Repubblica. Nel verbale di immissione in possesso degno di nota è il fatto che, in quel momento, il rappresentante dell’ufficio del Pubblico Ministero fosse Antonino Scopelliti, (anch’egli vittima - nel 1991 - della criminalità organizzata).

Ciaccio Montalto svolge il periodo di uditorato presso gli uffici giudiziari romani, inizialmente presso la Pretura, poi in Tribunale, in seguito in Procura, per poi tornare nuovamente in Pretura fino al conferimento delle funzioni giurisdizionali.

I magistrati affidatari ne sottolineano le “ottime doti di ingegno e di equilibrio”, nonché la “solida preparazione giuridica generale”.

Anche il Presidente della Corte d’appello di Roma, nel parere per il conferimento delle funzioni giurisdizionali, sottolinea come abbia avuto modo direttamente di osservare che “il Ciaccio sia veramente elemento dotato di pronta e vivida intelligenza, di sicuro intuito giuridico e di eccellente preparazione professionale”, e che “le sentenze civili e penali da lui redatte presentano chiarezza di esposizione, ottima capacità di sintesi, notevole proprietà di linguaggio, attento ed approfondito esame delle carte processuali, sicura padronanza delle varie branche del diritto, sia privato sia pubblico...” concludendo che “la rigorosità del ragionamento, sempre incisivo e convincente è, indubbiamente, una delle migliori doti del Ciaccio”. 

Il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 14 aprile 1971, delibera il conferimento delle funzioni giurisdizionali. Altra coincidenza vuole che, in pari data, insieme a Ciaccio Montalto, vengano conferite le funzioni anche a Vincenzo Terranova e Mario Amato. 

Il 20 settembre 1971 Ciaccio Montalto viene immesso nelle funzioni di Sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trapani e rimarrà in quell’ufficio fino al giorno della sua tragica scomparsa.

Nel 1972 il Consiglio giudiziario presso la Corte di appello di Palermo, nell’esprimere parere favorevole alla nomina ad aggiunto giudiziario pone in rilievo - tra l’altro - le profonde doti di diligenza ed equilibrio del magistrato, sottolineando come: “Lo studio serio dei fatti, sottoposti al suo esame, la valutazione serena ed obiettiva compiuta, gli attribuiscono saldezza di convinzioni, sostenute per altro con argomentazioni valide e stile elegante, senza nulla cedere alla tentazione di professarle con ostinata intransigenza e caparbia osservazione”.

Il 2 gennaio 1974 il Procuratore uscente della Repubblica di Trapani, nel tributargli un elogio per la sua attività, utilizza parole non comuni sottolineando come “...Ella si è impegnato con generosa dedizione nell’assolvimento delle Sue funzioni con sacrificio della propria vita privata e della Sua salute, per il solo convinto ideale di servire la legge e nella legge la giustizia. Tali eccellenti virtù valgono di esempio e sorreggono la speranza e la fiducia di quanti auspicano il livello superiore e la indefessa operosità della giovane magistratura”. 

A soli 33 anni Ciaccio Montalto è il reggente dell’ufficio requirente trapanese, fino alla nomina del nuovo Procuratore e, il 9 giugno del 1976, consegue l’ultima promozione della sua carriera: la nomina a magistrato di Tribunale.

Nel parere del Consiglio giudiziario, oltre al riscontro statistico dell’elevato rendimento quantitativo del magistrato, sintomo “dell’impegno col quale egli esercita le sue delicate funzioni, con non lieve personale sacrificio, spesso al limite delle possibilità umane” colpisce soprattutto il giudizio sulla sensibilità del dott. Ciaccio Montalto descritto come un magistrato “attento allo studio dei fatti, perspicace nella loro valutazione, fedele al dettato della legge e tuttavia aperto ai lavori emergenti della società e sensibile agli aspetti umani delle vicende giudiziarie sottoposte al suo esame, egli unisce alla maturità del carattere e alla serenità del giudizio un sicuro intuito giuridico e un’ormai vasta esperienza professionale”.


L'attività a Trapani

 

Ciaccio Montalto è dunque un magistrato con un altissimo senso del dovere e un elevatissimo rispetto delle Istituzioni, come dimostrano i pareri e le valutazioni citate.

Ma anche un uomo dalla personalità forte, di sicura influenza – e non solo dal punto di vista delle tecniche e delle modalità di indagine – per un altro giovane magistrato: Giovanni Falcone, che dal 1966 al 1978 svolse varie funzioni (prevalentemente giudicanti) presso gli uffici giudiziari trapanesi .

Proprio insieme a Giovanni Falcone è protagonista di un grave episodio, gestito con fermezza ed equilibrio: il 9 ottobre del 1976 è infatti chiamato ad intervenire presso il carcere di Favignana dove un detenuto, armato di coltello, terrà sotto sequestro per l’intero giorno lo stesso Falcone, all’epoca magistrato di sorveglianza, che si trovava nella casa di reclusione per ascoltare i detenuti che gli avevano chiesto colloquio.

Negli anni di permanenza alla Procura di Trapani si occuperà di delicate istruttorie - alcune delle quali avranno molto risalto mediatico - come quella che portò a processo Michele Vinci (il cd. mostro di Marsala, responsabile del rapimento e della morte di tre bambine di 7, 9 e 11 anni) o quella sull’inquinamento del golfo di Cofano, o ancora le indagini per le distrazioni di denaro connesse alla (mancata) ricostruzione post-terremoto del Belice, o ancora quelle sulle adulterazioni nel settore vinicolo nella zona di Partinico-Alcamo- Balestrate, che vedrà coinvolti imprenditori spesso legati alle associazioni criminali di stanza sul territorio.

Ciaccio Montalto si occuperà, inoltre, della “costola” siciliana del c.d. “scandalo dei petroli” (la magistratura, negli anni ’70, fece emergere una serie di episodi di corruzione che videro come protagonisti ministri ed ex ministri dell’epoca e società petrolifere), in cui verranno coinvolti esponenti politici locali legati da rapporti, anche di parentela, con le famiglie mafiose della zona.

Grande conoscitore dei fenomeni mafiosi e antesignano della lotta ai clan attraverso il lavoro in pool e con l’utilizzo di metodi di indagine e di ricerca della prova allora considerati innovativi - come il controllo delle operazioni bancarie e la necessità di istituire un’anagrafe bancaria - Ciaccio Montalto fu il primo ad occuparsi della mafia del trapanese. Riteneva che la magistratura - piuttosto che osservare il fenomeno mafioso soltanto in occasione dei processi in corso - dovesse analizzare costantemente tutto quanto potesse essere ricondotto all’attività della criminalità organizzata e individuare idonei strumenti investigativi e culturali per avere una visione d’insieme degli affari delle cosche aggiornata e di pronta consultazione.

Questo modo di intendere le indagini e la magistratura davanti al problema delle mafie è ben testimoniato nell’intervento tenuto dal magistrato all’incontro dal titolo “Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso”, organizzato, nell’estate del 1982, dal Consiglio Superiore della magistratura. Vi si può infatti, tra l’altro, leggere: “... Per quanto attiene alle misure ed alle iniziative che potrebbero essere prese in sede governativa, innanzitutto si cerchi di realizzare in maniera rapida e razionale, la banca dei dati (...). Si rifletta sul fatto che ciò che si chiede è qualcosa che il più piccolo magazzino di ricambi possiede da tempo e che non si può certo continuare ad affidare alla memoria storica di qualcuno di noi o di certi marescialli comunque soggetti a trasferimento”.

 

            

 


Un magistrato scomodo

 

La vicenda umana e professionale del dott. Ciaccio Montalto si conclude nella notte del 25 gennaio 1983 in una stradina di Valderice, dove il magistrato risiedeva da poco tempo (il resto della famiglia - la moglie e le tre figlie - viveva ancora nel centro di Trapani).

Ciaccio Montalto ha appena parcheggiato davanti al cancello della villetta, con sé un thermos di caffè, segno evidente che vuole lavorare quella notte. Mentre è in procinto di scendere dall’auto viene raggiunto da diversi proiettili (14 secondo l’esame autoptico) di diverso calibro, uno dei quali colpisce anche l’orologio della vettura che, fermandosi alle ore 1.12 attesterà l’ora dell’agguato.

Sulla scena del delitto furono rinvenuti ben 23 bossoli. In una zona ad alta densità, con villette limitrofe distanti pochi metri l’una dall’altra, nessuno “sentirà”, né “si accorgerà” del cadavere del giudice, riverso tra il sedile di guida e quello del passeggero. Solo alle 6.30 un contadino ne denuncerà la presenza.

Il 26 gennaio del 1983 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini convoca un plenum straordinario del Consiglio Superiore della Magistratura, nell’aula magna del palazzo di giustizia di Palermo. 

È la prima volta che il plenum del Consiglio si riunisce al di fuori della sede istituzionale di Roma (e purtroppo, come noto, non sarà l’ultima occasione).

Nel suo commosso discorso, il Presidente Pertini, come da propria abitudine, userà espressioni di fiducia: “Questa seduta intende tributare un affettuoso e doveroso omaggio alla memoria del magistrato caduto [...]. Giacomo Ciaccio Montalto [è] caduto nel pieno vigore della sua vita; magistrato dal forte ingegno e dal coraggioso rigore nell’affrontare la mafia, questa ignobile minoranza che non riuscirà mai a contaminare il sano popolo siciliano”. E ancora: “Non sono necessarie leggi eccezionali. La Repubblica già dispone delle leggi da far osservare con fermezza e giustizia, prima fra tutte la Costituzione. Gli organi dello Stato devono aver ben chiara la priorità assoluta che la lotta al crimine organizzato assuma ora in Italia, per la sfrontatezza e la brutalità della sfida, per i valori morali che sono in gioco, per la sete di giustizia e la volontà di ripristinare un costume rigoroso che avvertiamo prorompere dal nostro popolo. Devono essere accuratamente recise tutte le connessioni tra gli uomini della mafia e la società civile. Il popolo italiano non può essere confuso con il terrorismo, il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia”.

Più critico sarà l’intervento di Carmelo Conti, magistrato siciliano e membro del Csm, che non potrà non sottolineare come “nonostante il frastuono provocato dalla gragnuola di colpi di arma da fuoco sparati contro la vittima, Giacomo Ciaccio Montalto è rimasto tutta la notte cadavere nella sua vettura, senza che una qualsiasi segnalazione, anche anonima, avvertisse la polizia e la magistratura del delitto. Si badi bene di un delitto commesso nel centro di Valderice”.

Il giorno dell’omicidio, Ciaccio Montalto non aveva scorta: l’aveva rifiutata, nonostante fosse stato destinatario di diverse minacce. Tale circostanza (la mancata scorta, nonché l’isolamento del magistrato) divenne oggetto di una interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno e di un acceso dibattito alla Camera dei Deputati, che vide fra gli altri come protagonista, Leonardo Sciascia, il quale volle insistere su di un fatto in particolare: anche se era stato oggetto di minacce e di atti intimidatori, e lo aveva confidato anni prima ad un amico giornalista, nessuna richiesta ulteriore di protezione pervenne al Ministro da parte dei superiori del magistrato (il resoconto stenografico dell'interrogazione parlamentare è disponibile sul Portale Storico della Camera dei deputati).

Prima di essere ucciso, Gian Giacomo Ciaccio Montalto aveva presentato diverse domande di trasferimento (Milano, Genova, Parma) ed era in procinto di essere trasferito a Firenze.

Malgrado l’imminente partenza per il capoluogo toscano, (come verrà evidenziato anche dagli atti giudiziari relativi al suo omicidio) il magistrato stava predisponendo diversi ordini di arresto nei confronti di persone insospettabili e notabili dell’imprenditoria e stava indagando anche su alcuni soggetti sospettati di appartenere a Cosa Nostra che operavano in Toscana, coinvolti peraltro anche in alcuni fatti di sangue avvenuti nelle vicinanze di Firenze.

Erano molti i segnali che indicavano che nel fiorentino la mafia aveva messo radici e tessuto rapporti con personaggi di spicco del mondo industriale ed istituzionale, e che il giudice avrebbe potuto continuare il suo lavoro di contrasto anche fuori dalla Sicilia.

Negli ultimi mesi di vita Ciaccio Montalto si stava occupando di indagini legate ad affari illeciti e fatti di corruzione che vedevano coinvolte famiglie mafiose del trapanese e uomini delle istituzioni, tra cui anche colleghi del magistrato, oltreché di un grosso traffico internazionale di armi e stupefacenti e della presunta esistenza di una grande raffineria di droga nel territorio trapanese.

Il tempo gli avrebbe dato ragione.

Della situazione in cui versavano gli uffici giudiziari trapanesi, e del conseguente “isolamento” del dott. Ciaccio Montalto, della mancata vigilanza, ed in alcuni casi della mancata denuncia di delicatissimi fatti da parte degli Uffici e dei magistrati preposti, delle responsabilità (disciplinari e penali) di alcuni colleghi del giudice, si sarebbe, infatti,  occupato - qualche anno dopo la tragica scomparsa del magistrato - anche il Consiglio superiore della Magistratura sia in sede amministrativa (con la proposta della prima commissione di trasferimento per incompatibilità ambientale e funzionale ex art 2 della legge sulle guarentigie della magistratura, deliberata dal plenum nelle sedute del 9 ottobre 1984 - antimeridiana e pomeridiana - e del 10 ottobre 1984 - antimeridiana e pomeridiana) che in sede disciplinare.

La raffineria di droga, invece, venne scoperta nella zona di Alcamo nella primavera del 1985: rispondeva agli ordini di Giuseppe (Pippo) Calo’, il “cassiere di Cosa Nostra”. A proseguire le indagini sul traffico internazionale di armi e stupefacenti iniziate da Ciaccio Montalto, fu un altro magistrato requirente, Carlo Palermo, trasferitosi da Trento a Trapani, il quale aveva condiviso con il primo parte delle stesse. Carlo Palermo ebbe maggior fortuna di Ciaccio Montalto: il 2 aprile 1985 (solo dopo 40 giorni dal suo trasferimento a Trapani) riuscì a scampare ad un attentato dinamitardo che costò la vita ad una donna, Barbara Rizzo, e a i suoi due gemelli di 6 anni.

Insieme a Pietro Scaglione (1971), Cesare Terranova (1979) e Gaetano Costa (1980) fu tra i primi magistrati a cadere sotto i colpi di Cosa nostra.


Le tappe della vicenda processuale per l'omicidio di Ciaccio Montalto

 

Corte di assise di Caltanissetta, 4 marzo 1989 (parte 1 e parte 2)

Il 4 marzo 1989, dopo circa sei anni d’indagine, la Corte d’assise di Caltanissetta condanna alla pena dell’ergastolo il capomafia di Trapani Antonino (Totò) Minore - ritenuto il mandante – e Ambrogio Farina e Natale Evola per l’esecuzione dell’omicidio. La Corte condanna anche altre persone per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.

Secondo i giudici Ciaccio Montalto sarebbe stato ucciso per aver individuato i traffici di droga e armi tra Usa e Sicilia, oltre che i canali bancari attraverso i quali venivano riciclati gli ingenti proventi di tali affari illeciti.

Corte di assise di appello di Caltanissetta 30 novembre 1992

Dopo una camera di consiglio durata più di due giorni, il 30 novembre del 1992 la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta riformava la sentenza della Corte di assise di Caltanissetta del marzo 1989, annullando  tutte le condanne inflitte in primo grado.

Corte di cassazione 23 febbraio 1994

Con sentenza in data 23 febbraio del 1994 la Corte di cassazione renderà definitive le assoluzioni disposte dalla Corte d’assise di appello di Caltanissetta. (peraltro, tutti gli imputati per l’omicidio del magistrato risultavano deceduti).

Corte di assise Caltanissetta 12 giugno 1998 (parte 1 e parte 2)

Per effetto della “battuta d’arresto” dovuta alle assoluzioni del 1994, l’inchiesta sull’omicidio del magistrato prosegue contro ignoti.

Nel 1995, grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, vengono individuati un diverso movente e altri responsabili. A richiedere la morte del magistrato sarebbe stato Salvatore (Totò) Riina. Il motivo era da ricercare, tra l’altro, “nell’offesa” che il giudice avrebbe osato arrecare al boss, emettendo un mandato di arresto nei confronti dell’anziano zio dello stesso, Giacomo Riina, contabile di una nota impresa di materassi. “Fastidi”, questi, probabilmente destinati ad aumentare con l’imminente trasferimento del magistrato in Toscana dove zio e boss avevano forti interessi economici e criminali

Il 12 giugno 1998 la Corte d’assise di Caltanissetta dichiarerà responsabili dell’omicidio del dott. Giangiacomo Ciaccio Montalto Salvatore (Totò) Riina (ritenuto il mandante dell’omicidio) e Mariano Agate (considerato l’esecutore materiale).

Corte di assise di appello Caltanissetta 20 maggio 2000 (parte 1 e parte 2)

La sentenza di condanna nei confronti di Riina e Agate verrà confermata il 20 maggio del 2000 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta.

Corte di cassazione 13 dicembre 2001

Dopo 13 anni dall’omicidio del magistrato, la Corte di cassazione scriverà la pagina definitiva della vicenda processuale confermando la sentenza di appello della Corte di assise di appello Caltanissetta del 20 maggio 2000. 


Gli atti pubblicati

 

Dal fascicolo personale del dott. Gian Giacomo Ciaccio Montalto e dagli archivi del Consiglio sono stati estratti ed in questa sezione pubblicati:

 

 



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