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Emilio Alessandrini

  

                                                         

          

Nel giorno del settantaseiesimo anniversario della nascita, per tenerne vivo il ricordo e ripercorrerne la vita professionale, pubblichiamo alcuni atti estrapolati dal fascicolo personale di Emilio Alessandrini e le sentenze pronunciate nei giudizi relativi all'omicidio del magistrato.

 

La vita professionale

 

Emilio Alessandrini nasce il 30 agosto 1942 a Penne, in provincia di Pescara, ma si trasferirà, presto, con la famiglia a Pescara, dove conseguirà, nel 1960, al liceo D'Annunzio, la maturità classica. Gli studi universitari li svolgerà invece a Napoli, dove conseguirà la laurea in giurisprudenza nel 1964.

Superato il concorso in magistratura e nominato uditore giudiziario verrà, con D.M. del 13 novembre 1967, destinato al Tribunale di Bologna per compiere il prescritto periodo di tirocinio.

Il 22 novembre 1967, presterà giuramento di fedeltà alla Repubblica e verrà immesso nell’esercizio delle funzioni di uditore giudiziario, svolgendo il tirocinio prima in Pretura, poi in Tribunale e, da ultimo, presso la Procura di Bologna.

Nella relazione sullo svolgimento del tirocinio, il direttore del gruppo evidenzierà che il dott. Alessandrini è dotato di “sereno equilibrio, spiccato senso del dovere, costante operosità e viva intelligenza”: le medesime attitudini che anche il Procuratore generale e il Presidente della Corte di appello di Bologna sottolineeranno nel redigere, il 3 giugno del 1968, il positivo parere per il conferimento delle funzioni giurisdizionali.

E’ in pieno 1968 (il 16 dicembre) che prenderà possesso presso la Procura della Repubblica di Milano, assumendo le funzioni di Sostituto procuratore: ufficio e funzione che ricoprirà fino al giorno della sua tragica scomparsa.

Il 3 febbraio 1971 il Consiglio giudiziario di Milano, nell’esprimere parere favorevole alla nomina del dott. Alessandrini ad aggiunto giudiziario, sottolineerà come lo stesso in 18 mesi ha definito 687 procedimenti, partecipato a 116 udienze e redatto 97 requisitorie ritenendo ”doveroso porre in rilievo lo zelo encomiabile, la marcata capacità dialettica, la profondità di indagine ed il perfetto equilibrio del dr Alessandrini, serio, dignitoso e compito nel tratto”, sottolineando inoltre il fatto che il magistrato “gode della stima e considerazione dei colleghi e del Foro”.

Il Consiglio Superiore della Magistratura delibererà la nomina del dott. Emilio Alessandrini ad aggiunto giudiziario in data 3 giugno 1971 .

Sono gli anni più cupi della storia della Repubblica, ed il giudice Alessandrini si occupa di terrorismo: dell’eversione di destra in particolar modo.

Il suo impegno e le doti investigative sono alla base dell’elogio che il procuratore della Repubblica di Milano gli tributa (insieme al collega Fiasconaro) il 14 febbraio 1972 per “la prontezza, la sagacia, l’energia e lo zelo” con i quali sono state svolte le delicate indagini relative ad alcuni attentati dinamitardi compiuti a Milano dalle Squadre d’Azione Mussolini (S.A.M.).

La stessa formazione terroristica, a qualche giorno di distanza, sarà protagonista di un nuovo attentato, questa volta diretto contro lo stesso giudice Alessandrini: un ordigno verrà fatto esplodere nel cortile dello stabile dove risiede il magistrato provocando, fortunatamente, solamente danni alle cose.

Le S.A.M., nella rivendicazione, dichiareranno essere stato un “avvertimento” per il dott. Alessandrini, che riceverà anche la solidarietà del Ministro della giustizia Gonnella.

Negli stessi anni, Alessandrini si occuperà anche delle indagini sulla strage di piazza Fontana.

                                               

Erano le ore 16,30 circa del 12 dicembre 1969 quando nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano l'esplosione di un ordigno di elevata potenza causa la morte di  17 persone; i feriti saranno oltre novanta. Lo stesso giorno, sempre a Milano, nella sede centrale della Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala, è rinvenuta una borsa in similpelle contenente un ordigno, fortunatamente inesploso. Contemporaneamente, a Roma, in breve tempo esplodono altre tre bombe: la prima nel sottopassaggio della filiale di via San Basilio della Banca Nazionale del Lavoro e le altre due sull’Altare della Patria.

Il primo ad occuparsi delle indagini è un magistrato della Procura di Roma, Vittorio Occorsio; mentre la sua istruttoria va avanti, altri e nuovi filoni di indagine vengono seguiti in altri uffici giudiziari: dalle dichiarazioni del segretario della Democrazia Cristiana di Treviso (Guido Lorenzon) nasce la cd. pista nera che porta a due estremisti legati al movimento di estrema destra Ordine Nuovo (Franco Freda e Giovannni Ventura) e a Guido Giannettini, giornalista di estrema destra con legami forti nel Sid.

Alla fine della sua istruttoria (il 25 settembre del 1970) Vittorio Occorsio rinvia a giudizio l’anarchico Pietro Valpreda, il neofascista Stefano delle Chiaie e altre persone di più incerta collocazione politica (neofascisti convertiti all’anarchia, anarchici che fino al giorno prima erano in altri schieramenti etcc..).

Il 23 febbraio 1972 a Roma si apre il processo nei confronti di Valpreda e degli altri imputati, ma la Corte d’assise si dichiarerà incompetente e gli atti di Roma, insieme a quelli dei giudici veneti, arrivano per competenza a Milano, dove però  restano poco: nell’estate del 1972 il Procuratore generale di Milano chiederà che per motivi di ordine pubblico lo stesso venga trasferito dal capoluogo lombardo, scatenando le reazioni della Anm locale, di cui era segretario un’altro giudice del Tribunale di Milano, Guido Galli.

Il 14 marzo 1973 il dott. Alessandrini riceve parere favorevole alla nomina a magistrato di Tribunale: il Consiglio giudiziario di Milano osserverà che ”...il dr Alessandrini ha continuato a prestare servizio nella procura suddetta ed è stata particolarmente apprezzata la sua laboriosità, non solo sotto il profilo della quantità degli affari trattati, bensì anche sotto quello dell’affinamento delle qualità che già aveva dimostrato”, e che lo stesso ”è stato incaricato dell’istruzione di procedimenti di particolare importanza, nella quale ha dimostrato il possesso di ottima cultura giuridica e di particolari qualità umane grazie alle quali i suoi rapporti con colleghi, avvocati e cittadini sono particolarmente agevolati”.

Il Consiglio Superiore delibera il 26 giugno 1973 la nomina del dott. Alessandrini a magistrato di Tribunale.

In quegli anni Emilio Alessandrini continua a lavorare alla seconda istruttoria sulla strage di Piazza Fontana (quella nata in Veneto, sulla cd. pista nera, dalla quale, a seguito dello stralcio di alcune posizioni, nascerà anche una terza istruttoria); il magistrato depositerà la sua requisitoria per il rinvio a giudizio dei componenti della cellula fascista veneta il 6 febbraio 1974.

Un mese dopo un’altro giovane magistrato (Gerardo D’Ambrosio) chiederà il rinvio a giudizio di Freda, Ventura e altri, ma anche i suddetti processi verranno dalla Cassazione trasferiti a Catanzaro.

Sono anche gli anni dell’eversione di sinistra e Alessandrini sarà uno dei primi a condurre indagini sull’Autonomia Operaia milanese.

Egli, come altri suoi colleghi meneghini, cerca non solo di affrontare il problema eversivo dal punto di vista giudiziario ma di comprendere il fenomeno dal punto di vista sociale.

In una relazione svolta ad un incontro di studio, organizzato dal Consiglio Superiore, nell’estate del 1978, avrà modo di affrontare il problema delle connessioni fra criminalità comune e criminalità politica dall’angolo visuale della istituzione carceraria.

Argomenti, quelli utilizzati dal giudice Alessandrini che appaiono di estrema attualità e rilevanza rispetto agli odierni fenomeni di radicalizzazione che, nel contesto carcerario, trovano terreno fertile.

Egli sostiene che nella sua esperienza ha potuto notare “persone che entrano in carcere per qualche episodio di intolleranza politica, escono, e poi, dopo qualche tempo, le ritrovi denunciate, arrestate per reati sicuramente comuni”. E, riguardo ai motivi che spesso caratterizzano il fenomeno inverso (crimanali comuni che una volta in carcere abbracciano l’eversione) sottolinea che: “...indubbiamente, per molti, la esigenza di dare uno scopo alla propria esistenza futura ed una spiegazione alla propria vita passata”.

Riteneva lo strumento repressivo necessario ma non sufficiente nella soluzione dei problemi eversivi, credendo a tal fine fondamentale una istituzionalizzazione del dissenso: “...Afferma il sociologo Alberoni: di fronte alla creazione di una centrale nucleare, gli ecologi hanno due mezzi: o far saltare con una bomba gli impianti o costituirsi in movimento, in partito, in gruppo di opinione per indurre le autorità ad intervenire responsabilmente: la scelta tra l’uno o l’altro mezzo dipende, anche e soprattutto, dalla capacità di controllo dei movimenti che ha una società, dalla capacità di dare uno sbocco istituzionale al dissenso”.

E ancora:

Abbiamo già sbagliato in passato: esistono i gruppi della lotta armata per il comunismo che, in quanto tali, non sono più recuperabili ad un discorso di prevenzione; per loro c’è solo un problema di repressione. Bisogna però rimuovere le cause che ne favoriscono l’ampliamento ed il ricambio ed è perciò necessario recuperare ad un discorso istituzionale le fasce di non dissenso o addirittura di consenso alle imprese terroristiche, fornendo in concreto l’immagine di una società che può essere cambiata rispettando realmente e lealmente le regole democratiche del confronto”.

Gli atti di quel convegno e di altri incontri svolti in quel periodo furono dal Consiglio Superiore pubblicati nel 1979 ed intitolati alla memoria del magistrato.

Probabilmente la sua attività e il suo impegno professionale contribuirono a metterlo nel mirino dei gruppi terroristici di estrema sinistra. Quando a Milano, nel settembre del 1978 viene catturato il latitante Corrado Alunni (già esponente di spicco delle Brigate Rosse, lasciate nel 1975 per continuare la lotta armata sotto altre sigle, come quella delle Formazioni Comuniste Combattenti) nel covo di via Negroli viene rinvenuta anche una foto del magistrato.

Una delle ultime indagini di cui Alessandrini si occuperà, facendo parte della sezione reati finanziari della Procura di Milano è quella che riguarda il Banco ambrosiano di Robero Calvi...non avrà il tempo di continuarla, come non riuscirà a conseguire la nomina a magistrato di Corte d’appello: il fascicolo, aperto dal Consiglio, sarà infatti archiviato per il sopravvenuto decesso del magistrato.

* * *

Sono circa le 8.30 del 29 gennaio 1979. Emilio Alessandrini, come ogni mattina ha appena lasciato suo figlio Marco alla scuola elementare di via Colletta. Pochi metri dopo, all'incrocio tra viale Umbria e via Muratori, fermo al semaforo viene raggiunto e colpito da un commando di Prima Linea.

Alessandrini ha solo 36 anni; un giudice ragazzino, si dirà più tardi.

E’ il primo magistrato ucciso a Milano.

Il gruppo terrorista è composto da cinque persone; due aprono il fuoco contro il magistrato: otto colpi, di cui due alla testa. Dagli atti del processo si scoprirà che quell’operazione, che segnerà ”una svolta” per il gruppo terroristico era prevista da tempo con il nome di “Operazione Alex”.

La prima rivendicazione arriva per telefono al quotidiano "La Repubblica". Due giorni più tardi, nel volantino con il quale l’omicidio viene rivendicato dall’Organizzazione Comunista Combattente Prima Linea (Gruppo di fuoco Romano Tognini “Valerio”), Alessandrini viene dipinto come: "uno dei magistrati che maggiormente ha contribuito in questi anni a rendere efficiente la procura della repubblica di Milano” e come “...una delle figure centrali che il comando capitalistico usa.....come macchina militare e giudiziaria efficiente e come controllo dei comportamenti sociali e proletari sui quali intervenire”.

Un altro magistrato, e non sarà l’ultimo, ucciso unicamente perché faceva bene il proprio lavoro.

Il giorno successivo il plenum del Consiglio è convocato al Quirinale: presente anche il Ministro di Grazia e Giustizia Francesco Paolo Bonifacio.

Il Vicepresidente, Vittorio Bachelet, esprimendo solidarietà alla magistratura milanese e a quella italiana “così vilmente colpita dall’efferata violenza di morte” e partecipando al dolore dei congiunti, ricorderà Alessandrini definendolo “magistrato probo, attivo, capace, che faceva onore all’Ordine Giudiziario, noto nella città di Milano e nell’intera Magistratura per le sue qualità professionali ed umane”.

Il Presidente Sandro Pertini, informando il Consiglio di aver deciso di partecipare alle esequie del dott. Alessandrini, affermerà che “...nella lotta contro il terrorismo la Magistratura ha pagato un prezzo di sangue molto elevato per cui è necessario studiare misure operative allo scopo di evitare che i giudici si sentano isolati dagli altri poteri dello Stato”, ed il consigliere Marco Ramat, sul punto argomenterà: “...è necessario dare una risposta politica agli atti di terrorismo, contribuendo ad avvicinare sempre di più il popolo alla Magistratura, per accentuare l’isolamento dei terroristi”.

Il Presidente Pertini, congedando l’Assemblea ed invitando un gruppo ristretto di componenti del Consiglio ad approvare un comunicato stampa sul merito della riunione sottolineerà come “la solidarietà del popolo alla Magistratura dimostra che il terrorismo è un fatto isolato”.  

           

I funerali di Emilio Alessandrini saranno un tributo di popolo. Più di 200 mila persone si riverseranno in Piazza Duomo; una partecipazione massiccia, come già ai funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana.

Nel 2013 l'Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano verrà intitolata a Emilio Alessandrini e a Guido Galli.

 


Le tappe della vicenda processuale relativa all’omicidio del dott. Emilio Alessandrini

 

Relativamente a numerosi fatti delittuosi commessi in diverse regioni del nord Italia negli anni 1979-1980 dai componenti del gruppo terroristico Prima Linea, verranno rinviati a giudizio 134 imputati per rispondere di numerosi capi di imputazione, tra cui l’omicidio del giudice Emilio Alessandrini (nonché quello del dott. Guido Galli)

In primo grado il procedimento Albesano Franco + 133 si concluderà con sentenza:

Corte assise di Torino - 10 dicembre 1983 (parte 1; parte 2; parte 3; parte 4; parte 5; parte 6)

Per l'omicidio di Emilio Alessandrini e per altri reati (strumentali e conseguenziali) verranno condannati Enrico Baglioni, Alessandro Bruni, Marco Donat Cattin, Umberto Mazzola, Susanna Ronconi, Roberto Rosso, Bruno Russo Palombi, Sergio Segio e Michele Viscardi.

All’agguato parteciparono materialmente Marco Donat Cattin, Sergio Segio, Umberto Mazzola, Bruno Russo Palombi e Michele Viscardi.

Il giudizio di impugnazione verrà definito con sentenza:

Corte assise appello di Torino - 10 maggio 1986 (parte 1; parte 2; parte 3; parte 4; parte 5)

La sentenza confermerà la maggior parte delle condanne pronunciate dal giudice di primo grado applicando lievi riduzioni di pena per alcuni imputati minori.

Tale sentenza verrà annullata dalla Corte di cassazione  in data 8 maggio 1987.

La Corte dichiarerà la nullità del giudizio di appello e della sentenza emessa dalla I sezione della Corte di assise di appello di Torino ordinando la trasmissione degli atti alla stessa Corte di assise di appello. Con successiva ordinanza la Corte di cassazione, accogliendo l’istanza di ricusazione del Presidente e del Consigliere a latere della I sezione della Corte di assise di appello di Torino, rimetterà gli atti alla II sezione della Corte di assise di appello di Torino per il giudizio di rinvio.

Il giudizio di rinvio si concluderà con sentenza:

Corte di Assise di Appello di Torino - 19 aprile 1989 (parte 1; parte 2)

Per i fatti principali verranno confermate le precedenti statuizioni.

La sentenza diverrà irrevocabile per la maggior parte degli imputati per scadenza termini o per rinuncia al ricorso.

La sentenza della Corte di Cassazione in data 28 maggio 1990 determinerà l'irrevocabilità della pronuncia per i restanti imputati rimasti in giudizio.


I documenti pubblicati

 

 

 

 

 

 

 

 



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