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Intervento del Vice Presidente del CSM Giovanni Legnini in occasione della seduta straordinaria dell’Assemblea plenaria per la commemorazione del venticinquennale della strage di Capaci

discorsi e interventi


emanato il 22 maggio 2017
Intervento del Vice Presidente del CSM Giovanni Legnini in occasione della seduta straordinaria dell’Assemblea plenaria per la commemorazione del venticinquennale della strage di Capaci

Signor Presidente della Repubblica,

Le esprimo la gratitudine dell'intera Assemblea per aver deciso di guidare i lavori di questa seduta straordinaria del Consiglio Superiore.

Oggi in quest'Aula, dedicata al mio illustre predecessore, Vittorio Bachelet, siedono i protagonisti della più feconda e drammatica stagione della lotta alla mafia, quella degli anni che portarono fino alla terribile primavera - estate del 1992; simbolicamente, insieme a loro,  prendono posto i rappresentanti  della magistratura palermitana  e Italiana del tempo che viviamo.  Dopo 25 anni dalla strage di Capaci,  i protagonisti di allora e di oggi si incontrano qui, a Palazzo dei Marescialli, dove su Giovanni Falcone  sono state scritte alcune delle pagine più sofferte della storia dell’ordine giudiziario nell'epoca repubblicana.

E il fatto che Ella, Signor Presidente, per tutto quel che la Sua persona rappresenta, presieda questa seduta di Plenum straordinaria, carica di un ulteriore, alto significato l’occasione di commemorazione.

Intendo ringraziare  di cuore tutti i presenti, uno per uno, per aver voluto accettare il nostro invito.

Per ciascuno degli ospiti presenti vi sarebbero  ringraziamenti personali e parole di stima da spendere; sarebbe doveroso ricordarne i sacrifici e i risultati conseguiti in quegli anni drammatici e anche oggi. Me lo impediscono esigenze di brevità. Mi permetto solo di formulare un particolare ringraziamento al Presidente Grasso: egli siede qui non solo nelle vesti di Presidente del Senato, ma per quello che seppe fare allora,  quale  valoroso componente del collegio giudicante della Corte di Assise che celebrò lo storico maxiprocesso a Cosa Nostra.

Intendo rivolgere, inoltre, un particolare ringraziamento a Maria Falcone e Alfredo Morvillo, che tante energie hanno speso per tenere alta la memoria di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Un caloroso saluto intendo rivolgere ai familiari degli uomini della scorta che caddero uccisi al loro fianco, a Capaci il 23 maggio del 1992.

Da allora e nel corso degli anni, Giovanni Falcone è assurto alla statura del mito, dell'esempio per antonomasia di dedizione, integrità morale, di intelligenza e rigore estremo nel condurre la lotta contro le mafie, fino ad essere percepito, in Italia e nel mondo, come archetipo e  modello di magistrato.

A lui, a sua moglie, a Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, va il commosso ricordo di tutti noi, insieme alla gratitudine per aver sacrificato la loro vita al servizio della giustizia, per la legalità e le libertà di tutti i cittadini.

Nell'approssimarsi dei venticinque anni dalla strage, non abbiamo ritenuto di limitarci ad aggiungere le nostre parole a quelle,  tantissime, giustamente  spese in tributo ad ogni ricorrenza, come pure a quelle utilizzate in numerosi scritti e pubblicazioni che hanno indagato e analizzato, da più prospettive, il ruolo di Giovanni Falcone nella storia del nostro paese. Abbiamo invece pensato che il contributo migliore che il CSM potesse fornire per alimentare la memoria collettiva e per contribuire a completare la ricostruzione della vicenda professionale ed umana di un magistrato così straordinario, potesse essere quello di rendere pubblici gli atti che segnarono un rapporto molto difficile - “sofferto” è stato, nel corso del tempo, l'aggettivo più utilizzato - quello tra Falcone e il CSM.

A una prima delibera formale di desecretazione, segue oggi la pubblicazione, in cartaceo e sul sito istituzionale del CSM, degli atti che erano rimasti custoditi negli archivi del Consiglio per un quarto di secolo.

Ringrazio i magistrati dell'Ufficio Studi e  il personale del CSM, il  Poligrafico dello Stato  per l'accurata realizzazione del volume, nonchè i Consiglieri, che dopo di me prenderanno la parola,  che hanno contribuito a selezionare i documenti e i verbali contenuti nei voluminosi fascicoli e poi a fornire un loro personale contributo tematico. 

La scelta, dunque, è quella di far parlare, direttamente e senza mediazioni, gli atti consiliari, consentire a tutti di leggere le parole pronunziate da Giovanni Falcone davanti all'organo di governo autonomo della magistratura, nonchè i giudizi espressi su di lui dai componenti  e dai rappresentanti delle istituzioni giudiziarie di allora.

Dunque, un atto di totale trasparenza, di virtuosa pubblicità di documenti finora considerati alla stregua di “interna corporis'”, che oggi, nel solco degli indirizzi e delle scelte consiliari di questi anni,  consegniamo alla conoscenza collettiva.

Si tratta di atti che raccontano l'attività professionale del magistrato più amato, anche se all'epoca fatto oggetto di non poche critiche ed ingenerosi attacchi personali. Moltissimi sono i dati, le informazioni e le valutazioni che possono trarsi dalle pagine raccolte nel volume. Sin dagli anni del suo tirocinio, nel 1965, nella relazione sull'idoneità alla funzione giudiziaria, può leggersi, ad esempio, che si tratta di un giovane magistrato “assai laborioso, corretto e serio di carattere”, che ha dimostrato di possedere “un’ottima preparazione giuridica, una non comune intelligenza, spiccata capacità, profondo intuito e senso di equilibrio”.

Doti che lo caratterizzarono nel suo ricco e fertile percorso di magistrato, fino all'audizione del 24 febbraio 1992, tre mesi prima del suo barbaro assassinio; quell’audizione fu  disposta per il primo conferimento dell'incarico di procuratore nazionale antimafia. Vi si leggono parole che costituiscono un vero e proprio testamento sulla sua visione pioneristica nell'analisi e nella repressione dei fenomeni mafiosi. 

Altre pagine straordinarie danno conto della drammatica audizione del 1991, seguita agli esposti sui cosiddetti 'fascicoli nei cassetti' di Palermo. Da esse e dalle magistrali relazioni svolte da Falcone in occasione di attività formative consiliari, si ricavano  in modo nitido le sue intuizioni sugli strumenti investigativi e processuali, divenuti poi gli architravi nella strategia di contrasto delle organizzazioni criminali mafiose: penso al coordinamento investigativo e al valore del lavoro in pool composti da magistrati specializzati, alle  innovative funzioni affidate alla direzione nazionale antimafia, con particolare riferimento alla gestione dei flussi informativi e all'insistenza sulla necessità di estendere gli orizzonti investigativi fuori dal territorio nazionale.  

Si tratta di intuizioni che determinarono  scelte legislative e giudiziarie capaci di conseguire eccezionali risultati nel contrasto ai fenomeni mafiosi e di generare radici di modelli organizzativi alla base di orizzonti culturali determinanti per la magistratura di oggi.

 

Ma gli atti consiliari consentono di scoprire anche aspetti della personalità di Falcone poco  noti: la riservatezza e l'irreprensibilità della sua vita privata; si scopre persino un Falcone munito di doti di civilista: “intelligenza vivacissima e particolarmente adatta al giudizio civile  caratterizzano la personalità del collega Falcone”, si  legge in una relazione del 1965.

Inoltre, si trae viva conferma della sua cultura della giurisdizione segnata da una visione autenticamente garantista. Proprio nel corso della citata audizione del 15 ottobre del 1991 davanti al CSM, egli ebbe a dire: “a me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà  del risultato giudiziario. Non si può ragionare  intanto io contesto il reato e poi si vede, perchè da queste contestazioni derivano conseguenze incalcolabili”. 

E ancora: “Si tratta in verità di un magistrato che si distingue tra tutti”, così è scritto in un parere del 1984.  Ciò fu probabilmente all'origine del suo isolamento, di certe accuse infamanti o talvolta velate, di sconfitte, di dolorose incomprensioni.

Le stesse pagine portate alla luce consentono di cogliere insegnamenti preziosi per questa stagione consiliare e, forse, per quelle che verranno. È proprio questo il secondo degli obiettivi che aspiriamo a cogliere con questa iniziativa. Mi riferisco, innanzitutto, al conferimento degli incarichi direttivi, all'antico dualismo tra anzianità senza demerito e specializzazione nelle funzioni poste a concorso; alla non rara diffidenza verso esperienze giudiziarie fortemente innovative, soprattutto quando si è in presenza di forti ed autorevoli personalità; ai dubbi e ai  sospetti che spesso circondano le esperienze fuori ruolo, specie se conferite dal potere politico.  Come pure molto traspare dagli atti che riguardano Giovanni Falcone sui delicati e difficili rapporti con la stampa, che a volte trasforma e travolge il senso di esperienze giudiziarie nuove. 

Il Consiglio Superiore, nel pieno di ricche e vive iniziative riformistiche che caratterizzano questa fase storica, farà tesoro degli spunti cui ci richiama la storia di questo difficile rapporto tra Falcone e gli organi consiliari. Soprattutto, seguendo il suo recente richiamo, signor Presidente, intendiamo ribadire che “la lotta alle mafie riguarda tutti. Nessuno può dire: non mi interessa. Nessuno può pensare di chiamarsene fuori”; certamente non può e non intende farlo il Consiglio Superiore della Magistratura.

 Ed a questo impegno il Consiglio si manterrà fedele sin dalle prossime settimane con l'attività, avviata da parte della sesta commissione, su criminalità e misure di prevenzione, la cui fase conclusiva auspico sia presentata per il prossimo mese di luglio, in occasione del 25° anniversario dell'uccisione di Paolo Borsellino.

Proprio a Paolo Borsellino - che di Giovanni Falcone fu amico, primo dei sostenitori e, purtroppo, lo seguì anche nella fine tragica - si devono le seguenti parole, con le quali mi avvio a concludere:

“'Giovanni a volte peccava di ottimismo presupponendo che i magistrati potessero sostenere le sue iniziative. Peccò di ottimismo quando doveva prendere il posto di Antonino Caponnetto all'ufficio istruzione, quando si candidò al Consiglio Superiore della Magistratura, quando si mise in corsa per la Superprocura. In più occasioni, non è stato sostenuto dall'associazione dei magistrati, dal Csm”.

Con gli atti che oggi pubblichiamo, affidiamo a ciascuno dei lettori la valutazione sulla fondatezza di un giudizio così severo del suo rapporto con la magistratura e il CSM.

 Forse la carica umana e professionale di Falcone era proprio l’altra faccia di “quel peccato di ottimismo” cui si riferiva Paolo Borsellino; mi riferisco allo straordinario tratto di ottimismo, di positività e fiducia, fondamentali nel raccogliere e spesso vincere sfide terribili ed epocali; una qualità fondamentale che si sposava in lui con quella costante capacità di precorrere il proprio tempo, lasciando semi fertili per il pensiero e l’azione di chi segue.

A noi tutti, allora, spetta il compito di raccogliere e coltivare intuizioni e idee che il Consiglio ha oggi più che mai il dovere di valorizzare, sostenere e diffondere.

Grazie ancora Signor Presidente e grazie a tutti Voi per aver reso possibile questa giornata tanto densa di significati.  

 

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