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Discorso del Presidente della Scuola Superiore della Magistratura Silvestri in occasione del passaggio di consegne tra precedente e nuovo Comitato direttivo

discorsi e interventi


emanato il 23 febbraio 2016
Discorso del Presidente della Scuola Superiore della Magistratura Silvestri in occasione del passaggio di consegne tra precedente e nuovo Comitato direttivo
Signor Presidente della Repubblica
Signor Ministro della giustizia
Signor Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura
Signori Presidente della Corte di cassazione
Signor Procuratore generale presso la Corte di cassazione
Signori Consiglieri superiori
Signori componenti dei Comitati direttivi precedente e attuale
Signori magistrati formatori


Da poco più di un mese il nuovo Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura ha iniziato il suo lavoro, che intende svolgere, nei prossimi quattro anni, con l’impegno, la dedizione e l’entusiasmo che hanno caratterizzato l’opera dei suoi predecessori.

Come è noto, il decreto legislativo n. 26 del 2006 assegna alla Scuola la «competenza in via esclusiva in materia di aggiornamento e di formazione dei magistrati» (art. 1, comma 2). Il medesimo atto normativo aggiunge che il programma annuale dell’attività didattica è adottato dal Comitato direttivo «tenuto conto delle linee programmatiche proposte annualmente dal Consiglio superiore della magistratura e dal Ministro della giustizia» (art. 5, comma 2). La legge ha cura altresì di precisare: «I componenti del comitato direttivo esercitano le proprie funzioni in condizioni di indipendenza rispetto all’organo che li ha nominati.» (art. 8).

La formulazione della legge riflette in modo sintetico quanto emerge dal quadro costituzionale riguardante: a) lo status dei magistrati, attribuito dall’art. 105 alla competenza del Consiglio superiore della magistratura; b) l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia, attribuiti dall’art. 110 alla competenza del Ministro della giustizia; c) la libertà di insegnamento e l’autonomia delle istituzioni di alta cultura, garantite dall’art. 33.

Indipendenza della magistratura, efficienza dell’organizzazione giudiziaria e libertà della cultura e della scienza devono trovare un punto di confluenza e di integrazione in un’attività formativa che si ponga l’ambizioso obbiettivo di fornire ai magistrati strumenti utili non soltanto ad esercitare al meglio le loro funzioni nei diversi settori della giurisdizione ai quali sono dedicati, ma anche ad associare alla loro indispensabile preparazione tecnico-giuridica la consapevolezza del proprio ruolo nelle istituzioni e nella società. Scienza e coscienza sono le premesse indispensabili perché l’indipendenza del giudice non rimanga guarentigia formale dell’ordine giudiziario e dei suoi componenti, ma sia nutrita dal sapere professionale e dall’etica dei comportamenti, entrambi legati e presenti in modo indissolubile in ogni momento delle molteplici attività giudiziarie.

Il magistrato deve essere colto e indipendente, aggiornato alle ultime acquisizioni normative e giurisprudenziali, inquadrate nelle fondamentali categorie della scienza giuridica, oltre che munito degli strumenti culturali che gli consentono di valutare in concreto il rapporto tra le dinamiche del diritto e la continua evoluzione della realtà sociale.

L’enunciazione di questi requisiti essenziali dimostra quanto sia difficile il compito della Scuola superiore della Magistratura. Accompagnare il magistrato, sin dall’esordio della sua attività giurisdizionale, lungo tutto il percorso della sua esperienza di giudicante o di requirente, nei più diversi rami della giurisdizione, è impresa ardua e rischiosa.

Si può infatti eccedere nel tecnicismo, dimenticando che il retto giudicare richiede l’assimilazione dei princìpi costituzionali, i quali, nell’epoca contemporanea, hanno positivizzato i valori fondamentali di libertà, eguaglianza, democrazia e pluralismo, non più impliciti o presupposti, ma normativamente operanti in ogni piega dell’ordinamento giuridico. La Scuola non raggiungerebbe il suo obiettivo se inclinasse a formare burocrati giudiziari e non magistrati che concepiscono la propria indipendenza come frutto di un’affinata capacità di interpretare e applicare le disposizioni legislative alla luce dei princìpi costituzionali. Deve essere sempre più chiaro che la Costituzione non è un insieme di princìpi trascendente rispetto al sistema delle fonti del diritto, ma è invece sostanza immanente in ogni singola norma, in ogni rapporto giuridico. È questo il significato della giurisprudenza ormai costante della Corte costituzionale, che chiede ai giudici di leggere le norme alla luce della Carta fondamentale e di contribuire ogni giorno alla progressiva costituzionalizzazione di tutto l’ordinamento, con un’attività costante ben più efficace dei necessariamente sporadici interventi del giudice delle leggi. Un’opera che risulta ben più impegnativa, ed al tempo stesso indispensabile ed esaltante, considerando che proprio la nostra Costituzione apre la strada all’incidenza, talvolta diretta e immediata, delle fonti sovranazionali – e della relativa giurisprudenza - poste a tutela dei diritti fondamentali.

A questo processo di integrazione continua delle regole con i princìpi devono partecipare tutti i magistrati. A loro è affidato un compito insieme difficile e affascinante, cui non sono necessariamente preparati dagli studi, anche approfonditi, fatti in vista del concorso e neppure, purtroppo, da un sistema scolastico in crisi, avaro soprattutto di valori oltre che, spesso, anche di nozioni.

Un altro pericolo da evitare è l’assuefazione dei giudici ad una routine quotidiana, fatta di schemi ripetitivi, conformismo giurisprudenziale, chiusura autoreferenziale. Il potere giudiziario, secondo la Costituzione italiana, è caratterizzato dall’orizzontalità e dalla diffusione, non è un corpo compatto cementato dall’uniformità, imposta dall’alto, delle idee e delle prassi interpretative. Nel compimento dei propri atti, ciascun giudice esprime la giurisdizione in piena indipendenza, tenendo nel massimo conto l’opera di nomofilachia della Corte di cassazione, ma anche ponendosi rispetto al materiale normativo, e non solo ai fatti di causa, con attitudine aperta all’innovazione, alla valutazione critica, all’individuazione di nuove vie. Ciò richiede un continuo rinnovamento tecnico e culturale, la capacità di essere, al tempo stesso, fermo custode del sistema giuridico esistente e coraggioso costruttore di nuove strade giurisprudenziali.

La Scuola vuole essere al fianco del magistrato, specie se giovane in tirocinio, in questo faticoso iter, non per offrire un “modello” cui adeguarsi – con ciò comprimendo la ricchezza delle potenzialità individuali – ma per aiutare i singoli ad esprimere in pieno la propria personalità umana e professionale. Questo obiettivo si persegue anche favorendo la scambio di esperienze e di punti di vista, in un dialogo immediato e fecondo, che non può essere sostituito da nessun repertorio di giurisprudenza e da nessuna comunicazione a distanza. Le occasioni di incontro e di dialogo ravvicinato che nascono dai corsi presso la sede centrale di Castel Pulci sono preziose per giovani e meno giovani e riscuotono, non a caso, un gradimento maggiore rispetto alle lezioni cattedratiche. Queste esperienze devono sommarsi a quelle, anch’esse di primario rilievo, che si svolgono nell’ambito della formazione decentrata.

La Scuola non può dimenticare che la giustizia non è funzione sacrale, indifferente alle esigenze concrete dei cittadini, ma, al contrario, è un servizio che si rende ai singoli e alla collettività: se il servizio non è efficiente ed efficace, il grande castello della sapienza giuridica crolla miseramente tra l’indifferenza o, peggio, l’ostilità generale. La buona organizzazione degli uffici, la gestione dei processi all’insegna della rapidità, il rispetto dei diritti fondamentali delle persone devono camminare di pari passo. Una Scuola che non tenesse conto di questo avrebbe in gran parte fallito il suo compito.

La completezza e la diversificazione dell’offerta formativa della Scuola trovano il loro migliore terreno di sviluppo in una situazione di autonomia didattica, nell’ambito delle linee programmatiche del CSM, rispetto alle quali essa si pone in funzione attuativa. L’attuazione non può essere tuttavia pedissequa esecuzione perché ciò non gioverebbe né alla Scuola né alle stesse finalità generali perseguite dal Consiglio e ben illustrate nel documento del giugno 2015 relativo all’anno 2016. Si tratta di preziose indicazioni, non generiche, ma neppure inutilmente minute, che tracciano le modalità teorico-pratiche della formazione dei magistrati nei diversi settori nei quali si esplica.

La proposta di istituire e mantenere un “tavolo tecnico” permanente, convocato con cadenza almeno trimestrale, mi sembra conforme al metodo che colloca accanto alla funzione direttiva generale un connesso compito di verifica delle prassi attuative. Mi sembra da sottolineare che il momento dell’esame degli sviluppi concreti delle linee-guida del Consiglio non dovrebbe essere di mero controllo di conformità, ma occasione di proficuo, ulteriore arricchimento dei contenuti e delle modalità della formazione, centrale e decentrata. L’obiettivo mi sembra debba essere un reciproco processo di fertilizzazione tra Consiglio e Scuola, in base al quale le due istituzioni svolgono i loro rispettivi compiti tenendo nel giusto conto non solo le competenze dell’una e dell’altra, tracciate dalla legge e dalle altre fonti normative che regolano la materia, ma anche, direi soprattutto, lo scambio di idee ed esperienze. Il Consiglio non può restare estraneo alle modalità con cui vengono attuate le sue linee programmatiche, così come la Scuola non può restringere il suo campo ai soli aspetti tecnici della formazione. L’esperienza nei più vari settori dell’amministrazione ha insegnato che l’astrattezza degli schemi preventivi, se mantenuta more geometrico, porta a risultati insoddisfacenti per tutti i soggetti coinvolti nel perseguimento di comuni finalità.

Non può essere sottovalutato inoltre l’apporto delle altre professioni legali, principale tra queste l’Avvocatura, che esprime, nell’ambito dell’amministrazione della giustizia, l’insopprimibile funzione della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini di fronte all’autorità.

La garanzia dell’indipendenza della magistratura implica, come necessaria conseguenza, la creazione di enti e procedure formative improntate allo stesso principio. Lo ribadiscono plurimi documenti internazionali (si veda, ad esempio, la Raccomandazione CM/Rec (2010)12 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa agli Stati membri sulla indipendenza, efficienza e responsabilità dei giudici adottata il 17 novembre 2010), che raccomandano la creazione di autorità indipendenti, le quali, nelle attività formative, soddisfino i requisiti di apertura alla società, competenza professionale e imparzialità. In questi documenti si registra la grande carica espansiva del principio dell’indipendenza della magistratura e la tendenza universalizzante del più ampio principio della separazione dei poteri.

Nella prospettiva di una sempre maggiore apertura alla cooperazione internazionale in materia di formazione, auspichiamo che la Scuola sia coinvolta, o quanto meno informata, delle iniziative che meritoriamente siano avviate da Consiglio e Ministero. La capacità della Scuola in questo campo è stata, del resto, avvalorata dall’intensa attività nel campo delle relazioni internazionali relative alle attività di formazione, che ha portato, tra i tanti risultati, all’aggiudicazione, in seguito a bandi europei, di tre progetti di gemellaggio: due con la Tunisia, di cui il primo in partnership con il Ministero della giustizia italiano e con la Scuola della magistratura francese e il secondo in partnership con il Ministero della giustizia italiano e il Ministero della giustizia spagnolo; il terzo con la Serbia, in partnership con l’ANAC, il Ministero della giustizia italiano e il Ministero della giustizia spagnolo. È facile osservare che, nel sistema costituzionale italiano, queste direttive internazionali e sovranazionali possono essere attuate solo in una costante, leale collaborazione tra Consiglio superiore della magistratura, Ministro della giustizia e Scuola superiore della magistratura. Quest’ultima non è organo costituzionale né di rilievo costituzionale e pertanto si pone come strumento tecnico-culturale, non inerte ma propositivo, per il perseguimento degli obiettivi tracciati, ciascuno nella sfera delle rispettive competenze, da Consiglio e Ministro. Proprio per la diversificazione, e insieme la necessaria convergenza, delle linee programmatiche consiliari e ministeriali, lo strumento attuativo migliore sembra una Scuola autonoma, che non sia mero strumento operativo di ciascuna delle due istituzioni, ma luogo elettivo di fusione degli indirizzi di entrambe.

Ereditiamo dai nostri predecessori un grande patrimonio di idee, di lavoro orgaqnizzativo e di impegno creativo e disponiamo altresì di linee programmatiche corpose e incisive del CSM. Svolgeremo il nostro lavoro in costante, naturale collaborazione con il Ministero della giustizia, dal quale ci aspettiamo supporto non solo materiale, ma anche tecnico e culturale. Se problemi potranno sorgere – e ciò mi sembra inevitabile – auspichiamo che possano essere risolti senza antagonismi e conflitti, ma con il confronto pacato proprio dei saggi, consapevoli che la ragione difficilmente si trova da una sola parte.
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