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Le commissioni antimafia del CSM

Le commissioni antimafia del CSM



Il contributo del Consiglio al contrasto alla criminalità organizzata


Sin dagli anni '80 il Consiglio ha - nell'ambito delle proprie competenze - contribuito al contrasto alla criminalità organizzata, costituendo organi con specifiche competenze in materia.





Il Comitato antimafia (1982)


Il 15 settembre 1982, all’indomani dell’assassinio, da parte della mafia siciliana, del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, il Consiglio intraprende una serie di iniziative, nell’ambito delle proprie prerogative istituzionali, sul tema del contrasto alla criminalità organizzata.

È il periodo dell’approvazione della c.d. legge Rognoni-La Torre (legge n. 646 del 13 settembre 1982), che  introduce nel codice penale il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.) che, a differenza del “tradizionale” reato associativo (art. 416 c.p.), individua la condotta tipica attraverso il richiamo della “forza di intimidazione del vincolo associativo” e della “condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”. Viene, in questo modo, fornito ai magistrati uno strumento effettivamente idoneo a perseguire i reati commessi dagli aderenti alle cosche mafiose.

In questo contesto, già nel documento approvato nella seduta del 13 maggio 1982 alla presenza del Capo dello Stato Pertini, il plenum manifesta la ferma volontà di divenire una presenza attiva nella lotta agli epifenomeni criminali di tipo mafioso, “nella sicura convinzione di interpretare la volontà massima della magistratura di continuare a battersi con fermezza e con spirito unito con tutti gli organi statali per garantire sicurezza di vita e di pace ai cittadini e per salvaguardare le istituzioni democratiche”.

Con la recrudescenza criminale dei successivi mesi del 1982, il Consiglio matura la consapevolezza della necessità di mettere in campo concrete iniziative di sostegno ai magistrati impegnati nella lotta alla criminalità di stampo mafioso.

In particolare, i settori di intervento vengono così individuati:

  • coordinare l'attività giudiziaria mediante la promozione di incontri operativi tra magistrati e, in generale, di ogni iniziativa atta a superare, nel rispetto dell'indipendenza dei magistrati e delle competenze degli uffici, la frammentazione territoriale e funzionale dell'opera dei singoli magistrati ed uffici;
  • favorire il collegamento in sede centrale e periferica tra la magistratura inquirente e l'autorità di polizia giudiziaria mediante la promozione di incontri periodici e di ogni altra iniziativa utile;
  • promuovere un rapporto stabile con altri organi dello Stato, in particolare con i responsabili dell'esecutivo e con le competenti Commissioni parlamentari, per favorire una comune azione istituzionale sul fronte della lotta alla criminalità organizzata;
  • rivedere le piante organiche dei magistrati negli uffici giudiziari, specialmente meridionali, secondo un disegno globale idoneo ad assicurare la presenza di una magistratura altamente professionalizzata nelle zone maggiormente colpite dai fenomeni di criminalità organizzata;
  • compiere una ricognizione e promuovere l'adozione degli strumenti tecnici necessari per un'efficiente attività giudiziaria, con particolare riguardo alla predisposizione ed all'uso delle "banche dati" sulla criminalità organizzata;
  • predisporre un programma di aggiornamento professionale dei magistrati, specialmente di quelli impegnati in processi di mafia, camorra e terrorismo;
  • promuovere l'adeguamento e la verifica costante dei criteri e dei mezzi di tutela della sicurezza personale dei magistrati.

Con la delibera del 15 settembre 1982 viene quindi istituito il Comitato antimafia, con i compiti appena descritti. L'interessante dibattito avvenuto in plenum può essere letto negli allegati verbali.

Il piano di lavoro del Comitato antimafia (14 luglio 1983)

In un anno di lavoro, attraverso un’indagine conoscitiva nei distretti interessati dal fenomeno mafioso (Campania, Calabria e Sicilia), il Comitato elabora un articolato piano di interventi (leggibile nella sua interezza nell’allegata delibera) ritenuti efficaci per potenziare il contrasto alla criminalità organizzata.

Per quanto attiene alle competenze istituzionali del Consiglio, con la risoluzione del 14 luglio 1983 (il cui testo, unitamente al verbale della seduta plenaria, è disponibile negli allegati) vengono individuati i seguenti settori di intervento:

  • la creazione di una banca dati
  • la promozione del raccordo fra i magistrati impegnati nella lotta alla mafia
  • la revisione dei criteri di conferimento degli incarichi direttivi e di assegnazione dei magistrati agli uffici interessati dal contrasto alla criminalità mafiosa
  • la formazione dei magistrati e degli allora uditori giudiziari
  • la gestione dei trasferimenti per evitare scoperture
  • la razionalizzazione e revisione degli organici degli uffici
  • il potenziamento della magistratura di sorveglianza.

Vengono poi enucleati i seguenti ambiti in cui avanzare proposte al legislatore:

  • legislazione antimafia
  • nomina dei consulenti tecnici
  • competenza delle corti d’assise
  • legislazione premiale.

Tutti temi la cui attualità ancora oggi è indiscutibile.


Il Gruppo di lavoro per gli interventi del Consiglio superiore della magistratura relativi alle zone più colpite dalla criminalità organizzata (4 ottobre 1990)


Anche nella consiliatura successiva il Comitato prosegue i lavori. Nel 1990, invece, una ulteriore recrudescenza della violenza mafiosa, culminata nell’omicidio di Rosario Livatino, il 21 settembre 1990, porta a un diverso approccio (quanto meno formale, come dimostra il mutamento della denominazione dell’organo).

Viene infatti costituito un “Gruppo di lavoro per gli interventi del Consiglio superiore relativi alle zone più colpite dalla criminalità organizzata”, nell’ambito della allora Commissione riforma.

La funzione del gruppo di lavoro era quella di individuare, in maniera agile e snella, senza poteri deliberativi e “autonomo potere di esternazione”, l’accertamento delle esigenze connesse al contrasto alla criminalità organizzata.

Tale accertamento si risolveva nella segnalazione alle commissioni competenti del CSM.

Significativo è il dibattito svoltosi il 4 ottobre 1990 in plenum: il verbale della seduta (allegato in calce) appare uno specchio fedele delle tensioni che all’epoca attraversavano il mondo politico e giudiziario in tema di strategie di contrasto alla mafia (nello stesso testo della delibera approvata, emblematica appare una sorta di autolimitazione al potere di intervento del Consiglio in materia).

Viene rimandata ad un momento futuro la decisione in ordine alla costituzione di una Commissione referente speciale.

L’attività del gruppo di lavoro si sviluppò attorno a due direttrici: da un lato gli interventi più strettamente attinenti all’attività amministrativa del Consiglio: organici degli uffici, formazione, coordinamento delle indagini, sicurezza, analisi della legislazione in materia di misure di prevenzione, armi e collaboratori di giustizia; dall’altro, gli interventi da effettuarsi in sinergia con altre istituzioni (Ministero della Giustizia, Commissione parlamentare antimafia, l’Alto commissario per lotta alla mafia), in quanto attinenti alle problematiche delle carceri, all’attività della magistratura di sorveglianza, all’operato della polizia giudiziaria.


La ricostituzione del gruppo di lavoro (22 settembre 1994) e la sua “trasformazione” nella c.d. Commissione antimafia.


Con delibera del 22 settembre 1994 (il verbale della seduta è disponibile in allegato), il Gruppo di lavoro viene nuovamente costituito, nella forma precedente, demandando ad un momento successivo la decisione sulla natura delle sue competenze.

La tensione a costituire un organo dotato di autonomo potere “deliberativo”, rectius di avanzare proposte al plenum porta, inevitabilmente, a un serrato confronto in Consiglio che culmina, l’anno successivo, nella costituzione della Commissione per i problemi posti all’amministrazione della giustizia dalla criminalità organizzata.

Il 28 giugno 1995 (i verbali di seduta sono riportati in allegato) finalmente vede la luce la Commissione antimafia. Il dibattito all’interno del Consiglio si è decisamente stabilizzato su posizioni favorevoli a dotare l’organo di una propria autonomia funzionale e organizzativa, tanto da divenire una delle commissioni permanenti del Consiglio stesso.

Le competenze sono nette e definite:

  • esprimere pareri e proposte al legislatore
  • verificare le cause di eventuali disfunzioni e le esigenze legate al funzionamento degli uffici giudiziari; effettuare il monitoraggio della situazione degli uffici giudiziari coinvolti nel contrasto alla criminalità organizzata, al fine di individuare interventi idonei a migliorarne il funzionamento; promuovere la revisione delle piante organiche;
  • raccogliere dati utili alla formulazione di proposte e sollecitazioni al Consiglio e alle commissioni consiliari competenti;
  • fornire alle commissioni competenti dati utili alla elaborazione delle regole relative a trasferimenti ordinari, conferimento di uffici direttivi, copertura di posti vacanti, aggiornamento professionale;
  • effettuare visite presso gli uffici giudiziari, per acquisire elementi conoscitivi.

I settori di intervento, in linea generale, non mutano: organici, situazione organizzativa degli uffici, interventi normativi.

Quel che muta radicalmente è, almeno sulla carta, l’efficacia dell’attività della Commissione, che può ora sia attivarsi autonomamente proponendo al plenum proprie deliberazioni, sia intervenendo nei settori di competenza delle altre commissioni attraverso proposte e informative alle medesime.

I lavori della Commissione e la digitalizzazione degli atti

Nella successiva consiliatura (1998-2002) si consolidano il ruolo e l’autorevolezza della Commissione antimafia (ormai divenuta la Decima commissione).

La commissione inizia dunque la sua intensa attività.

I documenti relativi ai lavori del Comitato e della Commissione sono stati digitalizzati grazie a una convenzione con il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia e saranno presto resi disponibili gli atti di maggiore interesse storico e documentaristico.

Difatti, nel corso degli anni, la Commissione ha affrontato il problema della lotta alla criminalità organizzata esaminando in profondità la situazione degli uffici giudiziari.

Dall’esame dell'attività istruttoria svolta è possibile ricostruire uno spaccato significativo della storia della magistratura italiana dell’epoca. Palermo, Catanzaro, Napoli, Catania, Messina, Cagliari, Caltanissetta sono solo alcuni degli uffici giudiziari analizzati dalla Commissione. Numerosi i magistrati ascoltati, che hanno offerto un quadro delle problematiche concrete affrontate e da affrontare nella lotta alla criminalità organizzata. Attraverso tale complesso lavoro di analisi è stato possibile, per il Consiglio, adottare delibere di significativa rilevanza in termini di contributo al contrasto ai fenomeni mafiosi.

La lettura di tali atti, inoltre, offre un interessante sguardo retrospettivo su fatti che hanno segnato la storia giudiziaria e, soprattutto, sociale dell’Italia.

A titolo esemplificativo, la documentazione riguarda la storia dell’Ufficio istruzione di Palermo (quello di Caponnetto, Falcone, Borsellino) e delle vicende legate al suo smembramento (o meglio all’assegnazione dei procedimenti di mafia non più ai magistrati del pool ma ad altri dell’ufficio); il carteggio relativo alle misure di sicurezza adottate nei confronti di Giovanni Falcone dopo l’attentato dell’Addaura.

In sintesi: un pezzo significativo della storia della lotta alla mafia.


Gli sviluppi successivi.


Nelle due successive consiliature, nonostante qualche tentativo, la Commissione antimafia non viene più ricostituita.

È necessario giungere al 2016 perché il Consiglio ritenesse nuovamente opportuno un impegno specifico e istituzionalizzato in materia; le competenze dell’allora decima commissione sono così state assunte dalla attuale Sesta, e sono arricchite dalle nuove attribuzioni in materia di corruzione e di terrorismo. In particolare, il Consiglio nei primi due anni si era più volte occupato del terrorismo, sia in sede di parere espresso al d.l. 18 febbraio 2015, sia con la risoluzione di settima commissione sull’organizzazione delle Procure ed i rapporti con la Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo.

La Sesta commissione ha iniziato i propri lavori approvando una risoluzione programmatica  nella quale si fissano i primi ambiti di lavoro:

  • quanto al contrasto alla criminalità organizzata, un focus di approfondimento del settore dell’aggressione ai patrimoni illeciti nel processo penale e nel procedimento di prevenzione, con il conseguente strategico ambito della gestione dei beni in sequestro e della destinazione finale di quelli confiscati, che impone di verificare l’idoneità delle soluzioni organizzative degli uffici giudiziari requirenti e giudicanti;
  • quanto al contrasto al terrorismo, la verifica del nuovo assetto del coordinamento investigativo interno a seguito della istituzione della nuova competenza della procura nazionale, e della effettività della cooperazione e del coordinamento internazionale, in particolare con riferimento alle attività di Eurojust e allo stato di attuazione del progetto di istituzione della Procura europea;
  • quanto al contrasto ai fenomeni corruttivi e in generale ai reati contro la Pubblica amministrazione, il tema del rapporto fra attività di prevenzione e strumenti di repressione, e fra  ANAC e Procure della Repubblica nella duplice direzione di scambio e interazione tra le diverse istituzioni, con particolare attenzione ai protocolli investigativi ed a quelli organizzativi più avanzati;
  • infine, nel complessivo quadro di una continua osmosi tra i tre settori di intervento, i temi dell’impatto di sistema sugli uffici distrettuali della gestione dei collaboratori di giustizia e dei cd. maxiprocessi, nonché avendo riguardo al rapporto di interferenza e reciproca influenza del delitto ex art. 416 bis cp, come declinato nella sua più avanzata realizzazione, e la corruzione ed a quello, in diverso settore, della interazione degli uffici con il variegato mondo che comunemente si semplifica con il termine dell’antimafia sociale.



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