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Sezione disciplinare

Il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati trova la sua fonte normativa principale nella Costituzione, che all’art. 105 prevede, fra le attribuzioni del Consiglio superiore della magistratura, l’adozione dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati.

In ossequio a detto principio, le leggi che regolano il funzionamento del Consiglio superiore hanno previsto la costituzione di una Sezione disciplinare, in seno al Consiglio e composta dai membri del Consiglio medesimo (né d’altronde la norma costituzionale lascia margini per prevedere una sezione disciplinare esterna al Consiglio stesso o comunque composta da membri a esso esterni).

Il giudice disciplinare è, quindi, un organo collegiale che si identifica nella Sezione disciplinare del C.S.M., composta da sei membri: il Vice Presidente del Consiglio superiore, che, generalmente, la presiede, e cinque componenti eletti dallo stesso C.S.M. tra i propri membri, dei quali uno eletto dal Parlamento, un magistrato di cassazione con effettive funzioni di legittimità e tre magistrati di merito. Il plenum elegge fra i suoi componenti anche 10 componenti supplenti.

La Sezione disciplinare giudica nei procedimenti disciplinari contro i magistrati ordinari promossi dal Procuratore generale presso la Corte di Cassazione o dal Ministro della Giustizia per i fatti tipizzati dal d.lgs. 109 del 2006. L’esercizio dell’azione disciplinare è dunque attribuito al Procuratore generale presso la Corte di cassazione e al Ministro della Giustizia. Mentre con riferimento al primo ha carattere obbligatorio, per il secondo è meramente facoltativo.

Quest’ultimo disciplina i fatti illeciti, il procedimento per accertarli e le sanzioni applicabili. Per quanto non previsto dal decreto legislativo, si applica il codice di procedura penale, ove compatibile.

La Sezione esercita dunque funzioni giurisdizionali e pronuncia sentenze e ordinanze, impugnabili davanti alle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione.

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