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Paolo Borsellino

19 luglio 1992, ore 16.57


Introduzione alla sezione

(testo curato dal Vicepresidente Giovanni Legnini

che riproduce l'introduzione del volume cartaceo)

 

Paolo Borsellino fu ucciso a Palermo, in via D’Amelio, alle ore 16.58 del 19 luglio 1992, insieme con altre cinque persone, addette alla sua tutela, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. (gli atti dei processi per la strage di via D'Amelio sono disponibili in questa sezione)

Nel venticinquennale della strage, il Consiglio Superiore della Magistratura, nel ricordarlo e commemorarlo quale magistrato esemplare, ha inteso rendere pubblici gli atti più rilevanti della sua vita professionale fino ad oggi conservati negli archivi consiliari.

Si tratta di una pubblicazione che segue quella recentemente dedicata a Giovanni Falcone. Entrambe sono frutto della volontà del Consiglio di rendere pubblici e conoscibili gli atti originali che segnarono il percorso professionale di due magistrati simbolo del coraggio nel condurre la sfida contro la criminalità organizzata. Mentre per Giovanni Falcone il titolo della pubblicazione intendeva evocare il complesso e difficile rapporto con il C.S.M., per Paolo Borsellino si è scelto di richiamarne il decisivo contributo alla definizione degli innovativi ed efficaci strumenti investigativi per condurre la lotta contro la Mafia.

L’antimafia di Paolo Borsellino racconta, attraverso atti e audizioni che con questo volume vengono resi noti, la passione di una vita; la cultura che ha animato l’azione di Borsellino in anni cruciali che precedettero ed accompagnarono il maxi-processo e, quindi, il colpo più duro inferto a Cosa Nostra. Sono da ritenersi due pubblicazioni gemelle, l’una sembra specchiarsi nell’altra, disvelando la profondità della relazione tra Paolo Borsellino e Giovanni Falcone; uomini e magistrati diversi, ma legati da un intenso vincolo professionale, morale, amicale e persino storico: “un rapporto che va molto oltre l’amicizia”, spiegò lo stesso Paolo Borsellino, nell’audizione del 31 luglio 1988. Di rimando, Giovanni Falcone scrisse “Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato ed il coraggio, denunciando pubblicamente omissioni  ed inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti”.

Sono parole, queste ultime, scritte in una lettera del 30 luglio 1988, indirizzata al C.S.M. e al Presidente del Tribunale di Palermo, con la quale Giovanni Falcone chiede di essere assegnato ad altro Ufficio in dissenso con le scelte del nuovo Consigliere istruttore del pool antimafia. Questa preziosa lettera, che invano cercammo nei fascicoli personali di Falcone, viene pubblicata oggi nel volume dedicato all’amico Borsellino. E la ragione di tale scelta è che la missiva era allegata agli atti del fascicolo relativo alla lunga ed importante audizione del 31 luglio 1988, in cui proprio Paolo Borsellino è convocato avanti al C.S.M., a seguito delle sue due celebri interviste con le quali denunciava lo smantellamento del pool palermitano. Un’audizione drammatica nel corso della quale Borsellino, oltre a spiegare nel dettaglio le ragioni che lo avevano indotto ad una così veemente presa di posizione – peraltro utilizzando “canali non istituzionali” – fa emergere con nettezza la propria concezione del lavoro in pool e delle tecniche investigative antimafia, al cui sviluppo aveva offerto linfa vitale, prima del trasferimento a Marsala. Nel corso dell’audizione traspare la sua generosità rafforzata dalla ferma volontà di farsi baluardo difensivo, anche da Procuratore della Repubblica di Marsala, contro il rischio concreto della dispersione dell’esperienza del pool. Sono parole forti, le sue, espressive di un impegno morale prima ancora che professionale: “questo inquietante segnale, insieme alle preoccupate confidenze dei colleghi di Palermo, mi è giunto ufficialmente a Marsala ed avrei tradito l’impegno del mio lavoro se non lo avessi reso di pubblico dominio per dare concretezza alle mie gravi apprensioni sullo stato delle indagini antimafia che non possono e non devono ridiventare settoriali e parcellizzate”.

In audizione, viene illustrato nuovamente il rischio di smarrire la via per condurre le indagini in modo ottimale e proficuo; Borsellino si dichiara “sinceramente preoccupato” non solo degli effetti sulla lotta alla mafia, ma anche per aver visto “perdere l’entusiasmo” a Giovanni Falcone “che di entusiasmo ne sa vendere a tutti”. Emerge così un suo tratto che riaffiorerà in seguito, in altre terribili circostanze. È quel modo di intendere il ruolo del magistrato che si fonda sulla vicinanza ai colleghi, sulla solidarietà, su una forma speciale di sensibilità e di immedesimazione nell’esperienza e nella visione dell’altro che è qualità umana assai rara e tanto rilevante nel mondo dell’ordine giudiziario. Ma vi è di  più.

Si scorge anche una costante attenzione alla ricerca del bene per l’ufficio e per la giustizia in sé. Così si legge benissimo la analitica disamina dei rapporti tra i colleghi di Palermo, dopo il passaggio di consegne tra Caponnetto e Meli. Borsellino difende e ribadisce i termini della propria denuncia – tanto più autorevole perché compiuta da chi non è interessato in prima battuta, ed anzi presta servizio in ufficio diverso – senza mai esprimersi negativamente sul collega Meli.

Eppure la forza delle sue parole è dirompente; e lo è proprio perché si riferisce ai risultati della lotta alla mafia che quelle vicende stavano determinando e alle conseguenze umane che esse erano destinate a sortire nei riguardi di colui che Borsellino riteneva soprattutto il più capace dei colleghi, per esperienza e professionalità: ovviamente è sempre Giovanni Falcone.

A rileggere oggi i resoconti dell’intervento di Borsellino, emergono poi i grandi temi del presente dell’ordine giudiziario: i rapporti con i media e l’opinione pubblica; il peso crescente della specializzazione; l’importanza di una cultura dell’agire in gruppo, nel nome dell’efficienza e del coordinamento.

Muovendo un passo a ritroso, la raccolta si apre con gli atti consiliari dedicati agli anni  della formazione, al contatto diretto con le funzioni per il tramite dell’istituto del tirocinio in magistratura. Le relazioni e i rapporti che illustrano il periodo da tirocinante di Paolo Borsellino offrono uno scorcio assai interessante di quale fosse il contesto del distretto giudiziario palermitano, nel 1965. Le caratteristiche eccezionali e la preparazione fuori dal comune del magistrato risaltano, senza eccezioni, da ognuna delle occasioni in cui Borsellino fu valutato dai suoi colleghi, dal 1969 alla delibera del C.S.M. del giugno 1991, che precede di poco più di un anno la strage di via D’Amelio.

Ricchi di preziosi dettagli, tra gli altri documenti, sono gli atti relativi alla candidatura e al conferimento dell’incarico di procuratore di Marsala. Spicca, inoltre, la trasmissione dell’istanza di nomina dello stesso Borsellino, da parte del Presidente del Tribunale di Palermo, Francesco Romano, che “in deroga alla prassi consueta e ancorchè non richiesto”, trasmise un parere estremamente dettagliato sulle qualità di Borsellino. Vi campeggiano aggettivi e riconoscimenti rari che testimoniano di doti straordinarie: dal rinvenire nel modo di operare di Paolo Borsellino un tratto “geniale”, all’attestare la “totale abnegazione”, mostrata nell’assolvere alle funzioni istruttorie. Anche nella vicenda della nomina a Marsala, il destino di Borsellino è da subito indissolubilmente legato a quello di Giovanni Falcone. Infatti, in quella fase storica, dai giudizi e dagli esiti delle scelte del Consiglio, la straordinaria intuizione operativa mostrata in sede di istruttoria del maxi-processo, sembrò uscirne vincente: almeno l’impegno e le qualità di Borsellino furono impiegati e valorizzati al meglio. E questo parve il prodromo perché analoga sorte felice toccasse anche a Giovanni Falcone per la guida dell’ufficio istruzione a Palermo. Ma sappiamo che, invece, in quella successiva circostanza le cose andarono in tutt’altro modo. Anzi può dirsi che la pagina della nomina di Borsellino a procuratore di Marsala rappresenta una delle poche vicende felicemente risoltesi, sia pure con un voto di nomina frastagliato e persino sofferto: di fatto, le complesse dinamiche dei rapporti tra il governo autonomo e le scelte compiute dai  magistrati  palermitani  impegnati  nella  lotta  alla  mafia  negli  anni  ottanta,  in  seguito non avrebbero trovato più composizione né esiti favorevoli.

L’audizione in Prima Commissione tenutasi sul finire del 1991, vede Borsellino confrontarsi con le conseguenze della dottrina dei professionisti dell’antimafia, ma soprattutto con questioni di portata epocale come l’impiego dei collaboratori di giustizia. Si tratta della vicenda che ebbe come epicentro la procura di Trapani; essa porta alla luce, ancora una volta, tematiche di straordinaria attualità. Su quasi tutte tali questioni, le parole di Borsellino si rivelano portatrici di grande valore e appaiono ancora oggi all’avanguardia nella soluzione di problemi complessi. Mi riferisco, ad esempio, al modo in cui Borsellino intende la doverosa collaborazione tra i sostituti che prestano servizio presso Uffici diversi, nonché al profilo garantista che lo animava, ad esempio nella valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Appare evidente come Borsellino ne valutasse l’affidabilità sulla base dei riscontri oggettivi, senza ammettere scorciatoie di sorta. Come pure decisivo si configura il suo apporto nel consentire al C.S.M. di procedere a scelte difficili e complesse in merito all’ufficio di Trapani che si dibatteva in una crisi di gestione assai profonda.

Segue, quindi, la sezione dedicata all’articolata posizione di Paolo Borsellino sulla Procura Antimafia e le vicende che ne riguardarono il conferimento della direzione, nella tragica estate del 1992, poche settimane prima della sua morte. La sfaccettata e analitica posizione assunta da Borsellino sul punto trova ampia eco nella sua ultima intervista rilasciata proprio nel giugno del 1992, dopo la strage di Capaci. La coerenza del pensiero dell’uomo si misura qui in tutto il suo rigore e la sua grandezza.

L’amicizia con Giovanni Falcone, che del nuovo istituto era stato il promotore, non gli faceva velo; Borsellino aveva indicato alcune perplessità sullo statuto di quella che al tempo era denominata la superprocura. Eppure, nel valutare l’operato dell’amico al Ministero, era capace di evidenziarne gli esiti virtuosi e, soprattutto, mostrava di vedere in lui colui il quale avrebbe comunque dovuto assumere l’incarico di Procuratore Nazionale Antimafia. La richiesta di riapertura dei termini per  il concorso dopo la strage di Capaci – nonché il dibattito in Plenum che ne derivò – cade proprio in quel breve e tragico spazio temporale che segna la distanza tra la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino. Ebbene, gli atti consiliari assumono il peso di documenti di grande valore, come impregnati di una tragedia consumatasi ma anche di un’altra incombente. Lo si percepisce dal tono e dall’argomentare di molti Consiglieri, dalla difficoltà delle scelte da compiere in un momento di profonda difficoltà per l’ordine giudiziario e per la Repubblica tutta.

È allora parso opportuno che il volume si chiudesse con il verbale della seduta del Consiglio Superiore che segue la strage di via D’Amelio. Vi prendono la parola il Vice Presidente Galloni e  il Presidente Scalfaro. Aleggia nel Plenum uno stato di disperazione e sconforto, di tristezza vera. Nelle parole del Vice Presidente Galloni, dedicate a Paolo Borsellino, sembrano tornare tutti i grandi temi di un’epoca drammatica; ma il ricordo del grande magistrato siciliano assume un valore straordinario perché affiorano in controluce la passione che lo animava, l’amicizia che lo legava a Giovanni Falcone, ma anche l’impegno associativo, la coerenza fortissima che lo aveva spinto a non partecipare al concorso per la Direzione Antimafia, poiché aveva ritenuto critiche alcune delle caratteristiche dell’istituto, come ricordavo in precedenza.

Il ricordo, il ritratto cui dà corpo Galloni è straordinario: Paolo Borsellino finalmente appare con la statura che gli spetta, illustrata senza indulgere nell’enfasi, ma con spirito di verità e riconoscenza. Infine, le parole di Oscar Luigi Scalfaro, appena eletto Presidente della Repubblica, davvero sembrano suggellare un momento drammatico della storia italiana. A rileggerle oggi, si coglie un senso di impotenza di fronte al brutale eccidio di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, ma al contempo si intravede anche il legato della ricerca della libertà e della giustizia che Borsellino ha saputo lasciare a tutti noi e che deve essere tramandato alle generazioni.

 

 


Presentazione del volume curato dal CSM nel venticinquesimo anniversario della strage di via D'Amelio

In occasione della ricorrenza del venticinquennale della strage di via D’Amelio, che ha portato alla morte il dott. Borsellino ed il personale della sua scorta, il Comitato di Presidenza ha inteso organizzare un particolare evento commemorativo, conferendo all’Ufficio Studi e Documentazione, l’incarico di predisporre una pubblicazione relativa agli atti consiliari di possibile interesse.

In linea col disegno progettuale complessivo, l’opera qui presentata costituisce il secondo volume di due parallele raccolte, dedicate rispettivamente a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, figure accomunate da tanti significativi elementi, compresa la cadenza temporale della tragica scomparsa. In questa sede, a compimento del progetto, va ulteriormente ribadita, in maniera ancor più marcata, l’unitarietà dell’opera, qualità che spicca, con palmare evidenza, solo constatando quante volte i singoli atti, inseriti nell’uno come nell’altro volume (note di elogio, lettere, delibere, articoli), si riferiscano, congiuntamente, ai due magistrati.

Stesso scenario storico, stesse questioni ordinamentali, stesse battaglie, eppure – sarà agevole notarlo – i due colleghi risultano profondamente differenti tra loro, nel modo di essere, nel percorso professionale e, per quanto qui interessa, nell’approccio stesso all’Organo consiliare.

Tuttavia, i loro ruoli, i punti di vista, la rispettiva sensibilità, ogni aspetto, insomma, di ciascuno dei due si integra e si compensa alla perfezione, sempre con naturale, quasi istintiva, spontaneità.

Ed è proprio questa la ragione per la quale la storia di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, singolarmente ricostruita, merita di essere letta tutta insieme: si tratta, infatti, di due tessere di un puzzle, due frammenti di un cuore spezzato, unici e diversi nella loro conformazione, tali però da incastrarsi alla perfezione.

Solo unite le due parti restituiscono il dono della straordinaria e autentica realtà dell’insieme.

Le caratteristiche e le finalità della metodica editoriale prescelta, cioè la ristampa anastatica degli originali degli atti, riprodotti fotograficamente nella loro autentica consistenza, sono state già illustrate nella Presentazione del primo volume, così come sono state ivi spiegate le asperità della ricerca e la complessità delle operazioni di riordino e di catalogazione delle migliaia di pagine reperite.

Quanto ai contenuti specifici di questo tomo, la ricerca dei documenti storici, nel caso del dott. Borsellino, si è sviluppata all’interno del suo fascicolo personale – riprodotto nella prima copertina del libro – e si è, poi, slargata nell’ampio archivio degli atti del Comitato Antimafia e della Prima commissione referente, oltre, naturalmente, all’aver interessato tutti gli ordini del giorno dell’Adunanza plenaria.

In questo impegno euristico, è stato mio preciso intendimento setacciare, con meticolosa attenzione, tutti gli atti prodotti dal C.S.M. negli ultimi 57 giorni della vita di Paolo Borsellino, verificando, per quanto possibile, tutti i singoli atti protocollati in entrata ed in uscita, per cogliere e rilevare anche il minimo particolare documentale di quel terribile e cruciale lasso temporale.

In ragione di precise scelte metodologiche, anche scaturenti dall’enormità dei materiali reperiti, il libro contiene solo i documenti redatti quando il magistrato era ancora in vita; sono ricompresi due soli atti post mortem: l’epilogo consiliare della strage di via D’Amelio, straordinariamente compendiato negli interventi del Capo dello Stato e del Vice Presidente Galloni e, per altro verso, la delibera dell’ottobre ‘92, contenente la nomina del Procuratore Nazionale Antimafia. Quest’ultimo atto pone capo alla lunga e sofferta procedura, richiamata già nel volume su Giovanni Falcone, rilanciata dalla scomparsa di quest’ultimo e costellata, soprattutto durante quei terribili 57 giorni, della più varia congerie d’interventi istituzionali: dalla richiesta del Ministro di riapertura dei termini alla correlata delibera di rigetto del Plenum, dalla norma di legge prescrittiva della nuova pubblicazione sino alla contrastata nomina finale, passando per la sentenza della Consulta del luglio dello stesso anno e senza trascurare il lancio mediatico del Governo su una pretesa candidatura politica di Borsellino.

In ossequio ad una delle direttrici principali dell’iniziativa consiliare – cioè raccogliere e valorizzare l’eredità dei due magistrati, divulgando i contenuti del loro vissuto consiliare come contributo di trasparenza e riflessione – questa pubblicazione, lungi da qualsiasi interesse voyeuristico, vuole far conoscere, per far capire e ragionare.

Ecco perché la documentazione è stata ordinata secondo aree tematiche polarizzate intorno a nuclei ordinamentali tuttora molto attuali, quali la professionalità del magistrato, i sistemi di conferimento degli incarichi direttivi, l’uso dei “canali non istituzionali”, la fuga di notizie durante le indagini, l’intervento della politica nella vita della magistratura.

La trama che sottende il tessuto connettivo dell’opera è la lotta alla criminalità organizzata, obiettivo questo su cui Paolo Borsellino ha giocato, per dirla con Blaise Pascal, la scommessa della sua vita.

Da ciò la scelta del titolo, L’antimafia di Paolo Borsellino, non peraltro nel senso di una strategia di contrasto sui generis, personalizzata o improntata ad un ipotetico soggettivismo, sul piano soprattutto processuale, che, anzi, la metodica investigativa di questo magistrato è rigorosamente imperniata proprio sui canoni oggettivi tipici “dello stato di diritto … e sottolineo di diritto” (audizione luglio 1988).

Piuttosto questo titolo intende evocare il senso dell’appartenenza piena ed inconfondibile dell’una all’altro.

La dedizione totale alla causa, “giorno e notte”, nei limiti della stretta legalità, la prioritaria ricerca di un orizzonte culturale di lotta “che interessa tutti”, contro l’“antica piaga della voglia di convivenza”, l’imprinting costante della cultura della giurisdizione (“io ho il dovere di fare un’indagine a vasto raggio anche nell’interesse dello stesso indagato”), l’approccio processuale “da giudice più che da investigatore”, in sé dirompente considerati i tempi, quelli della “dottrina Coci”, ecco, tutto ciò caratterizza inconfondibilmente l’antimafia di Paolo Borsellino, facendone una pietra miliare nella storia della magistratura e della cultura  italiana.

Quel che intendo, ancora, evidenziare e partecipare, avendone avuta personale esperienza nell’attuale direzione dell’Ufficio Studi, è la ricchezza non solo scientifica e culturale, ma anche emozionale di quest’opera: il patrimonio di umanità che emerge è di straordinario valore ed il filo di autentica passione, che anima queste vecchie pagine impolverate, offre il dono prezioso di sentimenti tuttora vivi e di emozioni fortissime, tali da appassionare e commuovere.

Se ci si perde nella lettura, ci si dimentica, talora, che non di un romanzo d’autore si tratta, ma di mere pratiche amministrative, tanto avvincente è la trama degli accadimenti e soprattutto tanto  è ricca ed aperta l’anima del protagonista. Paolo Borsellino parla della sua vita di clausura nella “stanza senza finestre nel bunker”, della “segregazione in un’isola deserta”, delle preoccupazioni fondate “su fatti specifici”, degli sforzi per l’informatizzazione come artigiano autodidatta, degli appelli speranzosi, fatti “non in maniera fumosa ed allusiva, come non è il mio stile, ma citando e sottolineando fatti concreti” e delle disillusioni “e forse avrei fatto meglio a tacere”. Ma di forte carica emotiva sono anche le dichiarazioni sulla gestione dei pentiti ed il “saltare in aria” di Paolo Borsellino di fronte ad episodi gravi, come la fuga di notizie, categoricamente inammissibili (“a me fatti del genere non ne sono mai capitati”).

A conclusione di questo importante sforzo istituzionale, se è vero che i documenti parlano da se stessi, mi piace affidare la parte conclusiva di queste mie brevi riflessioni introduttive ad un’espressione elogiativa e di gratitudine, di profondo significato, indirizzata personalmente, senza retorica alcuna, dal Presidente del Tribunale di Palermo a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nel lontano 1985, con un particolare auspicio finale rivolto proprio al C.S.M.

Il Presidente scrive ai suoi due magistrati:“l’eccezionalità di questa loro attività e dei risultati raggiunti merita il più ampio apprezzamento e il più sincero elogio da parte non soltanto della mia persona ma altresì di tutti gli onesti cittadini, per il cui bene le SS.LL. hanno amministrato giustizia con tanto impegno e con tanto sacrificio; e mi auguro che il Consiglio Superiore della Magistratura … vorrà fare pervenire il suo ambito riconoscimento e saprà tenerne conto allorché se ne presenterà l’occasione”. Che quest’Opera, curata dall’Ufficio Studi con grande impegno scientifico, ma anche con tanta amorevolezza e sentita commozione, possa essere l’“occasione” per il compimento storico di quel lontano augurio.

(testo curato dal Cons. Luca Palamara)


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