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Paolo Borsellino

"La risposta alla tragedia" nell'appello del Capo dello Stato

Nella sezione è possibile consultare il verbale dell'Assemblea plenaria del Csm tenutasi il 22 luglio 1992.

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In tanti, nel nostro paese, hanno ancora negli occhi le immagini di una Palermo di sangue di quel tardo pomeriggio domenicale di luglio di tanti anni fa. Sono momenti che non si possono dimenticare; immagini impresse nella coscienza degli italiani; sensazioni su cui si può costruire anche l’impegno di una vita.

A tre giorni dalla strage di via D’Amelio, proprio l’intervento del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nel plenum del Consiglio Superiore (che pubblichiamo integralmente), esprime un forte invito a tutti gli “uomini dello Stato” – nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nel mondo istituzionale –, a fare la propria parte, con senso di responsabilità, in quel passaggio delicato per la vita della nostra democrazia. Per non far prevalere la “disgregazione”, l’“abbandono”, lo “scoramento”.

Numerosi magistrati di allora risposero a quella “chiamata”, muovendo dalle regioni più lontane, dal Piemonte, dalla Lombardia, dall’Emilia Romagna, dalla Liguria, dal Veneto per “andare in Sicilia” a sostenere quella causa di “giustizia”, a cui Paolo Borsellino aveva dedicato buona parte della sua esistenza. Unendosi, in questo modo, ai magistrati siciliani che, nonostante i pericoli incombenti, rimanevano al “loro posto”.

Quel contributo di fermezza e impegno molti saranno disposti ad offrirlo a quella Italia, che stava vivendo un momento di complicata transizione. Un paese attraversato da grandi spinte divisive (geografiche, politiche e sociali); ma che nutriva pure una gran voglia di “voltare pagina”, di “rinnovarsi” e di risolvere, una volta per tutte, il problema della criminalità mafiosa con una nuova alleanza tra istituzioni e società.

L’invito  alla fermezza e all’impegno formulato dal Presidente della Repubblica si salda con le parole del Vicepresidente del Consiglio superiore. L’onorevole Giovanni Galloni sottolinea le fragilità economiche e sociali della realtà nazionale alla base dell’espansione del potere mafioso, evidenziando come il contrasto al crimine organizzato non possa ridursi all’azione repressiva di magistratura e forze dell’ordine.

Tornano alla mente le parole, di grande attualità, pronunciate da Paolo Borsellino, in un incontro con gli studenti dell’Istituto Superiore di Bassano del Grappa il 26 gennaio 1989, su Mafia e legalità: “… oggi la lotta alla criminalità mafiosa viene sostanzialmente delegata soltanto alla magistratura e alle forze dell’ordine, e si ritiene che sia un fatto esclusivamente di natura giudiziaria, mentre un fatto esclusivamente di natura giudiziaria non è. Se non si incide sulle cause profonde di questo particolare fenomeno criminale ce lo ritroveremo sempre davanti.

Questa delega lasciata soprattutto a magistratura e forze dell’ordine ha provocato una loro sovraesposizione. Cioè, nella mentalità del criminale è chiaro che eliminare il magistrato che si occupa di mafia o il poliziotto che si occupa di mafia significa eliminare l’unico nemico. E in questo il magistrato e l’appartenente alle forze dell’ordine si trova eccessivamente sovraesposto e quindi poco protetto”.

Le “tracce” che ha lasciato il giudice Borsellino sono nei racconti di chi lo ha frequentato o ha lavorato al suo fianco. E anche negli atti che il Consiglio superiore della magistratura ha deciso di pubblicare.

La sua biografia professionale andrebbe conosciuta a fondo da ogni uomo delle istituzioni. Soprattutto dai giovani magistrati di “oggi”. Quelli che muovono i primi passi nei tribunali e nelle procure. A cui si chiede non solo di conoscere i codici, di condurre un interrogatorio, di disporre una intercettazione o un arresto, di scrivere una sentenza, ma anche di “interpretare” un ruolo. Ossia di capire, dentro e fuori dalle aule di giustizia, come porsi con deboli e potenti, colti e sprovveduti, vittime e carnefici. Di avere “senso di responsabilità” quando da un tuo atto dipendono la vita di una impresa, il destino di centinaia di lavoratori, la libertà di un indagato, le speranze di una famiglia, la credibilità di una  istituzione.

Del magistrato Paolo Borsellino, colpiscono tanti aspetti.

La sua lunga esperienza nell’area della giurisdizione civile, orgogliosamente rivendicata; la sua passione per la ricerca giuridica; il suo impegno associativo; il suo passaggio alla giurisdizione penale in momenti tragici, nei quali non ci si poteva tirare indietro e per lui sarebbe stato comunque moralmente inaccettabile farlo.

Colpisce l’esordio di Borsellino nella trincea dei processi penali, lui appassionato del processo civile. È l’istruttoria per l’omicidio del capitano Basile, ucciso a revolverate a Monreale con la figlia tra le braccia. Siamo nella Palermo dei primi anni ottanta. Con i “corleonesi” che colpiscono chi fa il suo dovere nelle istituzioni. Nella dinamica di quel processo c’è il clima del palazzo di giustizia di allora. Con i capi cosca che usano tutti i mezzi per “cancellare la verità”.

La tesi di Borsellino, che porta al rinvio a giudizio tre noti boss, non verrà accolta dalla corte di assise. Sorprende un passaggio della motivazione di assoluzione: “meno problematico, se non addirittura certo, sarebbe stato il convincimento di colpevolezza di questa Corte in presenza di un più ristretto numero di indizi”.

Il seguito del processo avrà uno sviluppo travagliato con continui “colpi di scena”. Ironia della sorte, la bontà della tesi di Borsellino sarà definitivamente provata solo dopo l’attentato di via D’Amelio.

In quella pagina stanno le difficoltà “di contesto” con cui si misurava il giudice. Ciò non ostante, Borsellino non ha mai perso la dedizione per il suo lavoro e il senso della misura. Basta leggere un verbale redatto da lui, brani dell’ordinanza-sentenza del primo maxi-processo (consultabile in questa sezione) (scritta con Falcone), o alcuni interventi pubblici su temi della giustizia. Si coglie lo scrupolo e il rigore anche per questioni in apparenza di dettaglio ma che nascondono il destino di imputati o vittime; la capacità di collegare fatti in apparenza slegati; la conoscenza del diritto, l’equilibrio e soprattutto la passione per il suo lavoro. Sono le doti che davvero contano. Che indicano una via a ciascun magistrato e in particolare ai giovani magistrati di oggi. Quelli immersi in un mondo dove, troppo spesso, la “professionalità” si confonde con la “notorietà”; dove l’ottenimento del “piccolo privilegio” sembra più gratificante dell’importanza del ruolo che si svolge, e può indurre a forme insane di competizione con chi lavora al nostro fianco; e dove il desiderio di “bruciare le tappe della carriera” produce conformismi o prudenze eccessive verso chi dirige i nostri uffici e dovrà valutarci.

Paolo Borsellino è stato un uomo di grande equilibrio istituzionale e, nel contempo, capace di “denunciare” ciò che non andava nel sistema giudiziario, esponendosi alle stesse reazioni della magistratura.

Da procuratore della Repubblica di Marsala, con due interviste rilasciate nel luglio del 1988 ai giornalisti dell’Unità Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, lanciò nel dibattito pubblico l’allarme sulla silenziosa opera di smobilitazione del pool antimafia, posta in essere nell’ambito dell’ufficio istruzione di Palermo: “Vogliono smantellare il pool antimafia. Fino a poco tempo fa tutte le indagini antimafia, proprio per l’unitarietà della organizzazione chiamata Cosa Nostra, venivano fortemente centralizzate nel pool della Procura e dell’Ufficio istruzione. Oggi invece i processi vengono dispersi in mille rivoli. Tutti si devono occupare di tutto, è questa la spiegazione ufficiale, ma è una spiegazione che non convince … le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata, come prima e più di prima.”

Nonostante l’attento governo delle parole da utilizzare nella comunicazione pubblica, dovute al senso di responsabilità proprio del delicato ruolo istituzionale ricoperto e alla consapevolezza del pericolo di strumentalizzazioni di varia natura, Paolo Borsellino subì le conseguenze di quelle interviste.

Le polemiche che seguirono a quelle sue parole lo trascinarono dinanzi al Consiglio Superiore della magistratura con il rischio di un procedimento disciplinare.

Una rigorosa ispezione ministeriale, disposta dall’allora Guardasigilli Giuliano Vassalli, avrebbe accertato, qualche mese più tardi, che i fatti denunciati da Paolo Borsellino rispondevano a verità. E mettevano a repentaglio importanti risultati giudiziari conseguiti con il primo maxi-processo a Cosa Nostra e con i processi a quello collegati.

Sia il Presidente della Repubblica sia il Vicepresidente del Consiglio superiore sottolinearono, negli interventi che pubblichiamo, l’importanza e l’incisività del lavoro in equipe nel contrasto giudiziario  ai clan.

L’equilibrio e la forza del magistrato siciliano si colgono nel momento più drammatico della sua parabola professionale e umana, ossia dopo l’attentato di Capaci.

In un discorso tenuto il 25 giugno 1992 alla Biblioteca comunale di Palermo, Paolo Borsellino non nasconde la sua profonda sofferenza ma anche tutta la sua volontà di fare il suo dovere sino in fondo.

Più di ogni altra personale considerazione, alcuni passaggi esprimono tutto lo spessore dell’uomo e gli ideali che lascia in eredità alle future generazioni di giudici e pubblici   ministeri: “… poichè sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti, ma quello di utilizzare le mie conoscenze e le mie opinioni nel mio lavoro …in questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone perché avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto … come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli alla autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che, soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.”

Dunque, anche in quei momenti terribili, Borsellino intende dare il suo contributo seguendo un percorso di riserbo strettamente istituzionale e affidando le sue conoscenze alla autorità giudiziaria.

Purtroppo, nonostante quella manifestazione di piena disponibilità ad offrire un contributo testimoniale, Borsellino non verrà sentito da alcuna procura, portandosi con sé degli elementi preziosi per la ricostruzione di una pagina drammatica della vita della nostra democrazia.

D’altronde, in una intervista rilasciata a pochi giorni dalla strage di Capaci al giornalista del Corriere della Sera Giuseppe D’Avanzo, Paolo Borsellino rivela pure di avere dato la sua disponibilità per una sua “applicazione” alla procura di Caltanissetta per indagare sulla morte di Giovanni Falcone. Ricorda in quel frangente come in occasione di un altro omicidio che lo aveva coinvolto emotivamente, quello del citato capitano Emanuele Basile, era riuscito a lenire quella sofferenza dedicandosi in prima persona alla attività istruttoria. Intendeva farlo anche per Giovanni Falcone.

Purtroppo neppure quella sua volontà riuscì a realizzarsi.

Infine, gli ultimi giorni dell’impegno professionale di Borsellino. Tante ombre ancora avvolgono quella stagione della sua vita, troppe ombre ancora sull’attentato di via D’Amelio. Troppi i pezzi mancanti, le verità parziali, i depistaggi. Restano tanti gli interrogativi. Resta enorme l’impegno della magistratura per “capire”, per offrire al “nostro paese” e ai familiari delle vittime una seria risposta di “giustizia”.

Un impegno che porta la nostra professionalità a misurarsi sistematicamente con la menzogna, l’astuzia e, talvolta, la ferocia non solo dei capi di Cosa Nostra; e che allo stesso tempo ci impone di conservare equilibrio, serenità personale, capacità di ascoltare tutti, e poi di procedere verso quelli che, sulla base di elementi concreti, appaiono responsabili di reati, perché la legge è uguale per tutti.

L’impresa è non agevole.

Occorrono la stessa forza, la stessa dignità e lo stesso coraggio di quell’uomo pronto a coltivare il suo desiderio di verità, a qualunque costo, anche nella solitudine di quegli ultimi drammatici cinquantasette giorni della sua esistenza.

 

(testo curato dal Cons. Piergiorgio Morosini)


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