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Giovanni Falcone

Le tensioni nella vita professionale di Falcone

La sezione raccoglie i seguenti documenti: 


Le audizioni di Giovanni Falcone al C.S.M., dinanzi al Comitato antimafia o alla Prima commissione, testimoniano delle tensioni che ne hanno accompagnato l’attività professionale, da leggersi in combinato con i dibattiti in commissione e plenum in occasione dei concorsi cui prese parte, per la nomina a Consigliere Istruttore, a Procuratore Aggiunto di Palermo e per Procuratore Nazionale Antimafia. Il concorso per la nomina del Consigliere Istruttore che sarebbe dovuto succedere ad Antonino Caponnetto aveva riproposto il tema dell’applicazione della regola dell’anzianità senza demerito quale criterio preferenziale per la nomina dei dirigenti, a scapito del criterio delle maggiori attitudini, della specializzazione e delle pregresse esperienze nel settore. Con esiti esattamente contrari a quelli della precedente nomina per Procuratore di Marsala, che aveva premiato Paolo Borsellino. Dopo la nomina di Antonino Meli, il 19 gennaio 1988, l’attività del Comitato antimafia, che aveva già visitato altri uffici siciliani, proseguì con la visita a Palermo. Visita che si era svolta, come indicato dal relatore, “in un momento di tensioni, di discussioni e di polemiche seguite alla decisione del Consiglio circa la copertura del posto di Consigliere dirigente”. Le questioni affrontate, e riportate nella relazione al plenum del 3 febbraio 1988, risuonano come molto attuali: i carichi  di lavoro degli uffici, la scopertura degli organici di magistratura e del personale amministrativo, l’informatizzazione, il rilievo delle banche dati, la specializzazione e professionalità della polizia giudiziaria, la ponderazione dei processi, la sostenibilità dei maxiprocessi, l’elevato numero di prescrizioni, il coordinamento investigativo, la circolazione delle informazioni fra diversi uffici giudiziari, il rilievo delle misure di prevenzione, la revisione delle circoscrizioni  giudiziarie.

Le tensioni riemergono dopo pochi mesi, quando al Consiglio giunge il carteggio fra i magistrati del pool (Falcone, Guarnotta, Di Lello, Conte, De Francisci, Natoli) e il Consigliere Istruttore Meli. Falcone ha appena reso pubblica la sua intenzione di essere destinato a diverso ufficio. Il nodo della questione si lega alla filosofia che ha condotto al maxiprocesso. L’intuizione di Falcone, è che essendo Cosa nostra una organizzazione unitaria e verticistica, cui ricondurre l’intero programma criminoso e la realizzazione dei reati fine, per ottenere risultati processualmente validi, sia contro i mandanti che contro gli esecutori materiali, occorre immagazzinare i dati, mettere insieme le informazioni, elaborarle in una centrale informatica; i procedimenti vanno assegnati attraverso regole di competenza interna che consentano a tutti i magistrati che si occupano di mafia (il c.d. pool) di conoscere il lavoro degli altri; con la valorizzazione del sistema delle coassegnazioni, per assolvere la duplice esigenza di assicurare una visione globale delle strutture e dei dinamismi dell’organizzazione mafiosa e di garantire, nel contempo, una sempre maggiore professionalità dei magistrati assegnatari delle istruttorie. Tale filosofia appare sconfessata dall’approccio di Meli. Durante le audizioni del 31 luglio e dell’1 agosto dinanzi alla prima commissione e al comitato antimafia, Giovanni Falcone rappresenta tutto il disagio, che a volte definisce scoramento, suo e dei colleghi, per quei primi mesi di lavoro con il nuovo dirigente, di cui non mette mai in discussione la buona fede e la probità, ma di cui contesta il metodo di lavoro, e la stessa filosofia del contrasto alla criminalità organizzata. Il pool risulta depotenziato o, in concreto, smantellato, le regole tabellari di assegnazione dei procedimenti in vigore e approvate con Caponnetto sono disattese o addirittura ignorate, i procedimenti assegnati senza criteri riconoscibili. Emergono chiaramente due diversi modelli. Il Consigliere Istruttore si preoccupa della quantità dei procedimenti pendenti presso l’ufficio, pone continuamente l’accento sul carico arretrato degli affari ordinari, chiede le statistiche; i procedimenti di criminalità organizzata non seguono più la competenza per materia del pool, con le regole di connessione e di precedente. I magistrati del pool, che in ogni caso non avevano trascurato il carico ordinario, vengono ulteriormente gravati. I processi di mafia sono assegnati a tutti, con conseguente atomizzazione delle indagini e polverizzazione delle conoscenze in mille rivoli processuali. Falcone e gli altri magistrati del pool se ne lamentano. A fronte di carichi di lavoro significativi, invece, ad avviso di Falcone, occorre stabilire le priorità. Il modello più efficace per il contrasto alla mafia è quello del pool, che fino ad allora ha operato secondo le regole tabellari di Caponnetto. Nello specifico, non è condivisibile, per i magistrati del pool, la decisione di trasmettere, per competenza territoriale, al Giudice Istruttore di Marsala le posizioni processuali di alcuni soggetti gravati da contestazioni associative, proprio perché configgente con la determinazione di considerare Cosa Nostra un’organizzazione criminale di natura unitaria, avente epicentro a Palermo. La gestione del Consigliere Istruttore è definita “burocratica- amministrativa-verticistica”, l’esatto opposto del modello culturale, organizzativo e professionale che aveva condotto al maxiprocesso.

Il tempo passa, cambia il codice di procedura penale, il maxiprocesso fa il suo corso nei vari gradi di giudizio, restano le tensioni. Giovanni Falcone è nominato Procuratore Aggiunto di Palermo   il 29 giugno 1989 e, successivamente, il 27 febbraio 1991 va a ricoprire l’incarico di Direttore Generale degli Affari penali al Ministero di Grazia e Giustizia. Inizia a lavorare al progetto della Procura nazionale antimafia e alla normativa sui collaboratori di giustizia.

Il 5 e l’11 settembre 1991 pervengono al Consiglio due esposti, uno a firma dell’avv. Giuseppe Zupo, l’altro a firma del prof. Leoluca Orlando, del prof. Alfredo Galasso e di Carmine Mancuso, contenenti critiche alla gestione delle indagini riguardanti la criminalità organizzata di tipo mafioso, con la conseguente richiesta del Presidente della Repubblica dell’avvio di un’inchiesta sull’operato delle istituzioni giudiziarie e sui magistrati della Procura della Repubblica di Palermo. Nello specifico, gli esponenti contestavano a Giovanni Falcone di non aver adeguatamente valorizzato, nei processi per i cd. “omicidi politici” (Reina, Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa), elementi documentali già in atti e di non aver approfondito filoni d’indagine in precedenza avviati dal defunto procuratore Costa e coltivati poi dal Consigliere Istruttore Chinnici, nonché di non aver attribuito la giusta valenza alle dichiarazioni eteroaccusatorie rese dai collaboratori di giustizia Pellegriti e Calderone, ai fini del disvelamento del contesto politico che faceva da sfondo alle più recenti evoluzioni dell’organizzazione criminale denominata “Cosa Nostra”. Il 15 ottobre Falcone è chiamato in audizione dinanzi alla Prima commissione. Il clima è davvero teso, e l’audizione si svolge in modo concitato, con l’incalzare delle domande dei commissari e una crescente insofferenza dell’audito, chiamato di fatto a discolparsi da accuse di avere tenuto “le prove nei cassetti” o, comunque,“di aver fatto male le indagini”. Il relatore definisce le accuse contenute negli esposti con la locuzione “doveri trascurati”. Sono passati tre anni dalle audizioni sulla gestione dell’ufficio istruzione da parte di Meli, e ora il Consiglio deve svolgere un approfondimento su una presunta mala gestione delle indagini da parte di Falcone. Da accusatore ad accusato. Nel frattempo tante polemiche si erano registrate, successive all’attentato dell’Addaura e al fuori ruolo al Ministero. Tutto un altro clima. Falcone spiega nel dettaglio il perché di certe scelte investigative, rintuzza punto per punto il contenuto degli esposti che il relatore gli sottopone, fino a dichiararsi in alcuni passaggi dell’audizione sdegnato per certe accuse strumentali e in malafede degli esponenti. Torna sulla gestione Meli e questa volta parla espressamente di una gestione che aveva messo il bastone fra le ruote alle indagini dell’ufficio, determinando una “sofferenza complessiva”. Queste le sue ragioni: “Obiettivamente m’intendevo riferire a quella situazione d’impossibilità di andare avanti, a quella situazione che ha portato allo smantellamento del pool a Palermo, che ha impedito certi risultati che sono stati ottenuti nel passato. Tutto lì. Non intendo ipotizzare né malafede da parte di nessuno, né intendo avanzare dietrologie di alcun tipo, tendo a prendere atto di una realtà: che se ogni due-tre mesi devi discutere di certi problemi, se ad ogni piè sospinto il tuo capo disfa quello che fai un minuto prima, è chiaro che le indagini si arrestano. Se nel momento in cui, poi, si innestano polemiche, come quelle che tutti quanti conosciamo e che sono avvenute negli anni passati e di cui il precedente Consiglio è un testimone, è chiaro che il risultato non può che essere di una sofferenza complessiva. Incalza, poi, ricordando le accuse di essersi messo da solo i candelotti di dinamite all’Addaura, le polemiche relative alla vicenda che aveva condotto alla morte di un suo agente di scorta e che era presente al momento dell’omicidio Dalla Chiesa, le accuse di essere un insabbiatore, proprio lui che, invece, aveva consentito a tantissimi fatti oscuri di venire alla luce con le sue indagini e, soprattutto, con “la più grande indagine bancaria mai fatta in un procedimento”. Ancora una volta, però, ciò che emerge è un modello di magistrato dell’accusa che fa della professionalità e della specializzazione le sue migliori doti; soprattutto riluce una cultura della prova rigorosa, che mira al risultato processuale e non a parziali obiettivi investigativi di facile uso mediatico. Falcone ricorda perfino alcuni contrasti di opinione con altri colleghi del pool, per il rigore che ha sempre richiesto per il raggiungimento di un quadro indiziario grave ed univoco, soprattutto per riscontrare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Emerge la sua profonda conoscenza del fenomeno mafioso:“Io non faccio parte di quella categoria di persone che sostengono che la mafia è un fatto economico e sociale e che se prima non si risolvono i problemi dell’economia siciliana non si risolveranno i problemi della mafia. Io penso che l’ istituzione, il mantenimento di strutture salde di repressione, della forza statale, in zone in cui, proprio dall’assenza dello Stato si sono giovate per giungere a certi risultati, ecco, tutto questo è una delle precondizioni per consentire lo sviluppo e il decollo del Mezzogiorno d’Italia. Quindi sono convinto non che la via giudiziaria sia una bella scorciatoia per risolvere i problemi politici, gabellandoli come problemi di mafia, tutt’altro – ma che la presenza dello Stato è fondamentale in una zona per combattere certi fenomeni che, prima che economici e sociali, sono squisitamente fenomeni di pertinenza criminale …”E, sulle accuse di non aver perseguito il terzo livello della mafia … “non esistono vertici politici che possono in qualche modo orientare la politica di Cosa Nostra. È vero esattamente il contrario … il terzo livello, inteso qual direzione strategica, che è formata da politici, massoni, capitani d’industria ecc … e che sia quello che orienta Cosa Nostra, vice solo nella fantasia degli scrittori: non esiste nella pratica. Esiste una situazione estremamente più grave e più complessa, perché più articolata … Certo è che mi sento di respingere – con sdegno – che ci sia stata una differenza di intensità fra prima e dopo la sentenza del maxi processo. Più avanti, nel corso dell’audizione chiarisce ulteriormente che la presenza di un terzo livello inteso come un direzione strategica che ordina alla mafia di compiere gli omicidi di politici e magistrati consentirebbe, paradossalmente, una repressione molto più agevole rispetto all’effettiva situazione esistente, costituita invece di “rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi” e, dunque, di gran lunga più difficili da contrastare ed estirpare, per il loro radicamento intimo nell’organizzazione mafiosa e nella società. Falcone richiama la necessità di fare attenzione alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, da sottoporre a rigoroso vaglio e riscontro, e sottolinea la delicatezza e complessità del trattamento del “pentito”, che richiede professionalità specifica: … Non intendo fare un’elegia, intendo dire soltanto che abbiamo di fronte personaggi saldissimamente strutturati che riferiscono ciò che sanno sulla base di un loro preciso disegno. E allora il problema è un sottile gioco psicologico di riuscire a capire qual è il loro disegno per poterti inserire e portarlo verso lo Stato. Una cosa molto difficile e, soprattutto, una cosa che, pentito per pentito, ha una sua origine, una sua evoluzione ed un suo modo d’essere … di fronte a persone che sono abituate da decenni a resistere a qualsiasi situazione di emergenza, figurarsi se è la domanda in un senso o nel’altro che può determinare la decisione di collaborare o meno. Si tratta di un enorme lavoro di pazienza”. La Prima Commissione dovette chiudere la pratica, archiviando le accuse mosse ai magistrati di Palermo (la delibera di plenum arriva il 4 giugno 1992, dopo la morte di Falcone).

Il modello Falcone troverà attuazione, normativa, organizzativa e giudiziaria, con l’istituzione delle Direzioni distrettuali e della Procura nazionale antimafia, e nell’ audizione del 24 febbraio 1992, dinanzi alla Commissione Speciale per il conferimento degli Uffici Direttivi, che dovrà nominare il PNA, il candidato farà ancora richiamo alla necessità di dare impulso al coordinamento investigativo – mediante la sistematica acquisizione ed elaborazione, anche informatica, dei dati e delle informazioni – ed alla esigenza di rafforzare la cooperazione internazionale.

Le idee, lucide e sofferte, di un visionario sono diventate realtà, anche nelle circolari del C.S.M.: professionalità, specializzazione, coordinamento investigativo, priorità, cultura della prova del P.M.

(il testo è stato curato dal Cons. Antonio Ardituro)


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