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Giovanni Falcone

L'incarico al Ministero di Grazia e Giustizia

La sezione raccoglie i seguenti documenti: 

 


I documenti pubblicati in questa Sezione concernono due vicende strettamente collegate tra loro, cioè l’autorizzazione del C.S.M., resa in data 27 febbraio 1991, al collocamento fuori ruolo di Giovanni Falcone, per esercitare le funzioni di Direttore generale degli Affari penali, delle grazie e del casellario (in seguito alla richiesta del Ministro della giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, preceduta dalla deliberazione del Consiglio dei Ministri) e il conferimento al medesimo delle funzioni di magistrato di cassazione.

Sul tema del collocamento fuori ruolo, la cornice regolativa era allora costituita, per quanto   qui d’interesse, dalla sola disciplina di legge (art. 15 l. n. 195/1958; per il primo intervento di normazione secondaria consiliare bisognerà attendere il 23 marzo 1994, con la circolare n. 755).

Non stupisce, quindi, che la discussione in sede di Plenum sia stata ampia, anche se la prassi consiliare già avrebbe consentito di circoscrivere le ragioni pro e contro. Il verbale qui pubblicato evidenzia altresì con chiarezza che la scelta, da parte di Falcone, di accettare la richiesta del Ministro, in quanto gli permetteva di continuare e completare quella lotta alla mafia alla quale aveva dedicato le proprie energie professionali e umane, non fosse completamente compresa o condivisa, neppure tra i componenti togati.

In proposito, si può ricordare la metafora con cui Falcone, in un’intervista dell’epoca, ebbe a motivare la propria scelta: “la lotta alla mafia non può fermarsi ad una sola stanza, ma deve coinvolgere l’intero palazzo”. Falcone non intendeva tanto parlare del “Palazzo” (così come il suo celebre riferimento ai reati di “terzo livello” non aveva avuto il significato di evocare una supercupola politico-mafiosa), quanto piuttosto affermare che il problema mafia non era solo siciliano e neppure solo italiano, e che pertanto occorresse una legislazione europea comune, che consentisse anche di meglio svelare i collegamenti tra mafia e pezzi deviati di politica.

Nei mesi successivi all’attentato dell’Addaura, questo convincimento crebbe in Falcone, come dimostrano numerosi riscontri documentali e testimonianze, soprattutto quella di Mario Almerighi, grande amico di Giovanni, suo coetaneo e sodale in tante battaglie, interne ed esterne alla magistratura, scomparso lo scorso marzo (si veda in particolare M. Almerighi, “La storia si è fermata. Giustizia e politica. La testimonianza di un magistrato”, Castelvecchi, 2014, spec. p. 138). Un convincimento che certo significava, per Falcone, l’impegno a riformare l’organizzazione delle forme di contrasto alla criminalità organizzata, maturato anche attraverso la sofferenza personale di avere visto progressivamente smantellato quel lavoro di équipe, la filosofia e la pratica del pool, da lui considerati essenziali per contrastare in modo unitario e coordinato un fenomeno, a sua volta, unitario e coordinato, come Cosa Nostra.

Un’ultima considerazione, sul punto tocca la questione più generale del collocamento fuori ruolo di un magistrato ordinario per svolgere funzioni amministrative all’interno di altre istituzioni, e in particolare del Ministero della giustizia.

In quegli anni, pure in assenza di norme secondarie, il Consiglio superiore della magistratura cominciò a porsi il problema delle potenzialità e dei limiti di queste autorizzazioni. Potenzialità, in quanto l’assegnazione a magistrati di ruoli apicali all’interno dell’organizzazione del Ministero della giustizia può avere, soprattutto in taluni momenti storici, un valore determinante per l’affermazione della cultura della giurisdizione e, dunque, per la corretta attuazione del modello costituzionale di giustizia, oltre che per il potenziamento degli strumenti a disposizione dell’autorità giudiziaria. Limiti, in quanto la sottrazione alla quotidianità della giurisdizione di magistrati di valore deve sempre essere valutata avendo ben presente la natura delle funzioni “amministrative” che essi andranno a svolgere e l’interesse della giurisdizione a che vengano svolte da magistrati invece che da altre professionalità.

Oggi, le norme secondarie vigenti, oggetto di un significativo intervento riformatore nel corso della corrente consiliatura (si vedano i commi 6-bis e segg. dell’art. 107 della circolare n. 13778, introdotti con deliberazione del 23 luglio 2015), sottolineano con forza la necessità che le autorizzazioni al collocamento fuori ruolo per funzioni non giudiziarie corrispondano ad un interesse dell’amministrazione della giustizia, oltre ad affermare con chiarezza che il C.S.M. debba valutare le ricadute provenienti dallo svolgimento dell’incarico fuori ruolo sotto il profilo della possibile lesione della immagine di imparzialità e indipendenza del magistrato o del pregiudizio derivante al prestigio della  magistratura.

Quanto al secondo oggetto di questa Sezione, cioè la richiesta del Ministero di conferimento a Falcone delle funzioni di magistrato di cassazione (allora necessarie per l’esercizio dell’attività dirigenziale generale, ai sensi dell’art. 3, comma 1, del Regio Decreto n. 2187/10927), in un primo momento il C.S.M. si riservò di provvedere, a causa del problema più generale della conferibilità di funzioni giurisdizionali a magistrati fuori ruolo, in un quadro normativo che, sino alla legge Breganze del 1963, aveva sempre tenuto strettamente collegato il conferimento delle funzioni all’assegnazione della qualifica (“titolo” o “grado”).

All’autorizzazione al collocamento fuori ruolo, data dal C.S.M., seguì, il 4 marzo 1991, il relativo Decreto del Presidente della Repubblica e il verbale di immissione nel possesso. Con nota in data 28 marzo 1991, la Corte dei conti rilevò tuttavia che, a norma  del menzionato art. 3 R.D. 2187/1927, l’esercizio di dette funzioni era riservato ai consiglieri o ai sostituti procuratori generali di Corte di Cassazione. Il Ministero, preso atto dei predetti rilievi, inviò al C.S.M. una nota (datata 10 aprile 1991 e redatta dal direttore della Direzione magistrati), nella quale si rappresentava la stratificazione normativa intervenuta sul tema, evidenziandosi che “un’ulteriore causa di difficoltà di riduzione ad unitarietà dell’intero assetto normativo deriva dal fatto che alcune delle norme succitate risalgono a periodo anteriore alle leggi n. 570/1966 e n. 831/73 che, rompendo il sistema di parallelismo costante tra funzioni e qualifiche, hanno determinato la possibilità di scissione tra il conseguimento delle qualifiche superiori e il conferimento di funzioni ad esse   corrispondenti”.

Pur se plausibile, la posizione del Ministero rischiava di impattare su un profilo di grande delicatezza: secondo il ragionamento sviluppato, alla nomina dei direttori generali doveva, infatti, conseguire il conferimento delle funzioni, di “cassazione”, ovvero “direttive superiori”, secondo le rispettive normative, dunque una sorta di automatismo, che rischiava di comportare un effetto di trascinamento, costituzionalmente assai problematico, tra la nomina ministeriale del direttore generale e il conferimento delle funzioni da parte del C.S.M.

Con grande eleganza, il Plenum approvò, in pari data, una Risoluzione sul “Conferimento di funzioni all’atto del collocamento fuori ruolo o a magistrati già collocati fuori ruolo”, cui seguì, il 18 aprile 1991, una deliberazione (a seguito di apposita istanza dell’interessato) nella quale, sulla base di un espletato concorso virtuale, venivano conferite a Giovanni Falcone le funzioni di magistrato di cassazione, “in considerazione dell’impegno particolare dimostrato nell’esercizio dell’attività giudiziaria”: fu così che, al termine di un tortuoso percorso interistituzionale, l’organo di governo autonomo giunse finalmente a scrivere una pagina luminosa, nella forma e nella sostanza, riconoscendo e ricomprendendo in schemi ordinamentali ormai ammodernati, la personalità di un magistrato in grado di mettere in crisi, con la sua levatura professionale, i tradizionali modelli culturali, disvelando e stimolando nuove prospettive giurisdizionali.

 (il testo è stato curato dal Cons. Renato Balduzzi)


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