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Giovanni Falcone

Il contributo alla formazione dei magistrati

La sezione raccoglie i seguenti documenti: 


Giovanni Falcone fu un giudice innovatore con il coraggio delle proprie idee. Come testimoniano i magistrati che hanno condiviso con lui l’esperienza professionale, il suo orientamento pragmatico lo induceva a ritenere plausibile e lecito il confronto critico anche dei principi apparentemente più indiscutibili.

Anche per questo ebbe la forza, assieme ad altri, di promuovere nuove strategie processuali, che vennero espresse soprattutto con il lavoro di equipe nel pool dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo.

Se nella sua attività professionale Falcone riuscì a valorizzare con equilibrio il contributo dei collaboratori di giustizia, a sperimentare nuove tecniche investigative e la cooperazione con le autorità straniere; nella veste di analista e scrittore sui temi della giustizia, si pose di fronte alle riforme dell’epoca con l’apertura a ridiscutere i criteri di addestramento e aggiornamento professionale, i criteri di valutazione della professionalità, il conferimento degli incarichi direttivi, i controlli e le correlative responsabilità dei magistrati.

Una delle sue preoccupazioni prevalenti era quella di escogitare soluzioni innovative che fossero veramente capaci di migliorare la preparazione professionale e di favorire la specializzazione dei magistrati.

Delle intuizioni e dell’approccio pragmatico di Falcone si giovò pure il Consiglio Superiore della Magistratura, che decise di coinvolgerlo in numerose iniziative di formazione.

Le sue relazioni non si limitano alla esposizione del “sapere” giuridico e alla trasmissione delle tecniche professionali empiricamente praticate (“saper fare”). Una parte significativa dei suoi interventi è dedicata alla consapevolezza del ruolo del magistrato nel circuito istituzionale e nella società in cui opera, ossia al “saper essere”. 

I temi affrontati riguardano in particolare la giurisdizione alle prese con le forme di manifestazione del crimine organizzato.

Il pensiero falconiano è la testimonianza di esperienze vissute in un contesto “critico”*, connotato da reiterate minacce dei boss mafiosi e ostacoli interni allo stesso mondo giudiziario. Segue due precise direttrici di approfondimento*. L’una, tecnico-giuridica (e politico-criminale), concentrata sulla efficacia e, al tempo stesso, sulla tenuta garantistica degli istituti penalistici e processuali funzionali al contrasto delle cosche mafiose; con spunti sui rischi di una involuzione dell’ordinamento punitivo derivanti dal consolidarsi di prassi figlie dell’emergenza. L’altra, politico-sociale, tendente ad esaminare la complessità delle associazioni mafiose, i loro codici culturali e le loro evoluzioni nei nessi sistemici con società civile, circuiti economico-finanziari e con il mondo istituzionale.

Ancora oggi, la lettura delle relazioni di Giovanni Falcone costituisce per tanti magistrati italiani e stranieri uno stimolo per interrogarsi sul modo in cui detto “sapere” si forma e si aggiorna, si accredita nella opinione pubblica, influisce su scelte legislative e di politica giudiziaria.

Ai corsi del Consiglio Superiore della magistratura, gli interventi di Falcone rappresentano dei punti di riferimento ancora attuali su temi quali: la fattispecie associativa di stampo mafioso (art. 416 bis c.p., di nuovo conio per quell’epoca); la ricerca, l’acquisizione e la valutazione della prova; le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia; le dinamiche operative delle strutture investigative specialistiche.

 Il modo di interpretare le norme sostanziali e processuali e la cultura di Falcone hanno offerto e offrono, a tanti magistrati, un metodo per decodificare comportamenti e circostanze che altrimenti apparirebbero privi di significato in termini penali. 

Portando nel patrimonio comune esperienze vissute “sul campo”, Falcone ebbe modo di chiarire come la cultura della prova imponesse di non affidare la piattaforma accusatoria dei processi di mafia solo alla fattispecie associativa, che porta alla tentazione del modello improntato al tipo d’autore, e alle dichiarazioni dei cosiddetti pentiti, fonte “strutturalmente impura”. Sottolineò, inoltre, l’importanza e la centralità dell’indagine sui reati-fine anche per rendere più certa e meno evanescente la prova dell’esistenza e le dinamiche della organizzazione criminale.

In proposito, resta una pietra miliare per la formazione dei magistrati la relazione che elaborò, assieme a Giuliano Turone, sulle tecniche di indagine in materia di criminalità mafiosa (1983). Nello scritto che ci ha lasciato, viene compiuto un tentativo di sistemazione teorica dei criteri-guida da adottare ai fini di una solida ricostruzione processuale dei fatti penalmente rilevanti. In quell’ambito indicò l’importanza fondamentale degli approfondimenti istruttori tendenti ad estrarre elementi indiziari da conti bancari, titoli di credito, trasferimenti di proprietà; nonché da informazioni frutto del collegamento investigativo con magistrati stranieri. Proprio in occasione dell’istruttoria del primo maxi processo a Cosa Nostra, valorizzò quella lezione attraverso il suo rapporto di cooperazione con il procuratore di New York, Rudolph Giuliani. 

Sempre sul terreno delle tecniche di investigazione, vanno ricordati gli interventi che Falcone ha esplicitamente dedicato a un problema che gli stava particolarmente a cuore, ossia il coordinamento delle indagini nel procedimenti per delitti di criminalità organizzata.

Sosteneva che se la mafia è una grossa “organizzazione” per fronteggiarla occorre l’ “organizzazione” delle indagini, in modo tale che le inchieste sulla mafia non rimangano isolate ma convergano in un organismo unitario di coordinamento.

Quindi, tra le grandi intuizioni di Giovanni Falcone, trasfuse negli interventi di formazione consiliare, c’è pure quella che attribuisce grande importanza alla presenza di un sistema giudiziario attrezzato in modo specifico nell’affrontare la criminalità mafiosa. Un sistema che sino alla costituzione del pool dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, dovuto a una felice intuizione di Rocco Chinnici, non prevedeva lavoro di equipe tra magistrati e polizia giudiziaria e trascurava la specializzazione.

In questo senso in uno dei suoi interventi, Falcone ebbe modo anche di tracciare un percorso in qualche modo deontologico per chi si occupa di indagini e processi di criminalità organizzata, dichiarando: “di fronte alla attività di contrasto così complessa non ci può essere spazio per le gelosie o diversità di vedute tra le forze di polizia o magistrati di diversi uffici. Se non ci si rende conto che è necessario un armonioso e coordinato svolgimento di tutte le indagini verso una direzione predeterminata e accettata da tutti, non potranno giungere risultati significativi”.

Secondo il pensiero di Giovanni Falcone, è fisiologico che, negli uffici e nella attività professionale, i magistrati si confrontino tra loro e, se del caso, si dividano su questioni di fondo. Quando non è discussione la lealtà dei loro intenti, è naturale che ciò avvenga anche in modo aspro. Ma all’interno di un ufficio giudiziario, i diversi modi di interpretare il fenomeno criminale e le tecniche per accertare i reati possono diventare una risorsa per agire al meglio. La filosofia del pool comporta che, con una sana dialettica, le divergenze spesso evolvano in analisi più complete e, quindi, possano contribuire a calibrare indagini e processi.

La magistratura di oggi non può dimenticare, di Falcone, la “lucidità di immaginare il futuro”. Le sue intuizioni, espresse in più occasioni nell’attività di formazione del Consiglio, sono alla base di leggi ancora preziose nel contrasto ad ogni forma di crimine organizzato. Ne sono prova tangibile l’istituzione delle direzioni distrettuali e della procura nazionale antimafia, nonché le norme sui collaboratori di giustizia.

Nell’eclissi della “prima Repubblica” ebbe il coraggio anche di ripensare al ruolo della magistratura nel sistema istituzionale. Lo fece dialogando da pari a pari con la politica e affrontando le pigrizie e le critiche dei suoi colleghi. Non tutte le indicazioni di Falcone, ovviamente, erano condivisibili. Ma del suo pensiero oggi apprezziamo l’approccio pragmatico e la passione intellettuale.

Come allora, infatti, la nostra epoca è gravida di cambiamenti. La giustizia è al centro di tensioni continue. Giudici e pubblici ministeri, non di rado rimproverati di protagonismo e di “invadere” il campo della economia e della politica, si misurano con problemi incancrenitisi anche per l’inerzia di altre istituzioni.

La lezione di Giovanni Falcone ci dice che, vista la delicatezza delle sfide da affrontare, la magistratura “deve guardarsi dentro con coraggio” e “ripensarsi”, per attuare un salto di qualità che muova prima di tutto dalla formazione.

Anche dagli interventi tenuti ai corsi del Consiglio si comprende che Falcone era l’esatto contrario del giudice conformista, “tutto statistiche e combinato disposto”, intellettualmente disimpegnato e sostanzialmente “senza una anima”.

Con la sua testimonianza dimostrò l’importanza, in una società esigente e complessa, del magistrato dotato di forte senso della realtà, disponibilità a lavorare in equipe, equilibrio e, soprattutto, di senso della libertà. Che poi sono le qualità che giustificano la sua soggezione soltanto alla legge. Come afferma la Costituzione.

(il testo è stato curato dal Cons. Piergiorgio Morosini)


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