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Terrorismo

Eversione di sinistra


  • Assalto alla sede del Movimento sociale di Padova

    Il 17 giugno 1974 intorno alle 10 del mattino un commando delle Brigate Rosse (composto da 5 persone) armati di pistole con silenziatore, eseguì un’azione paramilitare presso la sede del Movimento Sociale Italiano sita in via Zabarella 24.

    L’azione, a valenza simbolica e dimostrativa volta alla violazione del territorio era diretta anche a sottrarre documenti presenti negli uffici padovani del MSI.

    Due membri del commando penetrarono negli uffici della sede (mentre gli altri aspettavano fuori e sorvegliavano la zona) trovandovi due persone: Graziano Giralucci, militante dell'MSI rugbista e fondatore del CUS Padova, e Giuseppe Mazzola, carabiniere in pensione, che teneva la contabilità  della sede. Entrambi vennero uccisi durante l’incursione.

    Furono i primi delitti commessi e rivendicati dalle BR: con una telefonata alla sede di Padova del giornale “Il Gazzettino” e con due volantini lasciati in cabine telefoniche di Milano e Padova.

    Sia i media che la magistratura, inizialmente, misero in dubbio l’esistenza e la veridicità della rivendicazione, concentrando le indagini all’interno del mondo dei militanti di destra credendo si trattasse di un regolamento di conti.  

    Negli anni ’80 la confessione di alcuni brigatisti resero possibile portare le indagini sulla pista giusta.

    L’11 maggio 1990 (sono passati sedici anni dalla tragedia) i giudici della Corte d’Assise di Padova dichiarano gli imputati tutti colpevoli.

    Tra questi i vertici e fondatori delle Brigate Rosse: Renato Curcio, Mario Moretti ed Alberto Franceschini sono condannati a dodici anni e otto mesi per concorso morale in duplice omicidio; Roberto Ognibene a diciotto anni a per omicidio volontario.  

    Il processo di appello si apre il 20 novembre 1991, dopo un annullamento con rinvio per vizi di forma, di fronte alla Corte d’Assise d’appello di Venezia.

    Il 9 dicembre dello stesso anno la Corte, riconoscendo che già nel 1974 esisteva un nucleo centrale operativo delle BR, conferma le condanne statuite nel processo di primo grado aumentando le relative pene: Renato Curcio e Mario Moretti a 16 anni e due di reclusione , Alberto Franceschini a 18 anni, due mesi e sette giorni.

    La sezione ospita la sentenza di primo grado emessa dalla Corte d''assise di padova e quella di appello pronunciata dalla Corte d’Assise d’appello di Venezia.


    Allegati
    Processo di primo grado

    Processo di secondo grado

  • Nucleo storico Brigate Rosse

    Il 17 maggio del 1976 si apre a Torino il processo al nucleo storico delle Brigate Rosse.

    Sono quarantasei gli imputati tra cui i capi storici dell’organizzazione (Curcio, Gallinari, Franceschini, Ognibene, Ferrari), accusati, principalmente, di ”...aver organizzato una banda armata denominata Brigate Rosse “...”...che si pone come obiettivo la distruzione dello Stato Democratico e degli ordinamenti Costituzionali

    In apertura di processo uno degli imputati legge, a nome di tutti, un comunicato:

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse, e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo, gli imputati non hanno niente da cui difendersi....

    Il contenuto del comunicato trova la Corte e gli avvocati impreparati: gli imputati si dichiarano responsabili (non colpevoli) delle imputazioni ascritte, ma rifiutano sia di difendersi che di essere difesi; una strategia tesa ad evitare che il processo venga celebrato.

    A tutti i difensori viene revocato il mandato e quelli che vengono nominati d’ufficio, sono presto costretti a rinunciare alla difesa: ogni volta che prendono la parola, infatti, vengono insultati e minacciati di morte dai brigatisti.

    Il presidente della Corte (applicando l’art. 130 del codice di procedura penale vigente) incarica, allora, della difesa d’ufficio il presidente dell’Ordine degli avvocati, Fulvio Croce.

    Dopo circa un anno dall’inizio del processo, e con poche udienze celebrate, il 28 aprile 1977, le Br (in quel momento guidate da Mario Moretti), lanciano un pesante “avvertimento” allo Stato, a cinque giorni dalla ripresa del processo.

    Mentre l’avvocato Croce sta entrando nel suo studio di via Perrone 5, sente qualcuno che alle sue spalle grida:“Avvocato”. Croce, non fa in tempo a voltarsi che viene raggiunto da cinque colpi di pistola esplosi da un commando composto da tre persone.

    Inevitabile, un nuovo rinvio del processo.

    Altrettanto inevitabile, in quel contesto, che alla successiva udienza, solo quattro degli otto giudici popolari accetteranno la nomina.

    Fuori dall’aula l’attacco alle istituzioni è totale. Sono gli anni di piombo.

    In quegli anni le Brigate Rosse si renderanno tra l’altro responsabili del ferimento dei giornalisti Indro Montanelli, Vittorio Bruno, Emilio Rossi; del delitto del direttore de La Stampa Carlo Casalegno e, prima della riapertura del processo, degli omicidi del giudice Riccardo Palma, degli agenti di custodia Lorenzo Cotugno e Francesco Di Cataldo e del sottoufficiale di pubblica sicurezza, Rosario Berardi.

    Il processo riprenderà solo l’8 marzo del 1978, pochi giorni prima del rapimento dell’on. Aldo Moro.

    Il 23 giugno 1978, la Corte d’assise di Torino, condannerà gli imputati a pene comprese fra i 10 e i 15 anni. La sentenza è disponibile in questa sezione.

     


  • Omicidio Guido Galli (19 marzo 1980)

    Il 19 marzo 1980 Guido Galli, giudice istruttore al Tribunale di Milano e docente universitario di criminologia, mentre si stava recando verso l’aula 309 dell’ Università Statale, per tenere lezione, fu raggiunto da tre colpi di pistola (uno alla schiena e due alla testa) esplosi da tre killer di Prima Linea: Sergio Segio, leader della fazione, Maurice Bignami e Michele Viscardi.

    Verso le 17 del pomeriggio di mercoledì 19 marzo 1980 alla redazione dell’Ansa giunge una telefonata anonima che rivendicherà che Prima Linea ha «giustiziato» il giudice Galli, «impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l’Ufficio Istruzione di Milano come centro di lavoro giudiziario efficiente...»

    Guido Galli fu dunque ucciso perché era un bravo magistrato che conduceva con scrupolo il proprio lavoro.

    Galli, stava lavorando ad una delle prime maxi-inchieste sulle formazioni eversive combattenti, tra le quali le FCC (Formazioni Comuniste Combattenti) e Prima Linea.  Quest’ultima - fondata nel 1976 - in pochi anni di attività fece registrare il secondo numero di morti più alti tra i gruppi della lotta armata (seconda solo alla Brigate Rosse).

    Il 13 settembre 1978 la polizia di Milano aveva fatto irruzione in un appartamento di via Negroli, dove viveva il latitante Corrado Alunni, fondatore delle Formazioni Comuniste Combattenti, traendolo in arresto e sequestrando armi e una cospicua documentazione.

    L’inizio dell’indagine portò Galli nel mirino del terrorismo: il 29 gennaio 1979 un gruppo di fuocofacente parte di Prima Linea, aveva ucciso il sostituto procuratore Emilio Alessandrini che collaborava con Galli nel lavoro antiterroristico nell’area milanese.

    Gli assassini di Galli verranno fermati a pochi mesi dall'omicidio e, qualche anno dopo, saranno condannati.

    La sezione ospita un estratto della sentenza di primo grado emessa dalla Corte di assise di  Torino il 10 dicembre  del 1983.


    Allegati
    Giudizio di primo grado

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