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Mafie

'Ndrangheta

La’Ndrangheta è una organizzazione criminale calabrese di tipo mafioso, basata sulla famiglia di sangue e organizzata in ’ndrine.

La ’ndrina (termine che potrebbe derivare da una parola del dialetto reggino che designa ciò che non si piega) rappresenta la cellula organizzativa fondamentale, alla quale si accede attraverso un rituale di affiliazione e che, almeno in linea di principio, esercita pieno potere sul proprio territorio.

Nella Relazione 2003 della Commissione parlamentare antimafia la ’Ndrangheta viene definita organizzazione «storicamente […] sottovalutata e sottostimata», che va studiata «per la rilevanza assunta dal fenomeno nel panorama nazionale ed internazionale»

Dagli anni novanta del xx secolo, infatti, la presenza, e gli interessi economici (traffico di droga, traffico illegale di rifiuti, appalti, sfruttamento della prostituzione etc..) delle ‘ndrine si sono espansi e ramificati tanto nel nord dell’Italia, quanto in diversi paesi dell’Unione Europea.

La ‘ndrangheta, come cosa nostra, è stata riconosciuta come organizzazione criminale unitaria e con un vertice collegiale (si veda il processo Crimine) 

La sezione si apre con gli atti relativi ai processi per l' omicidio di Bruno Caccia che dal 1980 fino alla morte - avvenuta per mano della 'ndrangheta nel 1983 - fu alla guida della Procura della Repubblica di Torino.


  • Bruno Caccia

    Bruno Caccia (Cuneo 16 novembre 1917 – Torino, 26 giugno 1983) entrò in magistratura nel 1941, prestando da subito servizio presso la Procura della Repubblica del capoluogo piemontese, prima come uditore e poi come sostituto procuratore. Nominato Procuratore della Republlica di Aosta nel 1964, tornò nel capoluogo piemontese nel 1967 con funzioni di sostituto procuratore generale, per poi essere nominato Procuratore della Repubblica nel 1980.

    Il 26 giugno 1983, domenica, il magistrato aveva deciso di dare un giorno di riposo alla propria scorta;  intorno alle  23.30, mentre portava a passeggio il proprio cane venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo che, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia.

    Le indagini si concentrarono sulla pista terroristica: erano gli anni di piombo e molte delle indagini condotte da Bruno Caccia riguardavano, in modo diretto, molti appartenenti alle Brigate Rosse. Inoltre il 27 giugno le Brigate Rosse rivendicarono l'omicidio: ma presto si scoprì la falsità della rivendicazione.

    Le indagini puntarono allora l'attenzione sui neofascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata.

    La svolta nelle indagini arrivò grazie alle dichiarazioni di Francesco Miano esponente di spicco della mafia catanese allora detenuto: questi riferì delle confidenze avute da Domenico Belfiore, uno dei capi della 'ndrangheta a Torino, anch'egli in carcere. Belfiore ammise che era stata la 'ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e che il motivo principale dell’omicidio era che "con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare" ....come mandante dell'omicidio, Domenico Belfiore venne condannato all'ergastolo.

    In questa sezione - grazie anche al contributo dei familiari del dott. Bruno Caccia - sono raccolte:

    • la sentenza della Corte d'assise di Milano 16 giugno 1989;
    • la sentenza di secondo grado emessa dalla Corte d'assise di appello di Milano il 25 maggio del 1990;
    • la sentenza della Corte di Cassazione del 9 aprile 1991 che cassa con rinvio la ridetta sentenza di appello;
    • la sentenza della Corte d'assise d'appello di Milano 28 febbraio 1992, che si è pronunciata sul rinvio;
    • la sentenza della Corte di cassazione del 23 settembre 1992 che ha rigettato il ricorso di Domenico Belfiore confermando la condanna pronunciata nel giudizio di rinvio;

     


    Allegati
    Giudizio di primo grado

    Giudizio di appello

    Giudizio di legittimità

    Giudizio di rinvio

    Secondo giudizio di legittimità

    L'ultimo e non defintivo processo

  • Operazione Olimpia

    L'operazione Olimpia (e i processi, seguiti alle indagini della dda reggina, e denominati nel medesimo modo) riguarda la storia della 'ndrangheta reggina, dall’inizio degli anni ’70 ad oggi ed ha coinvolto  283 imputati, chiamati a rispondere di oltre 400 reati (dagli omicidi, alle estorsioni, al  traffico d'armi e di droga, alla corruzione ed ai rapporti con parti deviate delle istituzioni) commessi da esponenti di 20 cosche della 'ndrangheta tra loro federate e schierate in due gruppi contrapposti.

    L'inchiesta mostra l’inquietante organismo verticistico della 'ndrangheta a livello provinciale, con il compito di coordinare l'attività ramificata localmente sia sul territorio nazionale che su quello internazionale. Appaiono poi inquietanti legami tra i vertici organizzativi della 'ndrangheta ed i gruppi eversivi di estrema destra e le alleanze con parti deviate della massoneria

    Di seguito pubblichiamo la sentenza di primo gradodel cd. Olimpia 1 emessa dlla Corte d'assise di Reggio Calabria il 19 gennaio 1999 e quella pronunciata dal medesimo organo nel processo cd. Olimpia 2 e 3 l'8 maggio 2002


    Allegati
    Processo Olimpia 1

    Processo Olimpia 2 e 3

  • Operazione Infinito-Crimine

    Le operazioni (ed i relativi processi) che vanno sotto il nome di “Crimine” e “Infinito” sono due maxi-operazioni condotte in coordinamento dalle Direzioni distrettuali antimafia di Milano (infinito) e di Reggio Calabria (Crimine) contro la ‘ndrangheta calabrese e le ramificazioni della stessa, soprattutto, nel nord italia.

    Le indagini hanno riguardato di più di duecento persone, ed i reati contestati vanno dall’ omicidio, al traffico di sostanze stupefacenti, dal riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite quali corruzione, estorsione ed usura all’ ostacolo al libero esercizio del diritto di voto.

    Nel processo cd. "Infinito" il GUP di Milano, con sentenza emessa il 20 novembre 2011 ha condannato in primo grado con rito abbreviato 119 persone

    La sentenza è stata in parte annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione in data 10 gennaio 2013.

    La sentenza di primo grado, giunta il 6 dicembre 2012, al termine del rito ordinario, celebrato nell'aula bunker vicina al carcere di San Vittore, ha portato a quarantuno condanne, con pene dai tre ai vent'anni di reclusione, ed alla richiesta di risarcimenti per molti milioni euro a favore delle istituzioni coinvolte e costituitesi parti civili.

    Il processo "Crimine", si è aperto a Reggio Calabria, il 13 giugno 2011.

    La sentenza pronunciata l'8 marzo 2012 dal Gup di Reggio Calabria ha visto la condanna di 93 persone giudicate con rito abbreviato. Nella sentenza viene riconosciuta l'unitarietà dell'organizzazione e, per la prima volta in un provvedimento giudiziario, l'esistenza di una struttura di vertice dell’organizzazione: la cd.“Provincia”.

    La Corte di cassazione il 18 giugno 2016, ha confermato (pur pronunciandosi con diverse riduzioni di pena ) la sentenza emessa dai giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria ed in particolar modo ha riconosciuto il carattere unitario e verticistico della mafia di origine calabrese

    La sezione ospita alcuni dei provvedimenti citati.


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