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Antifascismo e resistenza

Stragi nazifasciste


  • Sant'Anna di Stazzema

    Il 12 agosto 1944, alle prime luci dell’alba, tre reparti delle SS salirono a Sant'Anna di Stazzema, paesino di montagna sulle Alpi Apuane in Toscana, mentre un quarto reparto si preoccupava di chiudere ogni via di fuga a valle posizionandosi sopra il paese di Valdicastello. Insieme ai reparti delle SS vi erano collaborazionisti fascisti.

    Gli uomini presenti nel paese si rifugiarono nei boschi per evitare di essere catturati; donne e bambini rimasero nelle loro case convinti che nulla sarebbe successo loro in quanto civili inermi. Invece, in meno di mezza giornata donne, vecchi e bambini furono sterminati. Delle vittime (oltre 500) solo 350 poterono essere in seguito identificate. Più di 50 bambini uccisi avevano meno di 10 anni.

    Come emergerà molti anni dopo, grazie alle indagini della Procura Militare di La Spezia, non si trattò di rappresaglia ma di un atto terroristico premeditato. Un’azione studiata e curata nei dettagli avente l’obiettivo di distruggere il paese e sterminare la popolazione, così da eliminare ogni collegamento fra le popolazioni civili e i partigiani della zona.

    La ricostruzione dei fatti e delle motivazioni sottese sono state possibili grazie al processo svoltosi presso il Tribunale Militare di La Spezia (iniziato nel 2003 e conclusosi nel 2005) con la condanna all’ergastolo di dieci ufficiali delle SS. Si decise, infatti, di rinunciare a perseguire i soldati esecutori materiali dell’eccidio e di processare i veri responsabili della strage: gli ufficiali che pianificarono e ordinarono il massacro.

    La sentenza è stata confermata in secondo grado nel 2006 e in Cassazione nel 2007.


    Allegati
    Giudizio di primo grado

    Giudizio di appello

    Giudizio di legittimità

  • Eccidio di Monte Sole

    L’eccidio di Monte Sole, noto anche come Strage di Marzabotto (dal nome di uno dei comuni su cui tra, il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, si abbatté la ferocia delle forze armate tedesche) fu uno dei più feroci massacri di civili operato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, in Italia e in tutta l’Europa occidentale.

    Si trattò di una vera e propria operazione militare posta in essere dai tedeschi per contrastare e debellare definitivamente l’attività partigiana in un vasto territorio dell’Appennino bolognese.

    La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, alcuni reparti tedeschi, appartenenti principalmente alla XVI SS Panzergrenadier Division (la stessa unità responsabile della strage di Sant’Anna di Stazzema) accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno.

    Dopo sei giorni di violenze il bilancio delle vittime civili si presentava spaventoso e solo dopo la fine della guerra fu possibile cercare di stabilire il numero delle stesse anche se quest’ultima operazione non fu semplice dal momento che gli archivi anagrafici furono distrutti. Nelle carte processuali si legge di “almeno ottocento privati cittadini italiani… con prevalenza di donne, anziani e bambini…”, ma altre stime, basate sulla differenza tra la popolazione residente prima della guerra e le carte annonarie distribuite dopo la liberazione, si attestarono su cifre ben più alte.

    Il procedimento penale fu istruito dalla Procura Militare della Spezia e il processo di primo grado, avanti il Tribunale Militare della Spezia, iniziato nella primavera del 2005, vedeva imputati 17 ufficiali delle SS.

    Il 13 gennaio del 2007, dopo 23 udienze dibattimentali, venivano dichiarati responsabili del massacro 10 dei 17 ufficiali a processo. Il 7 maggio 2008 la Corte Militare d'Appello di Roma confermava gli esiti della sentenza di primo grado.

    Un altro responsabile dell’eccidio, il maggiore Walter Reder, fu giudicato responsabile del massacro di Marzabotto dal Tribunale militare di Bologna nel 1951.


    Allegati
    Giudizio di primo grado

    Giudizio di secondo grado

  • Eccidio delle Fosse ardeantine

    Il 24 marzo 1944, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma sulla via Ardeatina, 335 civili italiani, tutti uomini, vennero radunati e giustiziati dai militari della Polizia di Sicurezza e della SD in servizio a Roma, al comando del Capitano delle SS Erich Priebke e del Capitano delle SS Karl Hass.

    Il giorno prima 17 partigiani dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) avevano fatto esplodere un ordigno in via Rasella mentre stava transitando una colonna del Reggimento di Polizia Bozen, provocando, così, la morte sul colpo di 28 soldati, mentre altri 5, feriti gravemente, morirono nei giorni successivi.

    L’azione di rappresaglia fu ideata dal Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle Forze Armate della Wermacht di stanza nella capitale, Generale Kurt Mälzer e doveva consistere nella fucilazione di dieci italiani per ogni poliziotto ucciso nell’azione partigiana.

    Le vittime dovevano essere scelte tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti.

    Priebke e Hass avevano ricevuto l’ordine di operare tale selezione, ma il numero di prigionieri che erano già stati condannati a morte era inferiore ai 330 necessari alla rappresaglia. Così selezionarono altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici, insieme ad altri soggetti, rei di aver preso parte ad azioni della Resistenza, o semplicemente sospettati di averlo fatto e, per raggiungere con certezza il numero richiesto, rastrellarono anche alcuni civili nelle vie di Roma.

    Nell'eccidio delle fosse ardeatine, morirono 335 persone.


    Allegati
    Giudizi nei confronti di Herbert Kappler

    Giudizi nei confronti di Karl Hass e Erich Priebke

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