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Bruno Caccia

Nel giorno del centesimo anniversario della nascita, per tenerne vivo il ricordo e ripercorrerne la vita professionale, pubblichiamo alcuni atti estrapolati dal fascicolo personale di Bruno Caccia e le sentenze pronunciate nei giudizi relativi all'omicidio del magistrato.

 

La vita professionale

 

Bruno Caccia nasce a Cuneo il 16 novembre 1917, entra in magistratura nel 1941, prestando da subito servizio presso la Procura della Repubblica del capoluogo piemontese, prima come uditore  e poi come sostituto procuratore.

Quando presta giuramento e viene immesso nel possesso delle funzioni non ha ancora 24 anni e possiede già una doppia laurea: in Giurisprudenza e in Scienze politiche.

L’ufficio in cui si insedia è ancora la Procura del Re Imperatore; lo stato matricolare reca nell’intestazione “Ministero della Giustizia e degli Affari di culto” ed infatti tra le prime annotazioni allo stesso può leggersi: “Appartiene a razza ariana religione cattolica...”.

Nel parere redatto per il conferimento delle funzioni giudiziarie (che, viste le doti del magistrato, vennero assegnate anticipatamente, ai sensi dell’art. 269 Regio decreto 30 gennaio 1941 n. 12) i toni utilizzati nei confronti del dott. Caccia sono di estremo rilievo.

Vi si può leggere, che “il dottor CACCIA è dotato di solida preparazione culturale, generica e specifica, ed è uso ad approfondire l’esame dei vari problemi cui deve di volta in volta risolvere” e che possiede “perspicui requisiti di capacità giuridica congiunta a molto senso pratico, retta intuizione e mirabile facilità interpretativa” tanto che lo stesso “può considerarsi per la sua capacità di indagine, per il suo equilibrio, in confronto alla sua giovane età, addirittura eccezionale”. Per queste ragioni il 21 agosto 1942, il Consiglio giudiziario presso la Corte d'appello di Torino conferirà anticipatamente  a Bruno Caccia le funzioni giudiziarie.

Dello stesso tenore appaiono i rapporti ed i pareri per la nomina ad aggiunto giudiziario nonchè quelli per la promozione al grado VIII degli aggiunti stessi.

Il 26 luglio 1947 il dott. Bruno Caccia presta giuramento di fedeltà alla neonata Repubblica Italiana.

Anche nelle osservazioni del Consiglio Giudiziario per l’ammissione al concorso per la nomina a magistrato di Corte d’appello, i tratti distintivi già evidenziati del dott. Bruno Caccia vengono ribaditi. Nei pareri espressi nei diversi scrutini sostenuti si legge, infatti, che: “...è magistrato di intelligenza molto acuta, dotato di eccellente preparazione giuridica, diligente e solerte nella istruzione dei processi, accurato e profondo nelle requisitorie scritte, combattivo e molto efficace nel dibattimento. Ha un temperamento inflessibile ma nella valutazione della materia contenziosa si dimostra equilibrato e obbiettivo" e che “lo si ritiene meritevole della promozione cui aspira; idoneo particolarmente alle funzioni requirenti anche direttive....” sottolineandone anche la “...cultura, diligenza e carattere, uniti a specchiata condotta pubblica e privata”. Il 3 dicembre del 1963 il Consiglio Superiore della Magistratura lo promuove magistrato di appello attribuendogli la qualifica di merito distinto con idoneità ad entrambe le funzioni (giudicante e requirente) ed a quelle direttive.

Nel 1964, a soli 42 anni, è nominato Procuratore della Repubblica di Aosta, il 16 ottobre di quell'anno, si insedierà nel nuovo ufficio. 

Tornerà nel capoluogo piemontese nel 1967 per assumere le funzioni di sostituto procuratore generale .

Nel 1972 presenta domanda di ammissione allo scrutinio ordinario per la promozione in Corte di cassazione; il consiglio giudiziario di Torino nel valutarlo positivamente riferisce anche dell'elogio attribuitogli dal Procuratore generale di Torino, per l'opera da lui svolta in situazione particolarmente difficile come procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Aosta. Il Consiglio Superiore della Magistratura il 26 aprile 1972 attribuirà al dott. Caccia la qualifica di merito distinto per la nomina a magistrato di Corte di cassazione.

E’ nel ruolo di Sostituto procuratore generale di Torino che raccoglie le dichiarazioni confidenziali di Patrizio Peci (che porteranno all’arresto di 70 brigatisti) e firma la richiesta di rinvio a giudizio del nucleo storico delle Brigate Rosse, che vede tra gli altri imputati Renato Curcio, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. 

Le indagini avevano preso avvio dal sequestro di Mario Sossi, sostituto procuratore in sevizio a Genova circostanza, questa, che determinava lo spostamento della competenza alla Procura di Torino. Il Procuratore Generale dell’epoca (Carlo Reviglio della Venezia) aveva poi avocato l’indagine per affidarla a Bruno Caccia che, per il lavoro svolto, riceverà l’elogio dei capi dell’ufficio.

Il 27 febbraio del 1980 assume le funzioni di Procuratore della Repubblica di Torino.

Nella città di Torino, che si stava faticosamente lasciando alle spalle gli anni di piombo, avevano cominciato a insediarsi (come stava accadendo anche in altre città del nord Italia) alcune famiglie della criminalità organizzata siciliana e calabrese, le quali svolgevano attività illecite anche grazie alle complicità di diversi soggetti, a vario titolo a servizio dello Stato.

Nel periodo in cui è alla guida della Procura della Repubblica di Torino, Bruno Caccia svolge - direttamente o indirettamente - importanti indagini che saranno di ostacolo alla vita della criminalità mafiosa (come quella a carico di Germano Oseglia, medico del centro clinico ospedaliero delle carceri giudiziarie di Torino, che dietro pagamento, rilasciava certificati falsi ai detenuti dei clan, per attestarne l’incompatibilità con il regime carcerario).

Molte delle indagini interesseranno, quindi, punti nevralgici della vita sociale ed istituzionale del Paese, alterando gli equilibri di quella zona grigia in cui si muovono pezzi di criminalità e parti “infedeli” dell’amministrazione pubblica (come nel caso delle inchieste sul contrabbando dei petroli, sulle tangenti o quelle sul riciclaggio di denaro sporco tramite i Casinò del nord Italia).

In questo contesto, si comprende allora - usando le parole di chi per molto tempo è stato considerato l’unico responsabile della morte di Bruno Caccia – che il procuratore doveva essere ucciso perché “inavvicinabile” perché “si infilava in tutti i discorsi della Procura”, “perché peggio di Caccia per noi non c’è nessuno”.

* * * *

Domenica 26 giugno 1983 Bruno Caccia aveva, come era solito fare, deciso di concedere un giorno di riposo alla propria scorta. Intorno alle 23.30, mentre portava a passeggio il proprio cane, viene affiancato da una macchina (una Fiat 128 di colore verde) con “almeno” due uomini a bordo. Verrà raggiunto da 14 colpi, alcuni esplosi a distanza ravvicinata. Soltanto un mese prima dell’omicidio aveva revocato la domanda per il posto di Procuratore Generale di Torino.

Il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giancarlo De Carolis, nel plenum del 6 luglio 1983, gli dedicherà un commosso ricordo.

Le indagini inizialmente si concentrarono sulla pista terroristica, vista anche una sorta di rivendicazione telefonica arrivata ad alcune testate giornalistiche subito dopo l’omicidio.

Ben presto, però, gli inquirenti sposteranno l'attenzione e le indagini in un’altra direzione...

 


Le tappe della vicenda processuale

 

L’8 maggio 1989, presso la Corte di Assise di Milano, inizia il processo per l’omicidio del dott. Bruno Caccia.

Imputati per aver ideato e organizzato il delitto del procuratore della Repubblica di Torino sono Domenico Belfiore (nato a Gioiosa Ionica il 4 agosto 1952, esponente del "clan dei calabresi") e suo cognato Placido Barresi (nato a Messina il 2 dicembre 1952).

 

Corte d’assise di Milano, 16 giugno 1989 (1a parte - 2a parte)

Il 16 giugno 1989 la Corte dichiara Belfiore Domenico colpevole dei reati ascritti condannandolo alla pena dell’ergastolo. Placido Barresi viene invece assolto per insufficienza di prove e, per l’effetto, ne viene disposta la scarcerazione.

Il movente, o meglio l’obiettivo che le associazioni criminali calabresi volevano conseguire con l’omicidio (a cui si è arrivati soprattutto grazie alla collaborazione del detenuto Francesco Miano, personaggio di spicco, insieme al fratello, della criminalità siciliana presente sul territorio piemontese) era quello di eliminare i magistrati incorruttibili, perchè venissero sostituiti con persone disponibili nei loro confronti.

Nel disegno criminale era infatti prevista l’uccisione anche di chi, tra i magistrati della Procura, era visto come più vicino, dal punto di vista dell’integrità, al dott. Caccia ma, continua la sentenza, “...in questo, i criminali hanno fallito il loro scopo, perchè dopo l'assassinio del Procuratore vi è stata una “gara” di molti magistrati a fare più e meglio”.

Nei confronti della sentenza di primo grado verrà proposto appello da entrambe le parti.

 

Corte di assise di appello di Milano, 25 maggio 1990 - primo processo di appello.

Il 25 maggio 1990 la Prima Corte di assise di appello di Milano conferma la sentenza di prime cure: condanna per Domenico Belfiore, assoluzione per Placido Barresi.

 

Corte di Cassazione, 9 aprile 1991 - primo giudizio di legittimita’. 

Il 9 aprile 1991 la Prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma annulla la sentenza di appello per la presenza di alcuni vizi logici nella motivazione e rinvia per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Milano.

 

Corte di assise di appello di Milano, 28 febbraio 1992 - giudizio di rinvio.

Il 28 febbraio 1992 la Seconda Corte di assise di appello di Milano conferma la sentenza emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989 nei confronti di Domenico Belfiore e lo condanna alla pena dell’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.

Nella motivazione sul movente la Corte, tra l’altro, afferma che le ragioni del delitto vanno ricercate nella specifica attività di Caccia e dei suoi collaboratori, nel suo severo impegno contro la criminalità organizzata, ed il gruppo dei calabresi in particolare, del quale Belfiore era leader, nella minaccia che il lavoro della procura portava al patrimonio del vertice dei calabresi, nell'essere il dott Caccia antagonista diverso da quelli "ammorbiditi" che Belfiore conosceva ed auspicava, nel rappresentare ostacolo grave, concreto ed incombente all’attività delittuosa di Belfiore e dei suoi sodali.

La sentenza verrà impugnata dalla difesa di Domenico Belfiore.

 

Corte di Cassazione, 23 settembre 1992 - secondo giudizio di legittimità.

Il 23 settembre 1992 la Quinta sezione Penale della Cassazione confermerà definitivamente la sentenza di appello emessa il 28 febbraio 1992.

* * * *

Nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 dicembre 2015 a Torino la polizia arresta un uomo di 62 anni di origini calabresi, con precedenti penali, che lavora in una panetteria in piazza Campanella, nella zona ovest della città.

Rocco Schirripa (detto «Barca») è accusato essere uno degli uomini che la sera del 26 giugno 1983, in via Sommacampagna, uccise con 14 colpi di pistola l’allora Procuratore della Repubblica Bruno Caccia

 

Corte di assise di Milano, 17 luglio 2017 - sentenza non definitiva.

Dopo un annullamento per un vizio di forma (in estrema sintesi, Rocco Schirripa era stato già indagato per l’omicidio di Bruno Caccia nel 1997 insieme ad altri e la sua posizione archiviata nel 2001. La nuova iscrizione nel registro degli indagati del 25 novembre 2015, da parte della Procura di Milano, non è stata preceduta da una formale richiesta di riapertura delle indagini...), il 17 luglio 2017 la Corte d’assise di Milano ha ritenuto Rocco Schirripa (detto «Barca») uno dei concorrenti nell’esecuzione dell’omicidio del dott. Bruno Caccia, condannandolo alla pena dell’ergastolo... 

 


Gli atti pubblicati

Dal fascicolo personale del dott. Bruno Caccia sono stati estratti e qui pubblicati:



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