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Autonomia della magistratura

Autonomia della magistratura e libertà di associazione

La sezione ospita i più importanti documenti del Consiglio aventi ad oggetto i rapporti tra l'indipendente esercizio della giurisdizione e la libertà di associazione dei magistrati, nell'ottica del rispetto del principio di automia e indipendenza interna ed esterna dei magistrati.

I provvedimenti giudiziari presenti in questa sezione sono pubblicati per finalità di informazione giuridica. L’oscuramento dei dati è stato effettuato, ove necessario, in conformità alle disposizioni del D.lgs. 30 giugno 2003 n.196 (c.d. codice della privacy), salvo il caso dei provvedimenti pubblicati mediante reindirizzamento a siti esterni, responsabili per il trattamento dei dati personali.
 

 


Magistratura e massoneria - La P2

 

Il 17 marzo 1981, i giudici istruttori della Procura della Repubblica di Milano, nell'ambito di un'inchiesta sul finto rapimento del finanziere Michele Sindona, ordinano la perquisizione della casa e della fabbrica di proprietà di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (AR)

La perquisizione porta alla scoperta di una lunga lista di personaggi pubblici(alti ufficiali delle forze armate, funzionari e dirigenti dei servizi segreti, parlamentari e ministri in carica, industriali, giornalisti e magistrati) aderenti alla P2 (Propaganda due), una loggia massonica aderente al Grande Oriente d'Italia.

Lo scandalo conseguente al ritrovamento della lista della P2 fu senza precedenti e portò alle dimissioni del governo Forlani e all’insediamento del nuovo governo guidato da Giovanni Spadolini. Il suo governo resterà alla storia, non solo per essere il primo non democristiano, ma soprattutto per la nomina della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 e, successivamente, per la legge sulla soppressione delle società segrete (legge 25 gennaio 1982 n. 17), la cd."legge Spadolini-Anselmi".

Anche la magistratura appare profondamente coinvolta.

Diversi magistrati (tra cui un ex componente del Consiglio) sono direttamente implicati e, durante le indagini, emergono manovre che arrivano a coinvolgere il prof. Zilletti, vicepresidente del CSM, il cui ufficio a Palazzo dei Marescialli viene sottoposto a perquisizione dalla Procura di Brescia.

In questa situazione la caratura personale e l’abilità politica del Presidente Pertini evitano conseguenze più negative per il Consiglio.

Egli stesso presiede la seduta del 27 aprile in cui il Consiglio ratifica le dimissioni del prof. Ziletti e nomina quale successore alla vicepresidenza il prof Giovanni Conso: ma quella consiliatura è ormai vicina alla sua naturale scadenza temporale.

In questo clima di tensione interna alla magistratura e di scontro con gli altri poteri si insedia (9 luglio 1981) il VI Consiglio della storia della Repubblica: viene nominato vicepresidente il sen De Carolis.

La consiliatura 1981-1986 si trova ad affrontare una situazione delicatissima. Gli atti d’indagine di Milano, sono stati trasmessi al Consiglio: negli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi appaiono infatti nomi di magistrati e, tra l’altro, nomi di magistrati addetti alla segreteria del Consiglio stesso.

Il 6 luglio del 1981, veniva promossa azione disciplinare nei confronti dei magistrati citati nei predetti elenchi, per essere gli stessi “venuti meno ai più elementari doveri che loro incombevano e in particolare al primario e fondamentale dovere di fedeltà alla Repubblica ed osservanza della Costituzione sancito dall’art. 54 della stessa...”.

Nel periodo in cui il procedimento è in corso e prima della sua conclusione, il Consiglio verrà sottoposto ad una vera e propria campagna di attacchi.

Il 29 gennaio 1983 il giudice istruttore di Roma, comunica che sei componenti del Consiglio sono imputati di interesse privato in atti d’ufficio e indiziati di calunnia a seguito della denunzia presentata contro ignoti dal sen. Vitalone, per la delibera del Consiglio che non lo aveva promosso a magistrato di Cassazione.

Il 31 gennaio 1983 agli stessi consiglieri viene notificata ordinanza con cui il giudice istruttore solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 della legge 3 gennaio 1981 n.1 che prevede la non punibilità dei componenti del Consiglio per le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni.

Nella seduta del 3 febbraio 1983, presieduta dal Capo si decide in merito alla possibile sospensione dei magistrati sottoposti a procedimento penale dal giudice istruttore di Roma: il documento approvato, delibera di non sospendere i sei componenti in quanto si è di fronte a fatti relativi a comportamenti espressione del libero convincimento personale formato in ampia e articolata discussione all’interno di un dibattito consiliare.

La sentenza disciplinare contro i magistrati incolpati di appartenere alla loggia p2 viene depositata il 9 febbraio 1983 e le sanzioni inflitte sono rilevanti.

Un mese dopo, mentre è in corso la redazione della motivazione della sentenza disciplinare, (con una nota del 10 marzo 1983) la Procura di Roma comunica che l'Ufficio procede nei confronti dei componenti del Consiglio e di due membri di diritto in quiescienza per peculato aggravato (ne La storia della magistratura, Milano 1996, pp 121 ss,  Romano Canosa la definisce "la questione dei cappuccini del Consiglio Superiore”).

Nella nota il Procuratore della Repubblica di Roma informa che “…in ottemperanza all’obbligo di cui all’art 112 della Costituzione ha esercitato l’azione penale in ordine al delitto previsto e punito dagli artt. 81 cpv. , 112 n.12, 314 c.p., nei confronti i trentadue componenti del suddetto organo di autogoverno….”

La situazione potrebbe determinare lo scioglimento del Consiglio, ma il Presidente Pertini ritiene che il Consiglio non può essere chiamato a decidere sulla sospensione dei componenti dal momento che gli stessi, trovandosi nella condizione di indagati (lo sono tutti, tranne i due componenti di diritto in carica ed il presidente stesso) sono soggetti all’obbligo dell’astensione.

Convocata la seduta plenaria del 15 marzo, comunica che, dopo aver consultato i Presidenti delle due Camere, ed il Comitato di Presidenza del Consiglio ha deciso di non porre all’ordine del giorno la sospensione dei componenti indagati stante la natura facoltativa della decisione da assumere.

Lo stesso 16 marzo verrà depositata la motivazione (estensore Gustavo Zagrebelsky) della decisione della sezione disciplinare sui magistrati incolpati di appartenere alla Loggia P2.

La sezione ospita la sentenza disciplinare ed i verbali citati.



Magistratura e massoneria - La risoluzione 22 marzo 1990

 

Il VII Consiglio della storia repubblicana si insedia il 6 marzo 1990.

Il Presidente Pertini ha concluso il suo mandato il 29 giugno 1985: il nuovo presidente eletto è Francesco Cossiga.

La vicenda della scoperta degli elenchi della lista P2 ha aperto un profondo squarcio nella vita delle istituzioni ed è ben lontano dall’essere richiuso .

Nuovi episodi alimentano lo scontro interno ed esterno alla magistratura.

Il 24 gennaio 1990 il Consiglio decide di non nominare a Presidente di sezione della Corte di cassazione il dott. Angelo Vella: sotto il profilo dell’indipendenza e imparzialità pesa infatti l’iscrizione alla massoneria.

Nel corso della discussione in plenum viene a più voci richiesto l’intervento del Consiglio, tramite una risoluzione di carattere generale sulla questione dell’iscrizione dei magistrati ad associazioni riservate.

Nella seduta plenaria del 21 marzo 1990 quando il Consiglio si appresta a deliberare sulla proposta della Commissione riforma sulla questione dell’iscrizione dei magistrati ad associazioni riservate, il Vicepresidente informa e da lettura di una lunga missiva del Presidente Cossiga che invita il l’organo di governo autonomo della Magistratura a soprassedere ogni intervento sul punto.

Nella nota, il Presidente Cossiga sottolinea che agisce, non come presidente del Consiglio Superiore, ma come garante dell’ordine costituzionale e, in quanto tale, responsabile del corretto funzionamento delle istituzione e del rispetto e della tutela dei diritti fondamentali del cittadino, come il diritto di libertà di associazione oggetto della delibera in discussione.

Secondo il Presidente della Repubblica, la proposta della Commissione “è diretta alla predeterminazione di criteri di massima”...”che andrebbe ad incidere , qualora approvata, sulla sfera dei diritti dei magistrati e sull’ordinamento degli uffici giudiziari, con effetti rilevanti sotto il profilo della legittimità costituzionale e ordinaria”

La missiva è trasmessa anche ai Presidenti delle Camere e al ministro della giustizia.

Il Consiglio delibera di valutare quanto contenuto nella nota, decidendo di rinviare all’indomani l’eventuale discussione della proposta di risoluzione della Commissione riforma.

Nella seduta del 22 marzo 1990 la proposta della Commissione riforma sulla questione dell’iscrizione dei magistrati ad associazioni riservate viene approvata con 24 voti a favore 4 voti contrari e 2 astensioni...

 



Libertà di associazione dei magistrati nella giurisprudenza CEDU

 

La sezione raccoglie alcuni casi di partecipazione di magistrati ad associazioni segrete che sono state oggetto di esame e conseguente decisione della Corte Europea dei Diritti dell'uomo.

In particolare raccoglie alcune pronuncie della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistrati ed i conseguenti ricorsi attivati davanti alla Corte EDU

Procedimento N.F.c/Italia (req. n. 37119/97) del 12 dicembre 2001

Il ricorso alla Corte EDU è stato attivato da N.F, magistrato condannato nel 1994 dalla Sezione disciplinare del CSM, con sentenza passata in giudicato, alla sanzione dell'ammonimento per violazione dell’art. 18 del r.d.lgs. 511/48, per affiliazione a una logga massonica, ritenuta dalla giurisprudenza disciplinare incompatibile con l’esercizio delle funzioni giudiziarie.

Inoltre, il CSM il 17 maggio 2000 negava al ricorrente il riconoscimento della valutazione di professionalità, in ragione della condanna disciplinare inflittagli.

Il ricorrente contestava la violazione degli artt. 8, 9, 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

La Corte EDU, partendo dal §2 dell’art. 11 stesso, che consente la limitazione della libertà di associazione a condizione che la stessa sia prevista dalla legge (dove la previsione per legge deve essere declinata in termini di conoscibilità e prevedibilità del precetto) e sia “necessaria in una società democratica”, argomenta che l’art. 18 è (era) una norma di carattere generale, che non prevede una tipizzazione degli illeciti disciplinari. A sua volta, la circolare del CSM del 22 marzo 1990, che per prima ha fissato il principio del contrasto fra prestigio e indipendenza della magistratura e affiliazione a loggia massonica utilizza una terminologia ambigua, che appare riferita esclusivamente alle associazioni previste dalla legge n. 17 del 1982 e non a tutte le logge massoniche (anche in considerazione del fatto che per queste ultime la delibera del CSM invita il Ministro della Giustizia a introdurre fra le restrizioni alla libertà di associazione dei magistrati il riferimento a tutte le associazioni che impongono forti vincoli di gerarchia e solidarietà fra i membri. Per tali ragioni, la Corte ha statuito che vi è stata violazione dell’art. 11, poiché l’impianto normativo non consentiva al ricorrente di prevedere la illiceità disciplinare della propria condotta.

Mette conto segnalare la dissenting opinion, nella quale si legge che l’art. 18 r.d.lgs. 511/46 e l’interpretazione che ne ha dato il CSM “provided sufficiently clear legal rules and background to enable a highly trained member of the judiciary to regulate his conduct accordingly. The applicant should have known that joining a Masonic lodge would lead to disciplinary sanctions. On the basis of the wording of the 1990 guidelines of the National Council of the Judiciary, and especially after the 1982 dissolution of the P2 lodge, he ought to have been aware, as a member of the judiciary, that membership of the Freemasons could jeopardise the prestige and public confidence vested in the judiciary”.

Procedimento Maestri c/Italia (req n. 39748/98) del 17 febbraio 2004

Il ricorso alla Corte EDU è stato attivato da Angelo Massimo Maestri, magistrato condannato in data 10 ottobre 1995 dalla Sezione disciplinare del CSM, con sentenza passata in giudicato, alla sanzione della censura per violazione dell’art. 18 del r.d.lgs. 511/48, per affiliazione a una logga massonica, ritenuta dalla giurisprudenza disciplinare incompatibile con l’esercizio delle funzioni giudiziarie.

Il ricorrente contestava la violazione dell’art. 11 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, sub specie di compromissione della libertà di associazione.

La Corte EDU, partendo dal §2 dell’art. 11 stesso, che consente la limitazione della libertà di associazione a condizione che la stessa sia prevista dalla legge (dove la previsione per legge deve essere declinata in termini di conoscibilità e prevedibilità del precetto) e sia “necessaria in una società democratica”, argomenta che l’art. 18 è (era) una norma di carattere generale, che non prevede una tipizzazione degli illeciti disciplinari. A sua volta, la circolare del CSM del 22 marzo 1990, che per prima ha fissato il principio del contrasto fra prestigio e indipendenza della magistratura e affiliazione a loggia massonica è relativa alle valutazioni di professionalità (discorso diverso, invece, per la circolare del 14 luglio 1993, che ha portata più generale). Per tali ragioni, la Corte ha statuito che vi è stata violazione dell’art. 11, poiché l’impianto normativo non consentiva al ricorrente di prevedere la illiceità disciplinare della propria condotta.

Il punto nodale della pronuncia non è, quindi, che il divieto per il magistrato di affiliazione a loggia massonica sia incompatibile con l’art. 11 CEDU, ma esclusivamente il fatto che, nel caso di specie la condanna della Sezione disciplinare riguarda un comportamento commesso in assenza di un atto normativo che espressamente sancisse il divieto. Interessante in proposito è la lettura della dissenting opinion, nella quale si legge che “there were compelling and inescapable pointers scattered throughout the Italian legal system that should have left no doubt in his mind as to the incompatibility of membership of the Italian Freemasons with the exercise of judicial functions

Procedimento Di Giovanni c/Italia (req. n. 51160/06) del 9 luglio 2013

Il ricorso alla Corte EDU è stato attivato dalla dott.ssa Angelica Di Giovanni, magistrato condannato il 10 giugno 2005 dalla Sezione disciplinare del CSM, con sentenza passata in giudicato, alla sanzione dell’ammonimento.

La ricorrente contestava la violazione dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

La Corte EDU, nel valutare se la Sezione disciplinare del CSM sia un “tribunale costituito per legge, indipendente e imparziale”, premettendo che per “tribunale”, ai fini della Convenzione, deve intendersi un organo competente per legge a decidere, con giurisdizione piena e secondo una procedura organizzata, statuisce che la Sezione disciplinare presenta tutte queste caratteristiche.

Con riferimento all’indipendenza e all’imparzialità dei membri del collegio, la Corte afferma che l’appartenenza degli stessi all’ordine giudiziario non ne mina l’indipendenza, anche in considerazione del fatto che essi durano in carica quattro anni, non possono essere rimossi, non hanno rapporti di dipendenza o gerarchia con i loro pari e sono eletti a scrutinio segreto.

Ulteriore motivo di ricorso riguardava la violazione dell’art. 10 della Convenzione.

In proposito, la Corte ha affermato che la (ritenuta) compressione della libertà di espressione, essendo stato sanzionato disciplinarmente l’aver reso determinate dichiarazioni alla stampa, non sussiste, in quanto, in ragione della funzione svolta dall’interessata, è giustificata (e proporzionata) una ingerenza nella suindicata libertà di espressione.



Valore dell'indipendenza degli appartenenti all'ordine giudiziario

 

Il Consiglio con la risposta a quesito allegata ha voluto sottolineare che il valore dell’indipendenza deve essere considerato prevalente, per tutti gli appartenenti all’ordine giudiziario (e quindi non solo per i magistrati ordinari) anche se ciò può determinare una compressione della libertà dell’individuo: nel caso di specie della libertà di associazione dello stesso.

Infatti l’appartenenza ad un sodalizio, anche se di per sé legale, se connotato da stretto legame e forte vincolo di solidarietà tra i consociati e caratterizzato da un rigoroso vincolo di obbedienza è contrario ai valori di indipendenza ed autonomia necessari per un esercizio della giurisdizione conforme ai dettami costituzionali.

Oltre alla risposta a quesito del 14 febbraio 1996 la sezione ospita la delibera del 15 febbraio 1995, nella quale è affrontato il tema dell'iscrizione a logge massoniche da parte di magistrati onorari.

Si riporta inoltre la sentenza  della Corte di cassazione a sezioni unite del 19 ottobre 1995 n. 12567, intervenuta sull’argomento.


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