I DELITTI DI CRIMINALITA' ORGANIZZATA
N. 99
Volume Primo
Frascati, 25 ottobre 1993
7-11 febbraio 1994 3-5 luglio 1995
13-17 maggio 1996 12-15 dicembre 1996
Questo numero dei Quaderni è dedicato
alle problematiche nascenti allaccertamento dei delitti di
criminalità organizzata.
Poiché in questa materia si sono succedute varie leggi, il
Consiglio ha deciso di accorpare nella pubblicazione cinque corsi
di formazione che a vario titolo si sono occupati delle modifiche
legislative e giurisprudenziali intervenute sul tema:
Reati di criminalità organizzata e
contro la pubblica amministrazione. Frascati, 25 - 29 ottobre
1993.
D.N.A. e D.D.A.: problemi e prospettive. Frascati, 7-11
febbraio 1994
I collaboratori di giustizia. Frascati, 3-5 luglio 1995
I delitti di criminalità organizzata: profili
criminologici, sostanziali e processuali.Frascati, 13-17 maggio
1996
I delitti di criminalità organizzata: profili
criminologici, sostanziali e processuali. Frascati, 12-15
dicembre 1996
È apparsa opportuna la scelta di accorpare il
considerevole ed apprezzato materiale raccolto nel corso degli
incontri di studi e di pubblicare le relazioni che sembrano
aderenti alle problematiche attuali.
Il materiale di studio è stato suddiviso in tre sezioni.
La prima è dedicata allapprofondimento delle tipologie
delle varie organizzazioni criminali, sotto il profilo
strutturale e criminologico, sulla scorta dellesperienza
processuale acquisita dagli Uffici distrettuali direttamente
impegnati sul versante delle indagini.
La seconda è stata dedicata allapprofondimento dei temi di
diritto sostanziale, sotto il profilo dottrinario e
giurisprudenziale, sulle tematiche dei reati associativi.
La terza sezione è stata dedicata allo studio degli aspetti
processuali relativi allaccertamento dei delitti di
criminalità organizzata. Particolare risalto è stato dato alle
problematiche sui collaboratori di giustizia.
Gli incontri di studio sono stati dedicati dal Consiglio alla
memoria di tutti i magistrati che hanno sacrificato la vita per
ladempimento delle loro funzioni.
Siamo certi che il miglior modo per onorare il loro sacrificio
sia costituito dal rinnovare quotidianamente il nostro impegno e
il nostro approfondimento scientifico.
Introduzione
Nel porgere a tutti il benvenuto, desidero
preliminarmente salutare il Procuratore Nazionale Antimafia dott.
Bruno SICLARI, che ci gratifica con la sua presenza e ringraziare
vivamente i colleghi Margherita CASSANO, Gianfranco BONETTO,
Antonio LAUDATI, Mauro IACOVIELLO ed il prof. PALIERO che, quali
collaboratori del C.S.M., hanno efficacemente operato per la
realizzazione di questo incontro di studio, approntando il
relativo programma ed il materiale di consultazione.
Non è infatti superfluo ricordare che il C.S.M., proseguendo ed
intensificando lopera già iniziata nella precedente
consiliatura, profonde notevolissimo impegno per favorire
larricchimento della professionalità dei magistrati
appunto con i corsi di aggiornamento e quello attuale è uno di
questi. È auspicabile che il prossimo Parlamento ed il prossimo
Governo possano approntare una legge, che istituisca la scuola
per i magistrati affinché si possa superare lattuale
artigianato, certamente raffinato, quale è la organizzazione
degli incontri da parte del C.S.M. per approdare ad una struttura
stabile in tale settore.
A me il privilegio di introdurre i lavori. Mi consentirete, prima
di svolgere alcune sintetiche riflessioni sulloggetto del
convegno, di leggervi ciò che ho scritto dopo una recentissima
visita presso gli uffici giudiziari di Reggio Calabria.
"Venerdì 10 maggio 1996 ore 11 a Reggio Calabria.
Nellaula della Corte di Assise, le cui pareti di colore
rosso già simboleggiano che in quel luogo si parla di sangue,
spesso versato da vittime innocenti, Totò Riina, da solo, sedeva
nella gabbia per i detenuti. Le gambe strette in una composta
postura, le braccia adese al tronco, le mani racchiuse sul
grembo, lo sguardo rivolto con fredda proiezione verso il suo
difensore, che rivolto ai giudici illustrava i propri argomenti,
leggendo massime della Cassazione ed atti processuali,
prelevandoli dal banco occupato da numerosi fascicoli. Ha
lentamente girato la testa e, senza muovere un muscolo facciale,
mi ha guardato. Si è forse chiesto chi fosse quellintruso,
che stazionava al lato destro dellemiciclo e che lo
osservava nella penombra di quel luogo, controllato a vista e da
ogni lato da attenti carabinieri. I nostri sguardi si sono a
lungo incrociati ed io, non dimentico di una lunga consuetudine
quale requirente, ho in quel momento ricordato un passo del
romanzo "Presunto innocente" di Scott Turow: "come
puoi pretendere che i giudici abbiano il coraggio di condannare
limputato se tu non avrai il coraggio di guardare negli
occhi chi accusi, quando ne chiedi la condanna disse il
Procuratore distrettuale al suo giovane assistente". Ho
così volutamente continuato a guardare Riina in silenziosa
solidarietà con il Pubblico Ministero, che ne aveva chiesto la
condanna allergastolo, senza dimenticare peraltro che il
Pubblico Ministero non sfida limputato, ma deve avere la
fermezza di agire e decidere perché sia punita
lillegalità e chiunque labbia compiuta. Ed i giudici
lo hanno condannato, insieme ad altri, per lomicidio del
giudice Antonio SCOPELLITI, reo a parere di questi
assassini di non essere stato prono ai voleri della
mafia".
Un incontro di studio quello attuale dedicato alla
memoria di tutti i magistrati, che hanno sacrificato la vita per
ladempimento dei propri doveri. Non per ricordare perché
il ricordo è londa di una emozione che si ritrae coperta
da nuovi pensieri, ma per non dimenticare questi colleghi che
insieme a tanti altri, poliziotti, carabinieri, agenti di
custodia, pubblici funzionari, amministratori, imprenditori,
comuni cittadini hanno operato per contrastare i poteri
criminali. Per non dimenticare affinché in tutti noi sia salda e
continua la consapevolezza che il magistrato, nel rispetto delle
norme, è chiamato a giudicare il fatto e non luomo; ma
tutti i fatti illegali e non solo alcuni di essi, senza avventati
passi in avanti ma neanche indietro.
Per non dimenticare: e sono 24. Da Agostino
PIANTA, Procuratore della Repubblica di Brescia, ucciso il 17
marzo 1969 da tal Loris Guizzardi, che riferì agli inquirenti di
aver colpito il giudice non perché avesse da lui ricevuto alcun
torto ma perché il PIANTA, per la sua qualità e per le funzioni
di Procuratore della Repubblica, a suo giudizio rappresentava a
Brescia la magistratura, che ingiustamente laveva
condannato nel 1940 per il primo omicidio del quale egli si
riteneva innocente, fino a Paolo BORSELLINO, dilaniato dal
tritolo il 19 luglio 1992.
Sento lesigenza di ricordare a tutti voi i nomi di questi
colleghi affinché anche per i più giovani colleghi essi non
siano nomi sconosciuti: Agostino PIANTA, Francesco FERLAINO,
Francesco COCO, Pietro SCAGLIONE, Vittorio OCCORSIO, Riccardo
PALMA, Girolamo TARTAGLIONE, Fedele CALVOSA, Emilio ALESSANDRINI,
Cesare TERRANOVA, Nicola GIACUMBI, Girolamo MINERVINI, Guido
GALLI, Gaetano COSTA, Mario AMATO, Giangiacomo CIACCIO MONTALDO,
Bruno CACCIA, Rocco CHINNICI, Antonio SAITTA, Alberto GIACOMELLI,
Rosario LIVATINO, Antonio SCOPELLITI, Giovanni FALCONE, Francesca
MORVILLO, Paolo BORSELLINO.
Come spesso è accaduto, tali luttuosi eventi
hanno indotto il legislatore ad intervenire con provvedimenti,
cosiddetti dellemergenza.
Ricordate la fotografia di Mario AMATO ucciso il 23 giugno 1980?
Fece il giro del mondo: il magistrato stazionava alla fermata
dellautobus e limpietosa foto ne ritrasse le scarpe
bucate.
Il Parlamento intervenne e fu varata la legge 19 febbraio 1981 n.
27 in tema di provvidenze per il personale della magistratura.
Nel 1982 lomicidio del generale Carlo Alberto DALLA CHIESA
indusse il Parlamento ad approvare in tutta fretta il disegno di
legge ROGNONI-LA TORRE, che da tempo giaceva presso le Camere
nonché ad istituire lAlto Commissariato per la lotta alla
delinquenza mafiosa.
Nel 1988, a seguito degli omicidi di Alberto GIACOMELLI e di
Antonio SAITTA, furono istituite la commissione antimafia e
quella sul terrorismo e le stragi e nel 1989 furono emanate
disposizioni urgenti per amministrare e destinare i beni
confiscati.
Nel 1990, dopo lomicidio di Rosario LIVATINO, le nuove
disposizioni per prevenire la delinquenza di tipo mafioso; nel
1991 il D.L. 15 gennaio 1991 n. 8 per i sequestri di persona a
scopo di estorsione e la protezione di chi collabora con la
giustizia, il decreto legge del 13 maggio recante provvedimenti
urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata nonché il
decreto legge 9 settembre 1991 sulla riforma della custodia
cautelare: una delle venti che ha emanato il Parlamento negli
ultimi dieci anni.
Per finire, il decreto SCOTTI-MARTELLI a seguito degli omicidi
dei colleghi FALCONE, MORVILLO e BORSELLINO.
Da tutto ciò discende, a mio giudizio, una considerazione,
amara: quella che la società civile, la collettività e le
istituzioni per lunghissimo tempo e forse ancora oggi ritengono
che la criminalità organizzata sia un emergenza. È un errore di
prospettiva, che va corretto perché emergenza è ciò che emerge
rispetto al magma della relazione umana, non ciò che permane e
la mafia permane da molto tempo e permarrà ancora per molto.
Dai dati Istat del 1995 risulta che i delitti di mafia, in specie
gli omicidi, hanno registrato un preoccupante aumento: + 14%
rispetto al 1994 e quello che ha fatto saltare i diagrammi sono
stati i fatti omicidiari avvenuti in Campania: + 73,8%: 113
omicidi nel 95 rispetto ai 65 del 94; mentre per fortuna in
Calabria ed in Sicilia si rileva un calo: rispettivamente
42,9% e 2,2%.
Parlare di criminalità organizzata fa immediatamente pensare a
quelle che sono le più note e più risalenti nel tempo
organizzazioni criminali: la mafia o per meglio dire cosa nostra,
la camorra, la ndrangheta e la più recente sacra corona
unita.
La prima ha sede principale in Sicilia, regione con 390 comuni e
circa 5.100.000 abitanti. Ha una struttura piramidale, con
direzione provinciale e regionale: 186 organizzazioni e circa
5.400 affiliati senza contare i contigui e gli estranei,
occasionali concorrenti.
La camorra ha sede principale in Campania: 549 comuni e circa
5.800.000 abitanti. Una struttura oggi pulviscolare: i gruppi si
aggregano e si disgregano con facilità; 145 organizzazioni e
circa 7.200 affiliati.
La ndrangheta ha sede principale in Calabria: 409 comuni
circa 2.200.000 abitanti. Ha una struttura prevalentemente
orizzontale con un solo livello provinciale a Reggio Calabria e
senza un livello regionale, ma con tendenza ad uniformarsi alla
struttura piramidale di cosa nostra: 144 organizzazioni con circa
5.600 affiliati.
La sacra corona unita, nata nel 1979 a Lucera quando Raffaele
Cutolo affiliò 40 camorristi, che divennero appartenenti alla
sacra corona unita. È sicuramente lorganizzazione più
recente: ha struttura prevalentemente orizzontale come la
ndrangheta; 51 organizzazioni con circa 1.900 aderenti.
In totale, secondo le stime della Commissione Parlamentare
Antimafia, nelle quattro regioni meridionali con 1605 comuni e
17.062.459 abitanti operano 526 organizzazioni criminali con
circa 20.000 affiliati.
A queste si è, in tempi recenti, aggiunto il c.d. banditismo
sardo, che non si occupa più soltanto di sequestri di persona.
Sono stati compiuti numerosissimi attentati a pubblici
amministratori, rapine in banca, omicidi di carabinieri, come il
grave episodio avvenuto lestate scorsa. Sono state rilevate
anche connessioni fra i sardi e la sacra corona unita, essendo
emerso che la s.c.u. ai sardi aveva fornito armi. Nella regione
in sostanza si sta creando un nuovo sistema criminale, che si va
integrando con i mercati e le organizzazioni criminali
tradizionali e che ha lesigenza di riciclare il denaro
acquisito. Ha necessità di entrare in contatto con
"uffici" criminali nazionali ed esteri.
Ma non ci si ferma purtroppo qui, perché radicate presenze
mafiose vi sono anche nel centro-nord dItalia. Ieri si
trattava soltanto di infiltrazioni, oggi si tratta di veri
insediamenti. Le vicende relative allo scioglimento del Consiglio
comunale di Bardonecchia sono idonee a dimostrare la capacità di
influenza di queste organizzazioni anche in aree tradizionalmente
estranee al condizionamento mafioso.
Ritengo che tra queste principali organizzazioni sia possibile
individuare alcuni elementi distintivi, che indico soltanto per
sintesi: il rapporto con la popolazione, i modelli organizzativi
e quelli operativi. Lelemento che invece le accumuna è lo
stretto connubio con il sistema politico, come numerosissimi
processi sicuramente dimostrano.
È un luogo comune affermare che ormai le organizzazioni mafiose
si sono internazionalizzate e ciò dipende da alcuni ben
individuati fattori, che parimenti indico per sintesi. Il primo
fattore, decisivo, è costituito dai beni trattati, cioè droga
ed armi. Solitamente essi vengono utilizzati in luoghi diversi da
quelli della loro produzione. Pertanto le organizzazioni
criminali devono avere collegamenti con dogane, banche, società
finanziarie, pubbliche istituzioni per poter favorire la
circolazione di queste merci.
Il secondo fattore è la "globalizzazione"
delleconomia (brutto termine, che peraltro rende bene il
concetto): la libera circolazione delle persone e delle merci ha
avuto, come effetto non desiderato, lo sviluppo di relazioni ed
interdipendenze tra economie e soggetti criminali. I rapporti tra
la mafia italiana e quella statunitense, turca, cinese sono ormai
risalenti nel tempo. Ma ciò che ha favorito la mafia non è
stato tanto la libera circolazione delle merci, del denaro e
delle persone, ma in specie la incompletezza del processo di
unificazione dei sistemi penali e delle procedure per applicarli.
È sufficiente pensare alle difficoltà che si incontrano per la
effettuazione di rogatorie e per far comprendere a molti paesi
esteri cosa sia il reato associativo.
Il terzo fattore è la necessità di riciclare ingenti utili. Tal
fatto comporta una "snazionalizzazione" della mafia,
che deve ricercare sempre nuovi paesi e banche, che assicurino
migliori garanzie di riservatezza.
Ultimo fattore, comparso in tempi piuttosto recenti, è
lattuale condizione economico-politica della Russia, che
costituisce un potente fattore di internazionalizzazione della
mafia. È un paese così grande, che ha bisogno di valuta forte
ed è privo di una adeguata struttura di difesa, si dice contro
le insidie del capitalismo. Tutto ciò costituisce una grossa
occasione per la mafia. Da ultimo in tempi recentissimi si è
aggiunta anche la Jugoslavia.
In sostanza si può oggi affermare che la mafia considera
lEuropa come un enorme scacchiere sul quale collocare i
propri affari. Naturalmente la internazionalizzazione della mafia
moltiplica la pericolosità propria di ciascuna organizzazione.
Si deve peraltro domandare: è la mafia che si è
internazionalizzata o è il mercato criminale ed illegale che si
è invece internazionalizzato? E questa è una riflessione che
affido a voi tutti e soprattutto ai relatori perché si possa
ottenere una risposta.
Non credo sia difficile individuare i mezzi e gli strumenti per
contrastare tali illegalità.È anzitutto necessario aumentare il
livello delle nostre conoscenze. È necessario, con opportune
legislazioni e con idonei interventi anche di carattere sociale,
diminuire i rischi di infiltrazione delle organizzazioni
criminali nelle pubbliche istituzioni e soprattutto nel mondo
della finanza e bisogna favorire il coordinamento. La mafia si
internazionalizza, ma è un dato di fatto che la risposta alla
mafia è ancora prevalentemente di tipo nazionale.
Ed infine, sul versante più strettamente giudiziario, bisogna
sempre di più favorire i rapporti e la circolazione delle
notizie tra i singoli uffici. A tal proposito mi permetterò, con
il consenso che ritengo già dato dal Procuratore SICLARI, di
citare un protocollo dintesa, che i Procuratori della
Repubblica del distretto di Salerno hanno siglato in data 29
febbraio 1996. Con tale protocollo dintesa, tra
laltro, si stabilisce che presso ogni ufficio di Procura
debba essere individuato un magistrato, che possa essere punto di
riferimento per i colleghi della Direzione Distrettuale Antimafia
esistente nel distretto per un più efficace collegamento e che
debba anche essere creata presso ogni Procura, non soltanto
quelle sedi di D.D.A., un ufficio di segreteria, che possa
raccogliere su supporto informatico gli atti di indagine e di
investigazione più utili da trasmettere successivamente alle
D.D.A.
Al di là della ricognizione e della analisi, lobiettivo
che questo incontro di studio si propone è quello di valutare se
esistono dei modelli investigativi diversi a secondo che si
indaghi cosa nostra, la camorra, la ndrangheta, la sacra
corona unita o altre organizzazioni similari. Altresì accertare,
sul versante dibattimentale, se esistono moduli o standards probatori
diversi a secondo delle singole organizzazioni che vengono
giudicate.
Tutto ciò, come dicevo, si inserisce nella volontà del C.S.M.
di favorire non solo lo scambio di conoscenze e di
approfondimenti ma anche di stimolare riflessioni costruttive
affinché lorgano di autogoverno dei magistrati ne sia
portavoce, nei limiti delle proprie competenze istituzionali,
presso il Parlamento ed il Governo per le opportune modifiche
normative.
Per concludere mi sia consentito leggere alcune riflessioni, non
mie.
"Il giudice era solo quando il delitto
possedeva il volto umano, quando il delinquente solitario si
chiamava brigante, pervaso da romantica ferocia e scagliato sui
crinali della montagna da un impeto di rivolta sociale per
realizzare, nelle spietate vendette, una forma cosmica e tribale
di giustizia riparatrice.
Oggi linnocenza non ha più patria, il dolore è un
vento fastidioso, il delitto è un genere di consumo, la morte,
la pietà e la poesia della vita sono impietrite.
Ed oggi il giudice è solo col nuovo brigante. Un brigante con
tanto di colletto e cravatta. Un brigante che scende in piazza,
passeggia sul corso, partecipa alla vita pubblica, controlla
leconomia, costruisce palazzi e autostrade, compra e vende
ed incetta, amministra, governa, fa eleggere candidati e quando
occorre giudica, condanna, uccide.
Il giudice è oggi ancora più solo perché sono cronaca
quotidiana gli attacchi che riceve, le pesanti insinuazioni sulla
sua correttezza, le accuse di strumentalizzare i processi per
seguire questa o quella fazione politica.
Non cè ormai inchiesta di rilievo che non scateni
contro il giudice che se ne occupa campagne denigratorie e
processi sommari.
Uomini politici di rango, se si procede contro amministratori
infedeli, imprudenti speculatori, conclamati ladri di Stato,
squallidi corrotti e corruttori, non si fanno scrupolo di
chiamare pazzi e dissennati magistrati noti per equilibrio e
riserbo. E dal giudice si pretendono giudizi culturali, politici,
morali, si pretendono interventi di polizia, si pretendono che
debelli ogni tipo di organizzazione criminale.
Ignoriamo poi per un momento la cospicua casistica dei
linciaggi morali; le sue sentenze, prima ancora della doverosa
lettura delle motivazioni, sono definite grottesche, ignobili,
reazionarie o rivoluzionarie, provocatorie, dimenticando che tali
garbati vezzeggiativi si diffondono e si intensificano tanto più
quanto meno radicato è il gusto del dialogo dellimputato,
dimenticando che troppo spesso si chiama provocazione il
dissentire dalle opinioni delle burocrazie politiche o sindacali,
il reagire al grigiore del conformismo e della paura; si chiama
provocazione la tenace difesa dei propri diritti e laustero
adempimento del proprio dovere.
Le penombre hanno già un linguaggio. Il buon giudice sa che
la verità ha più nemici che amici. I fatti giungono a lui
spesso deformati in varia misura dai sentimenti: affetto, odio,
opportunismo, timore, indifferenza.
Talvolta la parola più preziosa è nelle pieghe di una
deposizione. Talvolta la verità è in un silenzio, in un
borbottio, in uno sguardo. Ogni processo è un processo di
liberazione della verità dal magma delle apparenze. Il giudice
lo compie sempre in solitudine.
Il giudice è, quindi, solo, con le menzogne cui ha creduto,
le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è
spesso aggrappato, solo con il pianto di un innocente e con la
perfidia e la protervia dei malvagi" .
Ringrazio il collega Salvo Boemi per avermi consentito di leggere queste note e ringrazio Nino SCOPELLITI e gli altri, tanti che ho prima citato, per il loro sacrificio a tutela della legalità e dello stato democratico.
Prima Sezione
PROFILI CRIMINOLOGICI
Latteggiarsi
delle associazioni mafiose sulla base delle esperienze
processuali acquisite: la mafia siciliana
(Guido Lo Forte)
Latteggiarsi
delle associazioni mafiose sulla base delle esperienze
processuali acquisite: la ndrangheta
(Salvatore Boemi)
Latteggiarsi
delle associazioni mafiose sulla base delle esperienze
processuali acquisite: la camorra
(Luigi Gay)
Rassegna
di documenti processuali concernenti le mafie pugliesi.
(Michele Emiliano)
Le
dinamiche attuali dellorganizzazione mafiosa "cosa
nostra"
(Pietro Grasso)
Seconda Sezione
ASPETTI SOSTANZIALI
Gli
elementi costitutivi del delitto di cui allart. 416-bis
c.p.
(Sergio Seminara)
Levoluzione
giurisprudenziale in materia di reati associativi
(Emilio Gironi)
Levoluzione
giurisprudenziale in materia di reati associativi
(Giovanni de Roberto)
Responsabilità
dei partecipi nei singoli reati fine: levoluzione
giurisprudenziale negli anni1970-1995
(Giovanni Canzio)
Paradigmi
generali e concrete scelte repressive nella risposta penale alle
forme di cooperazione in attività mafiosa
(Giovannangelo De Francesco)
Lo
smaltimento dei rifiuti e gli interessi della criminalità
organizzata
(Nicola Raggetti)
Tecniche
di indagine nei reati di "riciclaggio"
(Aldo Fossati)
Problematiche
giuridiche attinenti alla dimensione economica delle associazioni
mafiose
(Giuliano Turone)