Il Consiglio Superiore della Magistratura
La funzione giurisdizionale nella Costituzione
La posizione costituzionale della magistratura ordinaria
Attribuzioni
Composizione
Posizione costituzionale del CSM
Attività paranormativa del CSM
L'accesso alla magistratura ordinaria
Il concorso
La carriera dei magistrati ordinari
I dirigenti degli uffici giudiziari
La responsabilità disciplinare del magistrato
La responsabilità civile del magistrato
La responsabilità penale del magistrato
Problematiche applicative del sistema vigente
Le basi dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura
Il principio costituzionale della terzietà del giudice
Il Consiglio Superiore della Magistratura
Gli atti del CSM
Le possibili forme di pressione sul giudice
Le decisioni della Corte Costituzionale
Qualche cenno conclusivo

Il Consiglio Superiore della Magistratura

Una particolare attenzione il Costituente ha dedicato al problema dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici. A tal fine esso ha costituito la magistratura ordinaria in «un ordine autonomo indipendente da ogni altro potere» (art. 104) e ha creato un organo di autogoverno: il Consiglio superiore della magistratura, al quale è affidata l’intera carriera di tutti i magistrati (art. 105).
La creazione di quest’organo è vicenda che si consumò in un dibattito in seno all’Assemblea costituente svoltosi sul finire del 1947. I «padri della Costituzione» ebbero chiara la necessità di recidere il «vincolo di soggezione» della magistratura all’esecutivo e di costituire la stessa «in un ordine che per essere a sua volta autogovernato, cioè indipendente da ogni altro potere», assicurasse l’indipendenza dei suoi componenti (on. Leone).
Se ne individuarono i compiti (che l’on. Ruini immaginosamente definì «i quattro chiodi»): nomine, promozioni, disciplina, trasferimenti. Lungamente si discusse della sua composizione. Si fronteggiarono due tesi. L’una, ispirata dai magistrati e da quanti avevano a cuore una rigida interpretazione della divisione dei poteri (ad esempio, on.li Cortese, Buozzi, Dominedò, Perlingieri ecc.), voleva che il C.S.M. fosse composto soltanto di magistrati, perché solo in questo modo si sarebbe evitato il rischio di contaminazioni (on.Dominedò) e quello di far «penetrare la politica nelle decisioni singole; di far giungere indebite pressioni ed ingerenze professionali agli organi giudiziari» (on. Caccuri). L’altra tesi partiva, invece, dalla consapevolezza che bisognava evitare di creare un corpo separato e di fare il C.S.M. despota dell’ordinamento della magistratura (on. Grassi). Era da perseguire l’esigenza di realizzare un’armonia istituzionale (on. Varani), di assicurare continuità tra vita sociale e vita istituzionale e di far sentire un soffio di vita esterno all’ordine giudiziario (on. Leone), di impedire la creazione di uno «stato nello stato», di una «casta chiusa e intangibile» (on. Preti), «separata e irresponsabile» (on. Dominedò), un «mandarinato» (on. Persico), un organo del tutto separato dagli apparati amministrativi dello Stato e sottratto al controllo dell’organo di rappresentanza popolare, dei mezzi d’informazione e della stessa pubblica opinione (on. Cappi). La proposta contenuta nell’art. 97 del progetto originario di Costituzione assegnava al C.S.M. una composizione paritetica, con la partecipazione «fuori quota» del Primo Presidente della Corte di Cassazione quale Vice Presidente. Nel contrasto fra le due ricordate posizioni si pervenne ad un compromesso e fu accolto l’emendamento suggerito dall’on. Scalfaro nella seduta pomeridiana del 12 novembre 1947: due terzi dei membri togati e un terzo di membri laici.
Vi furono discussioni anche in ordine alla presidenza del C.S.M. Originariamente si propose di conferire la presidenza o almeno la vice presidenza al Ministro della giustizia o al Primo Presidente della Corte di Cassazione. Le proposte furono respinte al fine di garantire al C.S.M. un’indipendenza strutturale assoluta (on.li Calamandrei e Buozzi). Si optò per dare la presidenza al Capo dello Stato quale garante della sua unità (on. Buozzi), con una soluzione che rispondeva anche ad esigenze di «simmetria istituzionale» (on. Leone), alla necessità di impedire che il C.S.M. diventasse «un corpo chiuso e ribelle», una specie di «cometa che possa uscire per conto suo dall’orbita costituzionale» (on. Calamandrei). Consapevoli che il Capo dello Stato avrebbe potuto partecipare alla vita del Consiglio soltanto nelle occasioni solenni, si pensò di affiancargli un organo ausiliario, che avrebbe assunto la presidenza effettiva del Consiglio. Anche qui si pensò inizialmente al Ministro della giustizia o al Primo Presidente della Corte di Cassazione (on.li Leone, Condorelli, Perlingieri); si pervenne, infine, ad un compromesso, facendo sì che il Vice Presidente fosse eletto dal Consiglio tra i membri laici.
La creazione dell’organo di autogoverno poneva in una luce completamente diversa la funzione del Ministero della giustizia, al punto tale che qualcuno addirittura ne propose l’abolizione (on. Patricolo). Sta di fatto che al Ministro sono state conservate funzioni «residuali» relative alla organizzazione e gestione degli uffici giudiziari e dei servizi amministrativi, alla prevenzione ed esecuzione delle pene, alla vigilanza sulla legalità dei comportamenti del personale della magistratura.