
Rete dei Comitato per le pari opportunità delle professioni legali
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DOCUMENTO PROGRAMMATICO
anno 2008 – 2009
Approvato dalla 1^ Assemblea generale della Rete in data 24 ottobre 2008
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La programmazione annuale delle attività della Rete dei Comitati per le pari opportunità deve necessariamente prendere le mosse, anzitutto, dalle finalità indicate nel nostro Statuto.
L’obiettivo fondamentale di cooperare, per la prima volta insieme, nel promuovere la posizione delle donne, garantire loro condizioni professionali paritarie nell’ambito delle professioni legali e superare gli aspetti critici che derivano dalla difficoltà di conciliare il ruolo di cura della famiglia con l’attività lavorativa, la formazione e l’aggiornamento professionale, dovrà impegnarci in iniziative finalizzate :
a) all’individuazione e promozione di modalità di svolgimento dell’attività lavorativa compatibili con le peculiari condizioni delle donne magistrate e avvocate, per evitare (o limitare il più possibile) assenze obbligate ed una perdita di professionalità, di opportunità e di progressione nella carriera;
b) allo scambio di esperienze relative all’organizzazione del lavoro, quali la previsione di orari di lavoro compatibili con il ruolo genitoriale e la predisposizione di adeguati servizi di supporto e assistenza alla donna;
c) alla valorizzazione del ruolo delle donne nella giustizia, ed in particolare al rafforzamento delle garanzie del loro accesso ai ruoli di responsabilità ed alle cariche rappresentative nel quadro di un modello di giurisdizione non burocratico bensì fondato su forti motivazioni valoriali;
d) alla promozione di politiche comuni, che coinvolgano l’avvocatura e le magistrature, finalizzate al raggiungimento di un equilibrio soddisfacente e compatibile tra responsabilità familiari e professionali, sia a livello nazionale che europeo (anche attraverso la presentazione alla Commissione Europea di progetti formativi e attuativi di politiche di genere nel mondo giudiziario e forense).
Sul piano operativo, è stata rappresentata la necessità di individuare dei temi comuni sui quali lavorare per porre l’attenzione sulle condizioni di lavoro che devono, da un lato, riequilibrare obiettive situazioni di svantaggio di fatto, dall’altro valorizzare le specificità, le competenze e i saperi delle donne.
A tal fine sono pervenute le seguenti indicazioni dirette a conseguire concreti obiettivi che in ambito generale potrebbero comprendere:
- necessità di organizzare iniziative formative per le donne giuriste, di studiare le strategie comunicative per la diffusione della cultura di parità nonché gli strumenti per ottenere finanziamenti europei. In una prospettiva di sviluppo, la Rete dovrebbe guardare al mondo universitario – con il coinvolgimento dei CPO dell’Accademia- ed all’Europa confrontandosi con altre realtà per uno scambio di esperienze in un confronto che arricchisca i vari soggetti;
- creazione di una griglia di scambio finalizzata alla costituzione di una banca dati in cui far confluire sistematicamente e costantemente le esperienze da condividere, inserendo informazioni non solo sulle attività esterne dei singoli Comitati, ma sulla loro struttura organizzativa, quali: la rappresentanza numerica delle donne nei rispettivi ambiti professionali di riferimento, la corrispondente rappresentanza numerica delle donne nei ruoli di leadership, informazioni sui regolamenti e sugli statuti dei singoli Comitati, sulla composizione interna degli stessi, sulle modalità di lavoro adottate e sui più significativi e ricorrenti ostacoli di fatto frapposti al loro funzionamento, ecc.. Si potrebbe prevedere, per motivi esclusivamente pratici e di funzionalità, che tale banca dati abbia una collocazione temporanea, (ad esempio annuale o semestrale), presso ciascuno dei Comitati della Rete, seguendo un turno di rotazione;
- la implementazione di buone prassi, (auspicabilmente da trasformare in leggi), per rendere effettivamente paritarie le condizioni di lavoro uomo-donna: ad esempio, nella consapevolezza che il protrarsi dei processi oltre il periodo di ragionevole durata non sia certamente ascrivibile alla presenza delle donne tra i giudici e gli avvocati; la previsione del legittimo impedimento del difensore nel periodo di astensione obbligatoria dal lavoro per maternità e la previsione di fasce orarie di gradimento per le avvocate con figli al di sotto dei tre anni di età; la previsione dell’estensione dell’art. 42 bis del T.U. sul pubblico impiego a tutte le magistrature e all’Avvocatura dello Stato e comunque la previsione di vincoli alla discrezionalità dei Capi degli Uffici nella formazione dei progetti organizzativi delle strutture amministrative in modo da consentire una maggiore flessibilità, (senza pregiudizio per il profilo quantitativo e qualitativo del lavoro), all’attività professionale delle donne con figli di età inferiore ai tre anni;
- nella medesima direzione va poi sottolineata l’esigenza che a tutti i livelli (legislativo, amministrativo) vengano obbligatoriamente effettuati studi di impatto “di genere” prima della introduzione di provvedimenti normativi e/o amministrativi che incidano sullo status dell’attore giudiziario ed in generale sulla organizzazione del lavoro forense. A livello parlamentare dovrebbe essere sollecitata l’istituzione di un’ apposita commissione che effettui verifiche di impatto e di compatibilità di genere rispetto ad atti normativi che incidano sullo statuto del lavoratore.
Invero nulla di ciò è stato fatto quando si sono realizzate le riforme sull’ordinamento giudiziario che hanno interessato la vita professionale dei magistrati ordinari e militari. In vista della riforma delle legge professionale dell’avvocatura si dovrebbe invece adottare uno studio per favorire le condizioni di lavoro della donna avvocato.
In ciò il ruolo dei CPO – soprattutto a livello decentrato, perché più vicini alle esigenze della base - non dovrà più essere quello di semplice ed eventuale interlocutore, bensì quello di interlocutore necessario al quale rivolgersi prima dell’emanazione di circolari e provvedimenti che, in qualche modo, incidano sulla mobilità, sull’organizzazione ed in genere sul quotidiano del magistrato-donna. Il ruolo dei CPO dovrebbe diventare, in tutti i settori, di soggetto al quale richiedere necessariamente un parere preventivo;
- la previsione di un osservatorio permanente sul pregiudizio di genere nella giurisprudenza, ovvero un monitoraggio, (al cui costante aggiornamento sarebbe fondamentale l’apporto in termini di “ascolto” delle avvocate, in particolare di quelle che lavorano con i Centri Antiviolenza), che rilevi le pronunce di giudici nell’ambito delle varie giurisdizioni, che ancora risentono degli stereotipi collegati al “sesso debole”, o che al contrario, dimostrino l’avvenuto superamento di detti stereotipi, (ad esempio, oltre che in materia di lavoro, in materia di separazione tra coniugi, in materia di violenza domestica e di violenza sessuale). Tale ricerca potrebbe essere funzionale all’elaborazione di linee-guida e di protocolli dotati di un certo tasso di uniformità da mettere a disposizione di magistrati e avvocati per una corretta conduzione dei processi nelle citate materie;
- la creazione di un focal point per l’individuazione dei fattori che ostacolano, nell’ambito dei rispettivi ordinamenti professionali, il superamento del “tetto di cristallo”, ovvero l’accesso ad incarichi decisionali, (ad esempio: la scarsità di interesse, le difficoltà culturali legate alla gestione del nucleo familiare anche quando i figli sono in età post-adolescenziale, l’onerosità dei “tempi” della leadership, (presenza fisica costante sul luogo di lavoro, orari impossibili, spostamenti sul territorio nazionale), percorsi professionali richiesti per poter aspirare alla candidatura, (tutti declinati al maschile e in cui sono predominanti le “presenze”, i “rapporti interpersonali”, che si risolvono in forme più o meno mascherate di cooptazione);
- il ruolo dei CPO – sempre più a livello decentrato – dovrà rappresentare quello di motore di trasmissione delle esigenze della base da raccogliere ed elaborare in sede centrale per la promozione di iniziative da verificare poi in sede locale per la fattibilità ed efficacia prima di sottoporle ai vertici istituzionali. Il rischio infatti , comune ormai a molte istituzioni pubbliche e di rappresentanza privata, è che si crei una falsa rappresentatività basata su un circuito di autoreferenzialità che non sia in grado di capire le richieste di chi vive quotidianamente nei diversi settori.
Questioni per le quali possono essere sviluppate soluzioni nell’immediato:
- la istituzione di asili nido a servizio degli uffici giudiziari, cui si ricollega la necessità della presenza delle donne nelle commissioni di ristrutturazione – manutenzione dei palazzi di giustizia, anche per l’abbattimento delle barriere architettoniche, e l’individuazione di formule di convenzione con i parcheggi vicini agli uffici giudiziari per le donne in stato di gravidanza e/o con bambini in tenerissima età;
- individuazione di un metodo per affrontare al meglio le diverse problematiche, quale quello del confronto con le altre figure che ruotano attorno al mondo giustizia (consulenti, cancelliere…), nonché l’adozione di iniziative volte alla costituzione di sportelli di ascolto;
- assicurare il raggiungimento dell’obiettivo di selezionare criteri di trasparenza nell’assegnazione degli incarichi (ed esempio attraverso la creazione di un Albo delle Professionalità, così come previsto dalla Regione Toscana);
- la elaborazione di un modello unico per i protocolli d’udienza.
Per le attività di programmazione, in ipotesi di tematiche condivise di lavoro, viene delegato il Comitato direttivo della Rete per l’istituzione di Gruppi di Lavoro.